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Recensione de "“Lultima Sposa di Palmira” del lucano Lupo

25/08/2011

Hanno scritto che a un vero scrittore non può non capitare di narrare almeno una volta in sua opera un mondo di morti. Se ciò è vero, non si ha alcuna difficoltà di assegnare a Giuseppe Lupo il passe-partout di scrittore-scrittore, giacché ne “Lultima Sposa di Palmira” (Marsilio) la morte aleggia sovrana. Ma va pur detto che se nel quarto romanzo (nella cinquina per il Super Campiello) dello scrittore lucano - il quale con puntualità sa convertire la narrazione in stile - il decesso degli uomini, il distrutto, le macerie delle abitazioni, la perdita del senso dell’ identità storica di una comunità la fanno da padrone, in contraltare vi riaffiora un creato di piccole storie che si contaminano dell’improbabile. Dell’inverosimile. “L’ultima Sposa di Palmira” riporta le lancette del tempo a trent’anni dietro, alla tragedia del terremoto che il 23 novembre del 1980 colpì duramente le popolazioni della Campania e Basilicata. A Palmira (che è un nome inventato ma si intuisce benissimo che si trova in Lucania) qualche giorno dopo il sisma, giunge da Milano un’ antropologa persuasa dall’idea che chi vuol fare bene il mestiere del conoscere i popoli deve andare e “cominciare da chi ha perso la casa o piange un parente sotto le macerie”. In un paese quasi del tutto raso al suolo e che di morti ne deve piangere pure tanti, la giovane studiosa allaccia amicizia con un anziano falegname, Mastro Gerusalemme, a cui le tristi conseguenze dell’evento sembrano non averlo assolutamente toccato. A lui l’unica cosa che interessa è portare a termine il mobilio della giovane Rosa Consilio che di lì a breve dovrà sposarsi. L’antropologa scopre che il mobilio a cui sta lavorando Mastro Gerusalemme è una sorta di documento in cui vi si può trovare rappresentata non solo le origini, la storia di questo entroterra lucano non riportato in nessuna cartina geografica, ma un “calendario di sogni” in cui scorrono profezie, strani fantasmi, prodigi (un ragazzo che scompare e viene ritrovato a parlare con gli uccelli, una donna che aspira a diventare più minuta per di finire nel presepe, chicchi di grano che vengono utilizzati per far miracoli, morti e vivi che di notte si scambiano sorrisi, sguardi e fiori…). Nel romanzo il diario dei giorni che la studiosa passa nella Palmira ridotta ad immensa catacomba e dove ritrova il suo primo amore (che poi sposerà) è un binario su cui in parallelo (e camminando a ritroso nella storia) fluisce un mondo di fantasia e leggende che si materializza sul legno del vecchio falegname. Un “gioco di incastri” in cui si accalca una marea di personaggi dai nomi pittoreschi tramite i quali Lupo ci apre ancora volta ad un pezzo di paesologia, ad un posto che non sembra interessare nessuno eppure riguarda tutti, che vive nella sua memoria reale ed irreale, e, spesso, il suo silenzio viene sconquassato dalle voci che arrivano dall’esterno. Quella di Lupo è una scrittura che quando si porge estende una mano al lettore il quale poi non tanto facilmente ne lascia la presa, e ciò si spiega perché nella girandola di storie, personaggi, fantasticherie qualche sorpresa non viene mai tradita.


Mimmo Mastrangelo



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