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Maratea: il Palio dei Gozzi è il rito che tiene insieme la comunità

27/06/2026

A Maratea, il ritorno del Palio dei gozzi ha rappresentato un importante recupero della memoria marina locale. Al centro dell’iniziativa ci sono, appunto, i cosiddetti gozzi: antiche imbarcazioni in legno molto robuste, adatte al mare ed utilizzate nel passato per la pesca. Rimaste per anni ferme e, sono state ora recuperate, dopo, un attento lavoro di restauro, sono tornate a solcare il mare durante i festeggiamenti in onore della Madonna di Porto Salvo.

Una tradizione indagata dalla psicologa Francesca Caputo


Maratea rema nel suo inconscio. La Madonna, il mare e la sfida a colpi di remo: il 25 giugno non è solo sport, è psicoanalisi collettiva a cielo aperto.
Alle 15 in punto quando il primo gozzo ha tagliato il traguardo davanti alla Rotonda del porto, Maratea non ha vinto solo una gara. Ha esorcizzato un fantasma. Perché il Palio dei Gozzi, che ogni anno torna per la Madonna di Porto Salvo, è molto più che una regata: è il modo con cui un’intera comunità si tuffa nel proprio inconscio e torna a riva, viva.
Guardateli i rematori. Uomini che sfidano il mare con barche “panciute” come grembi materni, che penetrano l’acqua a ritmo di muscoli e fiato. Freud ci direbbe che stanno “sublimando”: trasformano l’antica rivalità tra pescatori, la paura del naufragio, l’aggressività verso il padre-mare, in gesto atletico. Jung aggiungerebbe che quel mare è la “Grande Madre”, l’inconscio collettivo da cui tutti veniamo. E loro, remando, provano a non farsi inghiottire.
Ma il vero colpo scena è prima e dopo la gara. Alle 10:00 c’è l’omaggio floreale alla Madonna e la benedizione degli equipaggi. Alle 19:00 la Messa e la benedizione dei gozzi. Senza quel permesso della Madre, la sfida sarebbe solo “thanatos” desiderio di morte. È lei, la Madonna di Porto Salvo, a trasformare la trasgressione edipica- lasciare il porto, sfidare le onde- in rito. È il “Super-io” benevolo che dice: “Vai, ma ricordati da dove vieni”.
E così il Palio diventa il copione che Maratea si racconta ogni anno per non impazzire. Viviamo in un lembo di Basilicata, sospeso tra scogli e turismo globale, tra identità lucana e mondo che cambia, il rito ci ripete: angoscia, sfida, assoluzione, festa. Prima l’adrenalina delle prove di velocità, poi il silenzio della gara, infine la degustazione di piatti ittici: il pasto totemico in cui simbolicamente il mare-padre e fa pace con se stessa.
Ieri mentre l’ultimo gozzo rientrava e le campane della Chiesa del Porto suonavano, un anziano pescatore mi ha detto: “Senza Palio il mare se ci mangia”. Aveva ragione. Il Palio è l’oggetto transizionale di Winnicott per un paese intero: sta a metà tra padre e figlio, tra passato e futuro, è la base sicura che ci permette di galleggiare.
La Siritide, terra di Siris e di miti, guarda a Maratea il 25 giugno. Perché qui il mito di fa remo e l’inconscio prende il largo per poi tornare, ogni volta, un po' più umano.
Chiudo con le parole della dottoressa Annalisa Cutro, psicologa psicoanalista lucana, di Potenza, “Ho fatto un’esperienza emotiva. Sviluppi /Emergenze comprensibili di O in K.”
Ecco il Palio è proprio questo un’emergenza comprensibile di “O,” l’inconscio ignoto che diventa “K,” conoscenza condivisa a colpi di remo.

Francesca Caputo
Psicologa clinica e Psicoterapeuta
Psicoanalitica e Gruppoanalitica in formazione



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