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La voce della Politica

‘’Tempa Rossa rischia di essere il nuovo Sin lucano da bonificare’’

16/05/2018

È mia intenzione partire da Tempa Rossa per ricostruire le fallacità della legislazione ambientale italiana.
Rifiuti pericolosi come le acque di strato non possono essere immesse nel torrente Sauro, né si può continuare ad accettare con indifferenza il problema della radioattività naturale che può essere presente nei rifiuti petroliferi ben oltre il fondo naturale.
Un centro oli come quello di Tempa Rossa, costruito in montagna, in aree ricche di acqua, in un territorio altamente sismico e ad elevato rischio idrogeologico impone un livello di trasparenza per il quale Total, Regione e Ministeri risultano non pervenuti.
Persone ed alimenti, sia vegetali che animali, devono entrare in un circuito di controlli ordinari e pubblici; occorre fare piena luce su una pratica che deve essere bandita, ossia il “logging” (studio) dei pozzi mediante l’utilizzo di sorgenti radioattive.
Occorre, in più, pubblicare la mappa delle analisi svolte per la baseline di Tempa Rossa, ove sappiamo comunque da fonti ufficiali, della diffusa contaminazione da sostanze tossiche e cancerogene nei pozzi privati ricadenti su Corleto Perticara, mentre i dati epidemiologici e sanitari stentano ancora ad arrivare.
Urge ripetere il tavolo pubblico con Total e porre fine alla strana circostanza per la quale il MATTM (Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e de Mare), dinanzi alle sue responsabilità –vista la tematica petrolifera- è ormai ad esclusivo appannaggio del MISE (Ministero dello Sviluppo Economico); dicastero, quest’ultimo, che si spinge anche nel settore dei controlli ambientali, spesso in costante pericolo di conflitto di interesse.
Insopportabile, poi, la gestione quasi privatistica delle informazioni sui pozzi custodite presso l’UNMIG (Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del MISE): l’autorità pubblica deve difatti chiedere alle compagnie petrolifere l’autorizzazione all’accesso agli atti, riconoscendo, quindi, come superiore, rispetto al diritto all’informazione, la proprietà industriale sui profili ingegneristici dei pozzi, o il resoconto degli incidenti, fughe di gas, cedimenti di pozzi, esiti delle ispezioni di polizia mineraria etc., lasciando di fatti la materia petrolifera a totale appannaggio delle compagnie, in barba a tutte le leggi sulla trasparenza e la terzietà dei controlli.
L’Italia e la Basilicata non possono continuare ad essere paradiso di trivellatori. In Basilicata si è perforato nei pressi di dighe, ospedali, centri abitati, aree agricole pregiate, alvei di fiumi e, soprattutto, all’interno dei bacini idrici di superficie e di profondità.
La Basilicata ha già fatto da cavia per il collaudo sperimentale di tecnologie e sostanze ancora in fase di sviluppo, come le perforazioni orizzontali, così come dimostrato dalla rivista di settore “One Petro”, dove si afferma che già nel 1999, in Val d’Agri, era noto che si sperimentavano perforazioni orizzontali non autorizzate, ricorrendo all’uso di acido cloridrico, fluoridrico e addensanti chimici vari. Una sperimentazione ampiamente visibile da anni in Basilicata, ma invisibile alle istituzioni ed ai controllori in balia dei controllati.


Senatore M5S Arnaldo Lomuti



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