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| Petrolio, «noi operai di serie B» |
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22/07/2008 |
| Pecore nere nel campo dell’«oro nero». Sono i 400 dipendenti delle 53 aziende subappaltatrici dell’Eni in Val d’Agri. Per loro, denunciano i sindacati da ieri impegnati con i lavoratori in un sit in davanti al centro oli di Viggiano che si protrarrà ancora, stesso lavoro, ma paghe e diritti diversi dai circa 170 lavoratori diretti dell’Eni e, per i lucani, circa la metà del totale, anche la beffa di retribuzioni più basse rispetto ai loro colleghi che vengono da fuori. Gli estremi, insomma, sembrano essere gli stessi della politica «coloniale» del petrolio, quella che mettevano in campo le «sette sorelle» e contro cui proprio il «padre dell’Eni», Enrico Mattei, si battè fino alla morte. La differenza, però, è che questa volta il tutto avviene sul suolo dello stesso Paese e che i lavoratori che prendono retribuzioni differenti sono tutti italiani. «I lavoratori degli appalti vengono trattati in maniera diversa rispetto a quelli diretti dell’Eni - denuncia il segretario regionale della Fiom Giuseppe Cillis - non gli pagano i premi, non gli fanno le visite mediche e quando l’Eni rimette a bando i lavori, queste 53 aziende di subappalto i lavoratori rischiano di dover abbassare i diritti salariali e contrattuali per farsi riassumere dal nuovo titolare dell’appalto » . Ai cancelli del centro oli, il tema più sentito è proprio questo. Perchè se la protesta è partita dalla mancata corresponsione del premio di produzione (1.200 euro) ai dipendenti della Sud Elettra, subito dopo si è spostata sulla sicurezza del posto di lavoro. Nell’azienda sono al lavoro anche 23 lavoratori dell’ex Valteco. Quando quest’ultima azienda non vinse il nuovo appalto per i servizi tecnici nel centro, loro furono passati al nuovo appaltatore grazie ad una clausola che l’Eni aveva inserito nel contratto che imponeva alla nuova azienda di assumere il personale precedentemente impegnato. Ma per il futuro non è così. Perchè nel frattempo Eni ha «gemmato» Ses, una divisione che ha portato alla costituzione di una nuova società appartenente al gruppo che si occupa della manutenzione. «Ora - dice il direttore della sede Ses di Viggiano, Massimo Santoro - loro sono nelle nostre stesse condizioni: il contratto Eni-Ses scade il 2012 e anche il nostro può non essere rinnovato. Noi possiamo andare a casa come loro». Mal comune mezzo gaudio, sembra essere la logica del dirigente, ma tanto non basta ai lavoratori in virtù di un «dettaglio»: Ses è di proprietà Eni e l’Eni si dovrebbe far carico comunque della società. Così non per loro. «Per la continuità del lavoro - continua Santoro - loro potranno essere impegnati in altre attività della Sud Elettra che ha con Eni un contratto a livello nazionale». Ma, mentre Sud Elettra preferisce non commentare, resta il fatto che con uno stipendio di circa 950 euro al mese, cambiare città non è proprio facile. «Stiamo facendo tutti gli sforzi per arrivare a una soluzione che accontenti tutti» fa sapere l’Eni che precisa, però, di «non voler interferire sulle scelte delle aziende terze». «La realtà - dicono i lavoratori - è che il nostro contratto ufficialmente è a tempo indeterminato, ma in realtà è fasullo. Ed è per questo che da questa azienda si fugge. Ex Valteco in Sud Elettra siamo arrivati in 29, ora 6 si sono già licenziati e un altro paio lo faranno a breve. Così è impossibile». Il loro sogno? Essere assunti dall’Eni. Cioè fare lo stesso lavoro ma pagati meglio e con più garanzie.
Giovanni Rivelli
La Gazzetta del Mezzogiorno |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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