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San Paolo definito “camerata”, la dura lettera di undici sacerdoti a Vannacci

19/08/2026

Undici sacerdoti intervengono sulle recenti dichiarazioni di Roberto Vannacci, contestando l’accostamento tra San Paolo e il termine “camerata” e denunciando quella che definiscono una strumentalizzazione politica della figura dell’apostolo. Nella lettera, i firmatari richiamano il messaggio paolino di solidarietà, uguaglianza e accoglienza, invitando a non piegare le Sacre Scritture alle logiche del confronto politico.



Egregio Generale Vannacci,
Le scriviamo come sacerdoti, quotidianamente impegnati a servire il Vangelo, per esprimere il nostro profondo dissenso e sconcerto di fronte alle sue recenti dichiarazioni.
Ci riferiamo, nello specifico, alla conferenza stampa tenutasi alla Camera dei Deputati nei giorni scorsi, per presentare le proposte politiche ed energetiche del movimento “Futuro Nazionale”, durante la quale Lei ha esplicitamente definito l’apostolo Paolo come un “camerata”, richiamando un fantomatico “principio economico paolino” che troverebbe fondamento sulle parole dell’apostolo delle genti: “chi non vuol lavorare neppure mangi”, per giustificare l‘abolizione o il forte ridimensionamento dei sussidi sociali.
Orbene, associare la figura di San Paolo a un termine storicamente legato a ideologie totalitarie e di parte – per di più all’interno del programma di una fazione politica – rappresenta una grave e inaccettabile strumentalizzazione della fede. Si tratta di una lettura anacronistica che nega la natura profonda della missione dell’apostolo. La citazione da Lei utilizzata – tratta dalla Seconda Lettera ai Tessalonicesi (3,10) – viene completamente decontestualizzata e trasformata in uno slogan economico per un manifesto d’esclusione sociale. San Paolo non stava dettando regole di economia politica per uno Stato, né invocava punizioni contro i poveri. Si rivolgeva a una comunità cristiana primitiva esortandola alla responsabilità fraterna e al dovere morale di non essere di peso agli altri, affinché la carità potesse risplendere. Piegare quel versetto per colpire chi si trova in condizioni di marginalità, significa dimenticare l’immenso corpus paolino sulla solidarietà. San Paolo, che Lei maldestramente cita, è lo stesso che amava ripetere: “vi è più gioia nel dare che nel ricevere” (Atti 20,35) e che esortava con forza i credenti a farsi carico dei bisognosi: “La vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza” (2 Corinzi 8,14).
San Paolo non è stato l’esponente di un pensiero politico, né il militante di una fazione contrapposta a qualsivoglia nemico umano. Egli è l’uomo dell’incontro, consapevole che la croce di Cristo ha abbattuto ogni muro di divisione del suo tempo (cfr. Ef 2,14)), annunciando tra l’altro, che “non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù” (Galati 3,28). Il suo messaggio è l’esatto contrario di qualsiasi ideologia basata sulla supremazia, sull’esclusione o sulla divisione in blocchi contrapposti. La parola “camerata” richiama dinamiche di appartenenza chiusa, cameratismo militare e militanza politica del Novecento a lei, evidentemente, molto congeniali. San Paolo, al contrario, parlava di “fratelli” e “sorelle”, estendendo questa dignità a ogni essere umano, senza distinzione di razza, cultura o ceto sociale. La sua unica sottomissione era rivolta a Cristo, il suo unico e quotidiano impegno era il servizio umile ed efficace della carità che “tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1 Corinzi 13,7).
Come sacerdoti non possiamo assistere in silenzio al tentativo di arruolare i santi della Chiesa sotto le bandiere del dibattito elettorale, né di vederli accostati a slogan di partito pronunciati nelle aule delle istituzioni. La figura di San Paolo appartiene a tutti ed è un patrimonio di salvezza universale che scuote le coscienze, non un simbolo da piegare alle retoriche di parte.
La invitiamo, pertanto, a rispettare la sacralità delle Scritture e la storia della Chiesa, ricordando le parole stesse dell’apostolo: “nessuno cerchi il proprio interesse, ma ciascuno quello degli altri” (1 Corinzi 10,24).
Le Sacre Scritture non si prestano a essere ridotte a un manifesto politico.

Don Ennio Stamile
Don Marcello Cozzi
Don Tonio Dell’Olio
Don Giorgio Pisano
Don Franco Corbo
Don Antonio Marrapodi
Don Lorenzo Langella
Don Paolo Viggiano
Don Francesco Carlino
Don Enzo Chiodo
Don Attilio Foscaldi



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