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Da Boris alla FIAT di Marchionne

29/01/2011

Oggi ci immergiamo nelle meravigliose pagine del dottor Zivago. Vale la pena sottolineare sin da subito che l’autore di questo capolavoro della letteratura mondiale fu perseguitato dal regime sovietico perché critico verso alcuni aspetti della rivoluzione d’ottobre e dello stesso regime. Come descrisse bene però il mondo della fabbrica nelle pagine del suo romanzo facendo rivivere, quasi visivamente, la grande forza che un movimento operaio e di popolo riesce ad esprimere quando decide di mettersi in moto. Ma gustiamolo senza ulteriori indugi un primo passo del grande narratore: “era un’asciutta giornata di gelo del principio di novembre, con un cielo calmo, d’un grigio plumbeo: radi fiocchi di neve da poterli contare, volteggiavano a lungo ed evasivamente prima di toccare il suolo e d’annidarsi poi, polvere grigia e lanuginosa, nelle buche della strada. Il popolo si riversava nella via. Una vera fiumana. Visi, visi e visi, paltò d’inverno imbottiti d’ovatta e berretti di pelo d’agnello, vecchi, studentesse e bambini, studenti dell’istituto ferroviario in uniforme, operai del parco tranviario e della centrale telefonica in stivali più alti del ginocchio e giubbe di cuoio, ginnasiali e studenti universitari”. Quanta forza in questo quadro! Quanta perfezione nella sua cornice: sotto un cielo cupo uomini cupi decidono di rivedere le regole che li costringono a vivere in uno stato di vessazioni, subalternità, disumanità quasi di schiavitù. Cosa manca alla società italiana di oggi per mostrare la propria forza? Alcuni protestano per la scuola, altri per la giustizia, altri ancora per la FIAT altri per la libertà di stampa e potremmo continuare fino alle stanche lagnanze presentate d’avanti al bar degli amici ma poi, tutto rimane sempre come prima. Personalmente credo che non manchi proprio nulla agli uomini e alle donne che costituiscono oggi la società italiana ma che al contrario ogn’uno di loro abbia qualcosa di troppo da difendere, molte volte immeritato o non guadagnato e ciascuno è terrorizzato al pensiero di perderlo e per questo è disposto, alla fine, ad abbassare sempre la testa. Quegli operai del 1917 invece, quegli studenti quei contadini non avevano nulla da perdere in quanto nulla gli era stato riservato in quella società al di fuori del ruolo di schiavo. E allora quel popolo di donne, vecchi, bambini operai studenti si strinse come un solo pugno anzi, proprio come un fiume ingrossato da mille rivoli che vengono giù da monti inaccessi tutto travolge e vede la propria furia preceduta solo dalla voce fragorosa delle acque impetuose che simile a un terribile monito terrorizza chiunque si trovi sul suo percorso così, quel popolo muoveva verso un futuro diverso. E quella voce tremenda e meravigliosa la vediamo ritratta ancora da Pasternàk nel passo seguente:” per un certo tempo cantarono la Varsavjanka, e Voi, caduti come vittime e la marsigliese, ma, d’un tratto, l’uomo che in testa al corteo camminava all’indietro e dirigeva il coro agitando una kubanka stretta in pugno, se la cacciò in testa cessando di intonare il canto…il canto allora si frastagliò, s’interruppe e si udì solo il passo frusciante dell’immensa folla sul selciato gelato”. Sarebbe bastato questo suono, senz’altra violenza, a far vedere le cose in modo diverso al Marchionne di turno o ai boiardi della politica che tanto sfacciatamente ne tengono le parti ma, qui da noi, quella voce non si manifesta mai limpida, chiara, ma sempre a singhiozzi, frastagliata appunto, ingolfata: Di Pietro ringhia, Vendola pontifica, i sindacalisti stanno più nei salotti televisivi che nelle fabbriche con gli operai, e questi ultimi? Beh il loro pensiero è forse rivolto alle loro case accoglienti, villette magari, che almeno quattro generazioni di uomini e di donne che hanno badato al risparmio, anche sulla prole, che si sono spesi in sacrifici disumani e in privazioni di ogni genere hanno voluto consegnare oggi nelle mani dei loro pargoli i quali non sanno nulla di lotte operaie, di libertà d’informazione di diritti dei lavoratori, mentre sanno praticamente tutto di ciò che avviene negli stadi e nei palazzetti dello sport, nelle discoteche e nei locali alla moda e questo perché questa generazione di operai moderni ha ereditato praticamente tutto. E come spesso succede a chi eredita, quando il patrimonio comincia ad assottigliarsi ci si presta poca attenzione ma questa volta si tratta del patrimonio morale e civile del nostro paese che viene eroso ogni giorno dai signori che ci governano e dalla deriva morale di una società demotivata e stanca. A protestare con languidi vagiti restano solo quei pochi incazzati che non hanno nulla da perdere o quegli altri pochi che pongono le questioni del diritto sopra gli interessi personali. Forse quello che è successo in FIAT sta bene agli operai e agli impiegati non meno che a Marchionne. Forse per apprezzare quello che si ha bisogna prima perderlo definitivamente e nessuno dovrebbe meravigliarsi di questo. Mai come oggi, non occorrono rivoluzioni cruente per cambiare le cose, almeno fintanto che dura la nostra provata e maltrattata democrazia: basterebbero solamente coscienza civile e morale pubblica! Ma forse tutto questo è ancora troppo per noi. Voglio concludere ancora una volta con le parole di Boris Pasternàk che in maniera sublime, in questo passo ha saputo stigmatizzare la meta del suo popolo e forse anche del nostro: “se la belva che dorme nell’uomo si potesse fermare con una minaccia, la minaccia della prigione o del castigo d’oltretomba, poco importa quale, l’emblema più alto dell’umanità sarebbe un domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso. Ma la questione sta in questo, che, per secoli, non il bastone ma una musica ha posto l’uomo al di sopra della bestia e l’ha portato in alto: una musica, l’irresistibile forza della verità disarmata, il potere di attrazione del suo esempio…”.

di Antonio Salerno



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