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| Telefoni de "Il Quotidiano" controllati. A rischio la libertà di stampa |
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3/08/2008 |
| Silvio Berlusconi non trascorre più il sabato insieme ai suoi avvocati fatti eleggere parlamentari. Non ha più bisogno di difendersi dalle procure grazie al recente lodo che lo blinda dai processi. Io in qualità di direttore continuo invece a dedicare una parte del mio tempo a difendermi da processi e iniziative giudiziarie. A ricevere gentili agenti di polizia giudiziaria che consegnano “verdoni” come li definiva un mio direttore liberale che un giorno si vide sequestrare le amate collezioni di libri e giornali per l’azione risarcitoria civile intrapresa da un magistrato che sentendosi diffamato ottenne giustizia da un suo collega in poco meno di due mesi a differenza del normale cittadino che per ottenere una sentenza impiega dieci anni.
Ieri durante la riunione di redazione il solerte carabiniere ha presentato una richiesta insolita da parte del reparto speciale dei carabinieri di Salerno. Questo il testo sormontato dallo stellone della nostra nazione: «A
seguito di delega formulata dalla procura della Repubblica presso il Tribunale di Salerno nell’ambito dei procedimenti penali in oggetto indicati, si richiede di voler comunicare le generalità degli effettivi
utilizzatori, nel periodo compreso tra il giorno 01.01.2006 ed il giorno 03.06 2008, della sottonotata utenza intestata alla società Lucana edizioni». Siamo giornalisti e non abbiamo avuto difficoltà a comprendere
di che procedimento si tratta. Stiamo parlando dei faldoni dei pm Dionigi Verasani e Gabriella Nuzzi aperti su denuncia del pm Luigi De Magistris nei confronti di magistrati, politici e giornalisti che avrebbero ostacolato il
giudice d¹assalto defenestrato da Catanzaro. E’ stato proprio questo giornale a diffondere le notizie dell’inchiesta salernitana lo scorso 9 giugno. In quell’occasione ritenevo giusto, a fianco all’articolo di cronaca di Fabio Amendola, pubblicare un corsivo in cui esprimevo perplessità sulle indagini nei confronti di giornalisti. Non per spirito di casta o corporazione. Il giornalista ha il segreto professionale al pari del medico
e del confessore.
Al telefono dice tutto e il contrario di tutto per ottenere notizie. Parla con indagati, siano essi politici, magistrati o mafiosi. Le indagini su questo versante sono molto rischiose. Negli ultimi
tempi avanza anche uno strano meccanismo di procura sulle telefonate sillogiste e de relato. Se il giornalista parla con Tizio indagato che telefona a Caio pusher di droga, il giornalista viene messo in relazione con
Caio senza aver visto alcun stupefacente.
Dalla lettera della procura apprendo che i magistrati hanno interesse a sapere nell’arco di due anni e mezzo chi ha telefonato da una delle utenze del giornale. Perché? Non è dato sapere. Siamo forse intercettati? Casistica abbastanza grave per uno stato liberale. Un indagato ha parlato con un giornalista? In tal caso i carabinieri dei ros potevano interpellarci. Non ho inteso scomodare i miei predecessori Pino Anzalone e Alfonso Pecoraro e di concerto con l’avvocato del giornale ho risposto all’ufficiale dell’Arma in questo modo: “In merito alla vostra richiesta del 24 luglio 2008 mi risulta impossibile fornire le generalità degli effettivi utilizzatori della nostra utenza telefonica. Una redazione di un giornale è una specie di porto di mare dove il telefono viene utilizzato da giornalisti, segretari, centralinisti, poligrafici, collaboratori, stagisti, visitatori occasionali, ospiti, addetti alle pulizie, uomini politici e lettori. Tutto questo senza alcun filtro o controllo”.
Come altre volte in passato rassicuro i lettori. Continueremo a pubblicare le notizie in nostro possesso e protestiamo con fermezza contro un atto liberticida e pericoloso. Mentre ci si appresta ad impedire la pubblicazione di intercettazioni telefoniche che in passato hanno permesso agli italiani di conoscere calcio truccato, scalate bancarie, scambi di tangenti e balletti rosa di vallette e politici apprendiamo ufficialmente che nuclei che dovrebbero preoccuparsi della criminalità organizzata indagano e probabilmente spiano i telefoni di una redazione. Si calpesta il diritto al segreto professionale e quello dell’informazione. Quanto comunicato dai magistrati di Salerno limita la libertà di tutti. Le guerre intestine di potere non possono condizionare il nostro operato. Ringrazio i lettori che appresa la notizia diffusa dal Tg3 regionale ci hanno espresso solidarietà e sostegno.
Questo ci fortifica insieme al prezioso intervento congiunto dell¹Ordine dei giornalisti e dell’Associazione della Stampa della Basilicata che in una nota hanno espresso «sconcerto» per l’iniziativa della procura salernitana. Associazione e Ordine parlano di «iniziativa singolare nel suo genere e che,oltre ad essere in aperta violazione della libertà di informazione, è decisamente lesivo del segreto professionale dei giornalisti». Fedeli ad antichi impegni sul tema che hanno sempre caratterizzato la storia dei giornalisti lucani Ordine e Assostampa ci hanno assicurato impegno al nostro fianco «in difesa del legittimo esercizio del diritto-dovere di cronaca». Quel diritto-dovere che resta l’unica rotta della nostra linea. In Italia l’equilibrio dei poteri è oggi solo un enunciato teorico. I giornalisti sono chiamati a grandi responsabilità. Non ci siamo mai iscritti al partito giustizialista né a quello dell’impunità. In Basilicata il cittadino diffida molto della censura preventiva. In Italia si stanno creando delle precondizioni che ricordano la dittatura ³blanda² della Spagna franchista dell’ultimo periodo. Siamo i più esposti a questi attacchi. Nel 1994 sulla rivista “Il Ponte” Raffaele Fiengo, Cesare Segre e Corrado Stajano scrivevano nel “Manifesto democratico” queste parole «La libertà della parola parlata e della parola scritta è alla base di tutte le altre libertà. Fondamento concreto della democrazia è dunque l’esercizio effettivo della libera espressione del pensiero e dei diritti di informazione». Scrive anche il grande costituzionalista inglese Dicev che la mitica democrazia anglosassone si basa su una sovranità popolare formata e informata da una libera stampa. Cerchiamo di non dimenticarcene anche in Basilicata.
PARIDE LEPORACE
Direttore del Quotidiano della Basilicata
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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