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| "Io, senza lavoro, con un precariato legalizzato dallo Stato" |
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25/08/2008 |
| “Ho perso il lavoro all’improvviso. E’ stata una doccia fredda. E adesso, per me che ho quasi cinquanta anni, risulta davvero difficile trovarne un altro. Vorrei solo che qualcuno mi aiuti. Sono disposto a fare qualsiasi lavoro”. Vincenzo Palladino ha 47 anni. Abita a Trecchina, e qui lavorava, almeno fino a luglio. Era impiegato come autista del camion che raccoglie i rifiuti, presso una ditta alla quale il Comune ha esternalizzato il servizio. Da oltre un mese, però, il signor Palladino non ha più un lavoro e, nonostante le ricerche, spiega come sia duro trovarne uno. “E’ difficile- dice- perché oggi il lavoro non lo trovano neanche i giovani”. Racconta la sua storia di vita con la dignità di chi si sente buttato in mezzo ad una strada e continua a chiedere come sia possibile che lo Stato di fatto legalizzi il precariato. Perché quella di Vincenzo è una famiglia che cammina lungo il filo sottilissimo della precarietà, che in questo caso si chiama “contratto a progetto”. La moglie, ex addetta Sma, ora lavora per il progetto “Vie Blu”. “Ho lavorato sempre nei cantieri, prima nel Nord Italia e poi sono tornato in Basilicata- racconta- negli anni novanta ero impiegato in una ditta a Lauria, che però tra il 1995 e il 1996 ha dichiarato fallimento. Dopo circa 27 mesi di mobilità assieme ad altre 7 persone sono stato chiamato a lavorare per il Comune come lavoratore socialmente utile. Qualche anno più tardi, nel 2000, siamo stati stabilizzati”. “Quando il Comune ha esternalizzato il servizio di raccolta dei rifiuti- dice- io sono stato tra quelli che hanno avuto un contratto per quattro anni più un altro di rinnovo. Alla fine del quinto anno, forse per far fronte a problemi di costi eccessivi, il Comune ha affidato il servizio prima ad un’agenzia campana e poi ad un’altra ancora. Nel frattempo io sono rimasto al mio posto, con contratti di due o tre mesi o addirittura di settimane”. Un posto che da luglio non c’è più. “Era venerdi- ricorda Palladino- l’ultimo giorno previsto dall’ultimo contratto che avevo avuto e visto che il sabato gli uffici sono chiusi, aspettavo arrivasse il rinnovo. Ma il rinnovo non è arrivato. Per gli altri miei colleghi, invece, il rinnovo è arrivato ed è fino a fine anno. Dopo 12 anni sono stato lasciato a casa. Non me lo aspettavo, perché tra l’altro nessuno si è mai lamentato per il lavoro che svolgevo”. La disperazione del signor Palladino gli si legge negli occhi ed è la stessa dei tanti padri e delle tante madri di famiglia intrappolati nell’illusione di un lavoro che però poggia sulle regole di un’instabilità riconosciuta dalla Stato. “Come si fa a permettere tutto questo?” si chiede. “Non mi sento assolutamente tutelato nei miei diritti- dice- e addirittura, circa un anno e mezzo fa, sono stato in ospedale una quindicina di giorni e in quel periodo mi è scaduto il contratto. Visto che nessuno mi ha avvertito, quando sono tornato a casa, come ogni mattina ho preso il camion per andare a lavoro, visto che avevo anche le chiavi. Ma mi hanno detto che non ero autorizzato a farlo perché, nei fatti, era come se fossi stato licenziato. Allora ho perso 10 giorni di lavoro prima di avere il rinnovo. E adesso mi sento senza speranza”.
Mariapaola Vergallito
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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