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L’economia percepita in un libro

10/04/2019

Il libro di Roberto Basso e Dino Pesole “L’economia percepita – Dati,comunicazione e consenso nell’era digitale,” di 192 pagine, edito da Donzelli, ed acquistabile al prezzo 15,30 euro, mette in rilievo che l’accresciuta complessità del mondo globalizzato, nel quale stanno mutando rapidamente gli equilibri tra occidente e paesi in via di sviluppo, gli effetti della crisi economica innescata prima dalla bolla immobiliare negli Stati Uniti e poi dalla crisi dei debiti sovrani in Europa, la circolazione vorticosa di notizie prive di fondamento grazie a nuovi modi di produrre e diffondere informazioni, hanno con ogni probabilità contribuito ad alimentare rancore e scontento, i due sentimenti prevalenti della nostra epoca, almeno nelle democrazie liberali. Le formazioni politiche sovraniste e populiste che si contendono i governi nel mondo occidentale non si limitano a competere per il primato elettorale ma mettono in discussione lo stesso modello della democrazia rappresentativa. In questo impegno sono sostenuti da due potenti motori. Il primo è l’insoddisfazione diffusa e profonda nei confronti delle élites, accusate dell’incapacità di comprendere e affrontare i problemi dei cittadini. Il secondo è la frustrazione dei cittadini davanti a una complessità del mondo che appare sempre più incomprensibile e ingestibile, nella quale le prerogative degli Stati-nazione maturate in età moderna stanno modificandosi radicalmente, a causa della progressiva integrazione e cessione di sovranità a entità sovranazionali come l’Unione europea o la World trade Organization. Il quadro è reso ancora più sfuggente dalle innovazioni tecnologiche, dalla capacità d’ influenza delle multinazionali organizzate su scala globale e oggi dalle società del web, che attuano strategie aggressive di pianificazione sul conto economico e conseguono quindi profitti stellari, a scapito dell’erario dei vecchi Stati nazionali. Davanti a questa situazione, emerge con forza la domanda di partecipazione, accanto alla quale sta però maturando una sorta di esasperazione nei confronti di quelle dimensioni formali della democrazia pure indispensabili per la tutela dell’alternanza, delle minoranze, delle conquiste liberali. Secondo Richard Wike, direttore di ricerca del Pew Research center, le indagini confermano che in molti paesi una quota rilevante della popolazione sarebbe propensa a scegliere un’economia forte piuttosto che una buona democrazia, se si trovasse davanti all’alternativa secca. Dai dati della rilevazione effettuata nella primavera del 2017 sul grado di soddisfazione nei confronti del funzionamento della democrazia nel proprio paese, risulta che in media il 52% dei cittadini di 36 paesi in cui vigono sistemi democratici si dichiara insoddisfatto. Se e in che misura l’andamento dell’economia abbia influenzato l’esito del voto del 4 marzo 2018 in Italia, continua a essere una questione controversa., i dati macroeconomici disponibili alla fine della legislatura, prima delle elezioni, evidenziano indubbi progressi rispetto al suo avvio nel 2013, e ancor più nel confronto con i passaggi più profondi della lunga crisi. tuttavia per molti cittadini la qualità della vita risulta peggiorata, come sottolineano gli indicatori di disuguaglianza ed anche la valutazione soggettiva degli italiani non appare lineare.



Biagio Gugliotta.



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