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| Rotonda: ‘L'inconscio in Piazza’, una lettura psicoanalitica del rito arboreo |
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20/06/2026 | Un lungo viaggio introspettivo nella psiche umana, attraverso le celebrazioni in onore del Santo Patrono. Sono tanti gli spunti di riflessione proposti dalla dottoressa Francesca Caputo, psicologa e psicanalista, di quella che ha definito come “una lettura attraverso le lenti della psicoanalisi” del rito arboreo di Sant'Antonio a Rotonda, concluso esattamente una settimana fa. Un’analisi molto profonda, che tuttavia non vuole sminuire il significato religioso della ricorrenza.
L'inconscio in piazza
Una lettura psicoanalitica del rito arboreo di Sant'Antonio a Rotonda
Il rito come testo da interpretare
Ogni anno, tra l'8 e il 13 giugno, il paese di Rotonda, nel cuore del Parco Nazionale del Pollino, rinnova uno dei riti arborei più antichi e complessi della Basilicata: il “matrimonio” tra “a Pitu”, un grande faggio, e “a Rocca”, la cima di un abete bianco, che vengono abbattuti nel bosco, trasportati a valle con sei giorni di fatica collettiva e infine innalzati insieme nella piazza principale del paese, dove rimarranno per un anno intero.
Letto con gli strumenti della psicoanalisi, un rito di questo tipo può essere considerato come un grande “testo” simbolico, al pari di un sogno o di un mito: una formazione collettiva nella quale prendono forma, in modo condensato e spostato, contenuti che la cultura non elabora altrove con altrettanta intensità. Come un sogno individuale, il rito non “dice” direttamente ciò che significa, ma lo mette in scena attraverso immagini, gesti e simboli che vanno decifrati. In questo senso, il rito arboreo di Rotonda può essere interrogato secondo almeno tre prospettive complementari: quella junghiana dei simboli e degli archetipi, quella freudiana del desiderio e della rimozione, e quella più sociale-rituale della funzione catartica e del rito di passaggio.
L'albero come simbolo dell'Io e del Sé
Nella tradizione simbolica studiata da Carl Gustav Jung, l'albero è una delle immagini più ricorrenti e potenti dell'inconscio collettivo. Con le radici affondate nella terra e i rami protesi verso il cielo, l'albero rappresenta il collegamento tra ciò che è sepolto, oscuro, istintuale (l'inconscio) e ciò che è luminoso, spirituale, cosciente. È, in altre parole, una delle immagini più immediate del Sé: la totalità psichica che comprende sia la coscienza dell'Io sia le profondità dell'inconscio.
Nel rito di Rotonda, questa immagine viene letteralmente “agita”: l'albero non è soltanto guardato o venerato, ma viene cercato nel bosco, scelto, abbattuto, spogliato dei rami, trasportato con immenso sforzo e infine rialzato in un luogo nuovo, la piazza, che è il centro sociale e simbolico della comunità. Questo percorso – dal bosco selvaggio al centro abitato, dall'orizzontale (l'albero caduto, trasportato a terra) alla verticalità (l'albero rialzato) – può essere letto come una vera e propria drammatizzazione del processo che Jung chiamava “individuazione”: il cammino attraverso cui un contenuto inconscio, informe e selvaggio, viene portato alla luce, lavorato, e infine integrato in una nuova forma stabile e visibile a tutti.
Non è un caso che l'albero scelto debba essere il più bello, il più imponente: si tratta di un oggetto che deve essere “all'altezza” di rappresentare qualcosa di centrale per l'intera comunità. La sua permanenza in piazza per un anno intero, prima di essere sostituito, suggerisce poi che questo processo non sia un evento isolato, ma un ciclo: ogni anno la comunità ha bisogno di rinnovare la propria immagine simbolica centrale, come se un'unica elaborazione non fosse mai definitiva, ma richiedesse una continua riattualizzazione.
2. “A Pitu” e “a Rocca”: l'unione degli opposti
Il momento culminante del rito è il “matrimonio” tra i due alberi: “a Pitu”, il faggio, identificato come elemento maschile, e “a Rocca”, la cima dell'abete, identificata come elemento femminile. I due tronchi vengono uniti e innalzati insieme, in un gesto che la tradizione locale lega esplicitamente alla fecondità e alla prosperità del raccolto.
Da un punto di vista psicoanalitico, questo “matrimonio sacro” tra principio maschile e principio femminile richiama in modo molto diretto il concetto junghiano di coniunctio oppositorum, l'unione degli opposti che nella tradizione alchemica simboleggia il superamento delle scissioni interne della psiche. Animus e anima – le componenti maschili e femminili presenti, secondo Jung, in ogni psiche umana indipendentemente dal sesso biologico – trovano qui una rappresentazione collettiva e pubblica della loro possibile integrazione.
