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| Dalla D in Eccellenza, la fine dei giochi i perché della crisi del calcio lucano |
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25/08/2009
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| E’ un po’ come la depressione da «sfidanzamento», quella che ti porta a dire: ora basta, voglio starmene da solo. Così, dopo una stagione – magari pure due, sofferte – in serie D e un’onerosa retrocessione in Eccellenza, le società lucane si sciolgono come ghiaccioli al sole d’agosto. E’ successo lo scorso anno a Lavello e H. Venosa, è successo allo S. Genzano, che solo nella fusione con il Banzi ha trovato nuovo refrigerio, nuova linfa per andare avanti. L’equazione è semplice: entusiasmo uguale soldini. Senza, non si cantano messe. «Se una diecimila euro li dividi per mille, l’onere è di dieci euro a testa. Se li dividi per tre, allora diventa più difficile trovarli» dice Vincenzo Pellegrino, ex presidente dell’Ho - ratiana. «Una squadra deve essere un bene di tutti. Non si vive di sola euforia iniziale: la società è come un bambini, si fa crescere assieme. Qui la gente pensava di andare al cinema – si rammarica Pellegrino – e una volta che il film non gli piaceva più, ha smesso di frequentare lo stadio».
A Lavello, nel 2008, è successa la stessa cosa. «Siamo rimasti soli – racconta Michele Calice, ex dirigente gialloverde – con il Comune che non ha potuto neppure darci una mano a iscriverci in Eccellenza. Ma al di là di questo, avremmo lasciato comunque. Avevamo perso entusiasmo, non c’erano forze fresche». A Lavello si erano prodotte negli ultimi anni tante divisioni, quanti erano i gruppi imprenditoriali. A Genzano, per salvare il calcio, hanno invece abbattuto il «campanile», unendo le forze agli appassionati di Banzi. «Abbiamo capito che la cosa migliore fosse rigenerare – dice Donato Nei, ex presidente dello Sporting – e l’idea arrivata da Banzi era la migliore. Ho avvertito perdita di entusiasmo intorno e questo mi ha spinto a cercare una soluzione diversa. Speriamo sia quella giusta».
Antonio Palumbo
Gazzetta del Mezzogiorno |
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Non con i miei soldi. Non con i nostri soldidi don Marcello CozziParlare di pace in tempi di guerra è necessario, ma è tardi.
Non bisogna aspettare una guerra per parlarne. Bisogna farlo prima.
Bisogna farlo quando nessuno parla delle tante guerre dimenticate dall'Africa al Medio Oriente, quando si costruiscono mondi e società sulle logiche tiranniche di un mercato che scarta popoli interi dalla tavola dello sviluppo imbandita solo per pochi frammenti di umanità; bisogna farlo quando la “frusta del denaro”, come ...-->continua
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