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Angelo Falcone, condannato a 10 anni in India

23/08/2008



Un commento secco: «22 agosto. Condanna. È arrivata come un macigno. Dieci anni». Si tratta della frase inserita alle 10.09 di ieri sul suo blog da Giovanni Falcone, il padre di Ang elo, il ragazzo di 27 anni in carcere in India, nella città di Mandi, dal 10 marzo del 2007, con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti. Un’accusa pesante cui ha dato credito il giudice del tribunale del Paese asiatico condannando alla non lieve detenzione il giovane connazionale ed il suo amico Simone Nobili, con cui era in vacanza nello stato dell’Himachal Pradesh all’epoca dei fatti. Ma ogni addebito è sempre stato respinto da parte dei due ragazzi che hanno proclamato costantemente la loro innocenza. Evidentemente, la magistratura dell’India ha preso per buona solamente la versione della polizia locale, che ha sostenuto di aver sorpreso i due italiani con
18 chilogrammi di hashish nel taxi che li accompagnava all’aeroporto per il loro ritorno in Italia. Meno credito è stato dato alla descrizione dei fatti ribadita dai due connazionali e anche da alcuni testimoni. Connazionali e testi che hanno sostenuto di essere stati perquisiti nella casa dove alloggiavano e che nel corso della perquisizione non fu trovato alcunché. Accompagnati negli uffici di polizia, però, ai due italiani fu fatto firmare un documento in lingua hindi, che loro non conoscevano. Il tutto avvenne senza la presenza di un interprete e di un avvocato. Documento in cui, con loro sorpresa, hanno attestato la versione dei poliziotti.

Non poteva essere diversamente, la notizia della condanna ha fatto subito il giro di Rotondella, dove Giovanni è nato e dove è tornato a vivere dopo il suo pensionamento dall’Arma dei carabinieri. Giovanni, in questi 17 mesi di carcerazione del figlio, è riuscito a far diventare “nazionale” un caso che sarebbe stato dimenticato come quelli degli altri tremila connazionali detenuti all’estero. Non si è dato pace e non si è risparmiato. La voglia di parlare, tuttavia, non è tanta ma questo genitore disperato non ha alcuna intenzione di mollare: «Ho sentito per pochi minuti Angelo. Era abbattuto, eppure con tanta voglia di andare avanti. La cosa grave è che già domani lo trasferiranno in un altro carcere. A Mandi si era abituato ed era conosciuto. Cosa succederà adesso?».

Ancora una breve considerazione. «L’ambasciata mi ha telefonato e mi ha fatto sapere che sarà proposto appello con nuovi avvocati. Io credo ad Angelo e Simone. Ho grande fiducia in loro. Sono innocenti. È stata tutta una montatura a loro carico. Mi sono sentito anche con la mia ex moglie (la madre di Angelo, ndr) che vive a Piacenza. Siamo addolorati. Ma, vogliamo continuare a combattere per nostro figlio. Il fatto è che siamo stati abbandonati prima di tutto dalle istituzioni religiose. Non avevo chiesto nulla. Avevo chiesto solo di pregare per la libertà di Angelo. E le istituzioni statali non si sono mosse a dovere. Occorreva stabilire accordi bilaterali con l’India sulla possibilità di scontare in Italia un’eventuale condanna. Io non mi fermerò. Ringrazio quanto mi sono stati vicini e non mi hanno fatto mai mancare la loro solidarietà».

Filippo Mele
La Gazzetta del Mezzogiorno



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