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Archeologo: “professionista non riconosciuto ed eternamente precario”

27/01/2011

In Italia, il Paese che secondo l'UNESCO possiede il maggior patrimonio archeologico e culturale al mondo, l’archeologo è un “professionista non riconosciuto, eternamente precario”. E’ la triste realtà che l’Associazione Nazionale Archeologi registra e denuncia costantemente con congressi nazionali, conferenze, tavole rotonde, articoli e petizioni volti a sensibilizzare il mondo politico-istituzionale, spesso sordo al problema. Nell’immaginario comune l’archeologo è professione nota e teoricamente rispettata, ma paradossalmente nella legislazione italiana tale professione non è in alcun modo considerata. Non vi sono normative che ne regolamentano la formazione accademica, gli ambiti d’interesse, le modalità lavorative e che ne definiscano l’identità professionale. Pertanto, nel Belpaese per fare l’archeologo non è necessario alcun requisito accademico e professionale specifico. Eppure, solo grazie al contributo di migliaia di professionisti archeologi, che ogni giorno operano nei cantieri di tutta Italia come liberi professionisti o all’interno di società e cooperative archeologiche, è possibile dare attuazione al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, in osservanza al dettato costituzionale. In Italia gli archeologi sono tra i professionisti più qualificati: laurea (quadriennale del V.O. o Specialistica del N.O.) + dottorato di ricerca e/o specializzazione e anni di esperienza sul campo, ma anche i più precari e, data l’assenza del riconoscimento istituzionale e della regolamentazione della professione, i più sfruttati, ma è a questi soggetti che, di fatto, lo Stato delega le proprie funzioni di tutela del patrimonio archeologico italiano, soprattutto in relazione agli interventi di archeologia preventiva o di emergenza legati alla realizzazione di grandi e piccole opere infrastrutturali, pubbliche o private (metropolitane, autostrade, linee ferroviarie, lavori di urbanizzazione, edilizia, impianti per la produzione di energia alternativa, ecc.). La discontinuità e precarietà del lavoro costringe un archeologo su tre (37%) a svolgere parallelamente altri lavori e oltre la metà degli archeologi (55%) cambia lavoro entro quattro/cinque anni: tutto ciò dopo minimo sette/otto anni di formazione accademica e professionale. Tale realtà è dovuta al concorso di più cause, tra le quali: il rigido e atavico sistema organizzativo ministeriale; la totale assenza di un reale ricambio generazionale nella direzione e nell’organico delle Sovrintendenze, spesso prive di figure professionali qualificate in ambito scientifico; la gestione dei Musei, spesso basata su vecchie metodologie che non permettono il rinnovamento e l’accesso di archeologi o di società e cooperative di archeologi qualificati, la cui presenza all’interno di tali strutture garantirebbe, invece, una innovazione didattico - scientifica, contribuendo ad un maggiore afflusso turistico e, quindi, economico; le non trasparenti procedure di reclutamento degli archeologi, lontane dai criteri meritocratici, spesso eseguite su base “discrezionale”, o, come nel caso dell’Archeologia preventiva, solo sulla base dei titoli accademici e senza alcuna considerazione delle esperienze professionali maturate sul campo. Si determina così, nei confronti dei professionisti qualificati, una scorretta concorrenza a favore di soggetti non qualificati, con professionalità prive di competenze specifiche e una svalutazione delle competenze e delle esperienze degli archeologi che, pur avendo accettato la sfida della libera professione e di una concezione flessibile del lavoro, vedono svilita la propria professionalità, dopo aver dedicato anni alla formazione e all'acquisizione di competenze specialistiche. L’assenza di regolamentazione comporta, inoltre, l’impossibilità per gli archeologi di godere dei diritti più elementari che spettano ad ogni lavoratore, come quelli sulla sicurezza bei luoghi di lavoro, della malattia e maternità retribuite, degli indennizzi di disoccupazione nei periodi di sospensione dei cantieri, ecc.. La costituzione in Italia di un elenco degli archeologi presso il MIBAC, accessibile esclusivamente a persone in possesso di adeguati requisiti di studio e professionali, è tra i progetti più importanti che l’Associazione Nazionale Archeologi porta avanti da anni, che, pur consapevole degli ostacoli politici, istituzionali e del mercato del lavoro, è fermamente convinta che in tal modo gli archeologi non sarebbero più considerati dei professionisti di Serie B, figure scomode, chiamati a collaborare a lavori già iniziati, ma figure fondamentali
per produrre sviluppo culturale ed economico grazie alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio archeologico italiano. La presenza al fianco delle Soprintendenze non di personale eternamente precario e dalla breve vita professionale, ma di archeologi professionisti, qualificati e istituzionalmente riconosciuti, consentirebbe un più capillare e costante monitoraggio dello stato di salute del bene archeologico, l’individuazione e la denuncia di potenziali attività illegali, come gli scavi clandestini e i traffici internazionali di reperti archeologici, nonché un coinvolgimento attivo e maggiore conoscenza e consapevolezza delle comunità locali alla difesa del patrimonio culturale, base delle proprie radici storiche.

Tsao Cevoli Presidente Nazionale, Associazione Nazionale Archeologi



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