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| SPECIALE ACQUA-Nella Puglia assetata (come la Basilicata) |
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26/08/2008 |
| Togliere l’acqua alle campagne, oppure garantire l’ir rigazione dei campi ma rischiare di lasciare a secco i rubinetti dei pugliesi? Il nodo della crisi idrica di fine estate è qui, in una impietosa contabilità dell’acqua. Oggi, a Matera, Puglia e Basilicata decideranno come amministrare la risorsa idrica che resta. E se, come sembra, si deciderà di non tagliare le forniture agricole fino al 10 settembre, i conti sono presto fatti: restano dai 40 ai 60 giorni di autonomia, prima che l’Acquedotto pugliese sia costretto a ridurre l’erogazione ai cittadini.
Il punto debole del sistema degli invasi è il Sinni, che contiene 42 milioni di metri cubi (un anno fa erano 215 milioni): con il prelievo attuale (1 milione di metri cubi al giorno tra civile e irriguo), c’è acqua ancora per 40 giorni. Al massimo per 60, se - come pare - oggi si deciderà di scendere a 700 mila metri cubi. Basti dire che il Sinni garantisce ai cittadini pugliesi 4mila litri al secondo di acqua su un totale di 19mila, e disseta soprattutto il Sud della Puglia: se l’acqua finisce, ne risentiranno soprattutto i salentini. La strategia che la regione Puglia porterà al tavolo di coordinamento dell’Accordo di programma, spalleggiata dai lucani e dalle organizzazioni degli agricoltori, è la seguente: garantire acqua alle campagne almeno fino al 10 settembre, e sperare che nel frattempo piova. Èd è una scommessa rischiosa, come spiegano i tecnici: «In una situazione come questa - dice Vito Colucci, direttore dell’Ente irrigazione - l’irriguo doveva essere azzerato già dal 15 agosto. Si spera che ci sia un’inversione di tendenza (leggi: pioggia, ndr) intorno a settembre ottobre».
Altrimenti? «I conti sono presto fatti: con le riserve idriche che ci sono, e con i prelievi attuali, la capacità residua del Sinni è destinata a esaurirsi entro 40-60 giorni». Fatta 100 la disponibilità di acqua, in Puglia e Basilicata l’agricoltura ne utilizza i due terzi. Il potabile pesa per il 27%, mentre l’industriale (l’Ilva e San Nicola di Melfi) assorbe il restante 6%. Nonostante l’emergenza, l’Ente irrigazione ha comunque garantito il primo raccolto: ora si lavora per il futuro, perché come spiega Colucci «se continua così il problema si ripresenterà nella prossima annata irrigua».
La Regione per il momento non si sbilancia. «Ritengo che non sia onesto né consigliabile penalizzare l’agricoltura - dice l’assessore ai Lavori Pubblici, Onofrio Introna, che oggi siederà al tavolo delle decisioni .- Da parte del governo regionale, così come di quello lucano, c’è l’aspirazione di soddisfare le esigenze di tutti senza penalizzare nessuno». Introna conosce benissimo il rischio che si corre, ma non si sbilancia: «Oggi avrò la proiezione esatta nei singoli invasi. Dopodiché decideremo, in coscienza, quanta acqua ancora può essere concessa all’ag ricoltura e quanta ne dobbiamo conservare per il potabile, a qualunque costo: anche a costo di chiudere l’Ilva o di non raccogliere l’uva».
L’agricoltura è una componente fondamentale dell’economia pugliese, tuttavia lo sfruttamento della risorsa idrica non è sempre improntato al risparmio: basti dire che, di fatto, oggi i consorzi di bonifica non pagano l’acqua che consumano. Un problema che non è mai stato affrontato, anche perché attraverso la politica dell’acqua si dà un sostegno al settore. Ma la riflessione più profonda andrebbe fatta sulla gestione del sistema idrico, e sulla necessità di avere una cabina di regia unica. Per non parlare delle opere che non si riescono a realizzare. Il raddoppio della Pavoncelli- bis, ad esempio: la galleria - il Canale principale dell’Aqp - è a un passo dal crollo, ed ormai eroga appena 4mila litri al secondo (un terzo della sua capacità). Oppure i dissalatori, in particolare quello del Chidro: utilizzerebbe acqua che finisce in mare, è progettato e finanziato ma non si può realizzare per le forti contrarietà delle forze politiche che governano Manduria. Un ambientalismo irresponsabile, difficile da giustificare.
MASSIMILIANO SCAGLIARINI
La Gazzetta del Mezzogiorno |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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