Ciò che rende questo rito particolarmente interessante è il fatto che l'unione non avvenga in modo “naturale” o spontaneo, ma attraverso un lavoro enorme, faticoso, quasi violento: gli alberi vengono abbattuti con la forza, trascinati, squadrati, e poi fissati insieme con tecniche complesse. L'integrazione degli opposti, suggerisce il rito, non è un dato di partenza ma una conquista, il risultato di un lavoro collettivo che richiede tempo, fatica e cooperazione. È un messaggio che la psicoanalisi conosce bene: l'equilibrio psichico non è uno stato naturale e immediato, ma un processo che va costruito e rinnovato.
La fecondità che il rito promette, dunque, può essere intesa su due livelli che si sovrappongono senza contraddirsi: quello agricolo, concreto, legato al raccolto e alla sopravvivenza materiale della comunità montana; e quello simbolico-psichico, legato alla capacità della comunità di “generare” coesione, identità e senso a partire dall'incontro – spesso difficile – tra forze diverse e talvolta contrapposte.
Il viaggio nel bosco: la discesa nell'inconscio
I sei giorni del rito hanno una struttura quasi narrativa, che ricorda lo schema del viaggio dell'eroe descritto da molte letture junghiane del mito: una partenza dal mondo conosciuto (il paese), un allontanamento verso un luogo “altro” e pericoloso (il bosco, la montagna, la notte), una prova faticosa (l'abbattimento e il trasporto degli alberi) e infine un ritorno trionfale (l'arrivo in piazza e l'innalzamento).
Il bosco, in questa lettura, non è soltanto un luogo geografico ma anche un luogo simbolico: è lo spazio “selvatico”, non addomesticato, che nell'immaginario psicoanalitico corrisponde spesso all'inconscio non ancora elaborato. Il fatto che il rito abbia inizio di notte, con i “roccaioli” che si inoltrano nel bosco al buio per scegliere e abbattere l'albero, rafforza questa lettura: è un viaggio che avviene al di fuori della luce della coscienza ordinaria, in un tempo e in uno spazio sospesi, dedicati al contatto con qualcosa che normalmente resta fuori dalla vita quotidiana del paese.
Il ritorno, che avviene attraverso un percorso lungo e faticoso scandito da canti, litanie, suoni di zoccoli nel fango, segna il progressivo “addomesticamento” di ciò che è stato prelevato dal bosco: l'albero selvatico diventa, passo dopo passo, l'albero del paese, l'albero “di tutti”. È un movimento che la psicoanalisi potrebbe descrivere come il passaggio di un contenuto dall'inconscio – individuale o collettivo – alla coscienza condivisa, attraverso un processo lento, faticoso, mai immediato.
La fatica condivisa come rito di passaggio
Lo schema dei riti di passaggio elaborato dall'antropologo Arnold van Gennep – separazione, fase liminale, reintegrazione – è stato più volte ripreso dalla psicoanalisi per descrivere i grandi passaggi della vita psichica: la nascita, l'adolescenza, il lutto, ogni trasformazione profonda dell'identità. Il rito di Rotonda applica questo schema non al singolo individuo, ma all'intera comunità.
La fase di separazione corrisponde all'allontanamento verso il bosco e alla rottura della routine quotidiana del paese. La fase liminale – la più lunga e la più carica di significato – è il trasporto degli alberi: un periodo in cui le persone si fondono in gruppi (“le porfiche”), perdono in parte la propria individualità per diventare parte di un corpo collettivo che tira, spinge, canta, prega. È un momento di indifferenziazione, in cui i confini tra l'Io individuale e il “noi” della comunità si allentano, in un'esperienza che ricorda per certi aspetti ciò che la psicoanalisi di gruppo definisce “regressione al servizio dell'Io”: una temporanea perdita di confini individuali che, lungi dall'essere patologica, serve a rinsaldare il legame sociale e a permettere l'elaborazione di contenuti che il singolo, da solo, non potrebbe affrontare.
La fase di reintegrazione è infine l'arrivo in piazza, l'innalzamento dell'albero, la festa pubblica: il gruppo, attraversata la prova, ritorna alla vita ordinaria portando con sé qualcosa di nuovo – letteralmente, l'albero – che viene collocato al centro della comunità come segno visibile della trasformazione avvenuta.
Il corpo malato e l'albero: il sintomo cerca un linguaggio
Un elemento particolarmente denso di significato è la pratica, riportata dalle cronache locali, dei fedeli che, gravati da malattie, camminano sul tronco dell'abete chiedendo la grazia per intercessione del Santo. In questo gesto si può leggere un movimento molto antico e molto umano: l'affidamento del corpo sofferente a un oggetto simbolico carico di significato collettivo.
Dal punto di vista psicoanalitico, il sintomo corporeo – specialmente quando non trova altre vie di espressione o di cura – cerca spesso un linguaggio simbolico per essere comunicato e, in parte, alleviato. Il contatto fisico con l'albero “sacro”, appena consacrato dal rito collettivo, può funzionare come una sorta di transfert: il dolore individuale, normalmente isolante, viene messo in relazione con un simbolo che appartiene a tutti, e attraverso questo passaggio diventa, almeno per un momento, condivisibile. Non si tratta di una “cura” nel senso medico, ma di un'operazione simbolica che può comunque avere un effetto reale sul vissuto della persona: il dolore non viene più portato in solitudine, ma viene depositato, anche solo per un istante, in un oggetto e in un contesto che lo accolgono.
