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| «L'Italia salvi Sayed» |
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15/07/2008 |
| da La Gazzetta del Mezzogiorno
Salviamo Sayed Perwiz Kambakhsh il giornalista afhgano attualmente detenuto nel carcere di massima sicurezza di Kabul condannato a morte in primo grado per blasfemia con l’accusa di aver diffuso un testo tratto da internet sui diritti delle donne. La Gazzetta da questo momento apre una petizione tra i lettori e gli internauti. Ecco il modulo da inviare al giornale che invieremo poi alle autorità del nostro Paese.
« La mia condanna a morte si basa sul nulla. Non ho mai commesso alcun reato. La sentenza è solo una vendetta contro la libertà di stampa e contro i giornalisti».
Così si è espresso in un’intervista esclusiva al Tg1 avvenuta nel carcere di massima sicurezza di Kabul, Sayed Perwiz Kambakhsh, il giovane giornalista afghano condannato a morte in primo grado per blasfemia con l’accusa di aver diffuso un testo tratto da internet sui diritti delle donne.
Kambaksh, vestito di una tunica bianca e apparso in buone condizioni di salute, ha avuto un breve scambio di battute con il giornalista del Tg1, interrotto dopo pochi minuti dalle autorità del carcere. « Credo di essere stato arrestato per vendetta, dopo che mio fratello, anche lui giornalista, aveva svelato traffici illeciti di un signore della guerra» sono le sue ultime battute.
La battaglia per lo scagionamento da ogni accusa e per la sua liberazione è condotta in prima persona dal fratello Yaqub Ibrahimi, che è venuto più volte in Italia ricevendo il sostegno di tutta la stampa italiana.
In un udienza del processo di appello contro la sentenza di condanna a morte, svoltasi il 15 giugno scorso al tribunale di Kabul, è stato confermato dalla perizia medica disposta dalla Corte che Kambakhash era stato torturato in carcere dopo l'arresto, avvenuto nell’ottobre scorso, nel tentativo di estorcere una qualche confessione. La condanna a morte in primo grado è stata emessa a Mazar-I-Sharif il 22 gennaio scorso.
Fate copia-incolla di questo indirizzo e vi collegherete al modulo da scaricare per la petizione:
http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/oggetti/26203.pdf |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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