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La voce della Politica

''A Melfi i lavoratori convocati e rimandati a casa''

29/06/2026

Quello che è accaduto nello stabilimento Stellantis di Melfi il 26 giugno non è un disguido organizzativo, ma il volto più nudo di un modello industriale che ha smesso di considerare il lavoro come qualcosa di diverso da un costo da comprimere all’occorrenza. Le lavoratrici e i lavoratori del secondo turno si erano presentati regolarmente. Solo alle 13:45, quando molti erano già dentro lo stabilimento, è arrivata la comunicazione che il turno non si sarebbe svolto per mancanza di materiali, e che tutti erano dispensati dalla prestazione. Alcuni sono riusciti a rientrare a casa; altri, senza un mezzo per tornare, sono rimasti bloccati in fabbrica, in attesa, senza alcuna responsabilità propria. È un’immagine che andrebbe guardata a lungo prima di pronunciare la parola “rilancio”: uomini e donne chiamati al lavoro e poi respinti indietro, come se il loro tempo, i loro spostamenti, la loro vita familiare non avessero alcun peso.

La FIOM-CGIL ha avuto ragione a non fermarsi all’episodio, e noi raccogliamo quella denuncia portandola dove deve arrivare: nelle responsabilità politiche e industriali. La prima richiesta è elementare e va sostenuta senza ambiguità: chi è riuscito a tornare a casa sia coperto dagli ammortizzatori sociali, e chi è stato costretto a restare in stabilimento, rimanendo di fatto a disposizione dell’azienda, percepisca l’intera normale retribuzione. Ma il punto vero comincia dopo, quando ci si chiede perché tutto questo continui ad accadere, e con quale frequenza.

Da troppo tempo le sospensioni dei turni vengono comunicate all’ultimo momento, trasformando l’organizzazione del lavoro in una emergenza permanente (per non parlare del peggioramento delle condizioni di lavoro così come riportato, sommessamente, da operaie e operai; dalle condizioni igieniche fino alle temperature raggiunte all’interno dello stabilimento). È il meccanismo che la FIOM ha definito, con esattezza, lavoro “a chiamata”: la disponibilità della persona ridotta a variabile residuale, attivata o congedata in base alle convenienze del momento. Non è un modello industriale moderno; è il rovesciamento del rapporto tra impresa e lavoro, in cui tutta la flessibilità — e tutto il rischio — viene scaricata su chi sta in fondo alla catena e non decide nulla. Una persona non può vivere senza sapere, fino a poche ore prima, se quel giorno lavorerà oppure no. Questo non riguarda soltanto la busta paga: riguarda la possibilità stessa di organizzare una vita.

C’è però una causa che sta a monte di tutte le altre: la gran parte delle fermate produttive dipende dalla mancanza di componenti realizzati al di fuori dell’area industriale di Melfi. È qui che la vicenda smette di essere una cronaca di disagi e diventa una questione strategica. Una filiera lontana dallo stabilimento significa maggiore esposizione logistica, approvvigionamenti più fragili, interruzioni più frequenti, ricorso più ampio alla cassa integrazione. Significa, in una parola, fragilità strutturale. E quella fragilità, puntualmente, viene pagata dai lavoratori con le sospensioni improvvise di cui il 26 giugno è soltanto l’ultimo esempio. Rafforzare l’indotto del territorio non è una rivendicazione localistica: è la condizione perché lo stabilimento stesso sia più stabile, la produzione più continua, l’occupazione più difesa.

È esattamente su questo punto che le scelte di Stellantis vanno messe a confronto con le sue stesse parole. Il gruppo guidato da Antonio Filosa ha presentato il piano FaSTLane come un disegno di rilancio, di investimenti, di futuro per i propri stabilimenti italiani, Melfi compreso. Le slide illustrate nelle grandi platee internazionali non parlano delle 13:45 del 26 giugno, di un operaio del secondo turno rimasto chiuso nello stabilimento perché non aveva un modo per tornare a casa. Eppure è lì, in quel dettaglio, che si misura la distanza tra la Stellantis annunciata e la Stellantis reale. E di quella distanza Filosa deve rispondere.

Alessia Araneo, Viviana Verri (Consigliere regionali – Movimento 5 Stelle Basilicata)



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