Accanto a questo gesto, la tradizione racconta anche di fedeli che tentano la “scalata” dell'albero appena innalzato: un atto che può essere letto come il suo opposto complementare. Se camminare sul tronco esprime la resa, l'affidamento, la richiesta di aiuto, la scalata esprime invece la sfida, l'affermazione dell'Io, la prova di sé davanti alla comunità e davanti al simbolo. Nello stesso rito convivono dunque due movimenti psichici fondamentali e complementari: l'arrendersi e il misurarsi, la richiesta di grazia e l'affermazione di forza.
Sotto la devozione, la Grande Madre
Le fonti locali sottolineano in modo esplicito l'origine pagana del rito, successivamente “cristianizzata” e ricondotta alla figura di Sant'Antonio. Questo tipo di sovrapposizione – un culto antico che sopravvive sotto le vesti di una devozione più recente – è un fenomeno ben noto e può essere letto, in chiave psicoanalitica, come la persistenza di uno strato più profondo e arcaico dell'immaginario collettivo sotto la superficie più “accettabile” e organizzata della religione ufficiale.
L'albero prelevato dal bosco, legato alla fertilità della terra e al ciclo delle stagioni, evoca l'immagine archetipica della Grande Madre: la natura come origine, nutrimento e, insieme, forza selvaggia da cui l'uomo dipende e che non può controllare del tutto. Il “matrimonio” dell'albero in piazza, sotto la protezione di un Santo maschile, può essere letto come il tentativo della comunità di mettere in relazione, e in qualche modo di “contenere”, questo rapporto arcaico con la natura-madre all'interno di una cornice rassicurante, ordinata, sorvegliata dalla figura paterna e protettiva del Santo. Convivono così, nello stesso evento, due livelli simbolici: quello più antico e arcaico, legato alla terra e alla fecondità, e quello più recente, religioso e “paterno”, che lo accoglie senza eliminarlo del tutto.
La festa come catarsi e come ripetizione
Nel suo insieme – canti, musica, danza, fatica fisica condivisa, momenti di intensa commozione collettiva – il rito arboreo di Rotonda può essere letto come un grande dispositivo catartico: un'occasione in cui tensioni accumulate durante l'anno, individuali e collettive, trovano una via di scarica socialmente accettata e condivisa. La catarsi, nel senso che la psicoanalisi eredita dalla tragedia greca e da Freud stesso, non è semplicemente “liberazione”, ma elaborazione attraverso la rappresentazione: ciò che viene messo in scena permette di guardare, a distanza simbolica, contenuti che nella vita quotidiana sarebbero troppo carichi o troppo difficili da affrontare direttamente.
Il fatto che il rito si ripeta ogni anno, sempre nello stesso periodo e secondo la stessa struttura, introduce infine il tema della ripetizione. Nella clinica psicoanalitica la ripetizione può avere una funzione patologica, quando si limita a riprodurre senza trasformare; ma può anche avere una funzione profondamente elaborativa, quando ogni ripetizione permette di tornare su un contenuto centrale aggiungendovi qualcosa di nuovo, lavorandolo ulteriormente. Il rito di Rotonda appartiene chiaramente a questa seconda categoria: ogni anno la comunità ripercorre lo stesso schema – bosco, fatica, matrimonio, innalzamento – ma lo fa con persone diverse, in condizioni diverse, in un tempo che è sempre, per definizione, nuovo. La ripetizione diventa così non immobilità, ma il modo in cui una comunità continua, anno dopo anno, a rinnovare il proprio legame con le proprie origini, con la propria terra e con se stessa.
Conclusione
Letto attraverso le lenti della psicoanalisi, il rito arboreo di Sant'Antonio a Rotonda appare come molto più di una semplice festa popolare o di un'attrazione folkloristica: è una grande opera collettiva, costruita nel tempo da generazioni di persone, che continua a mettere in scena – con il linguaggio universale del simbolo – alcuni dei temi più profondi della vita psichica umana: l'incontro tra opposti, il rapporto tra individuo e gruppo, il legame con la natura e con le proprie origini, il bisogno di rinnovamento periodico, la ricerca di un senso condiviso davanti alla fatica e al dolore.
Queste letture, naturalmente, non intendono in alcun modo sostituire o ridurre il significato religioso e devozionale che il rito ha per la comunità di Rotonda, per la quale esso resta prima di tutto un atto di fede e di fedeltà verso Sant'Antonio e verso la propria storia. Esse offrono però una prospettiva complementare, che permette di apprezzare come un rito antico, profondamente radicato in un territorio specifico, possa continuare a parlare – con la forza intatta del simbolo – anche alle dinamiche più profonde e universali della psiche umana.
Lasiritide.it
(Foto: Rotonda-Destinazione Pollino) |
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