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PAGINA DEDICATA ALLE RICETTE

LO ZAFFERANO

Lo annusi, lo guardi e poi lo assaggi, ti inebria del suo profumo, ti avvampa con il suo colore, ti vizia col suo delicatissimo ma penetrante sapore. Stiamo parlando dello zafferano, naturalmente. Le sue origini risalgono all’antichità, la parola deriva dal persiano sahafaran, giallo, che tradotto in arabo diventa za’faran. Il giallo è riferito al colore assunto dagli stimmi dopo la cottura. Gli arabi riversandosi in Europa diffusero la pianta di croco in Spagna e furono loro a cambiare il nome da croco a zafferano, introdussero la coltivazione nel X secolo facendo in modo che lo zafferano lavorato diventasse un ingrediente insostituibile nelle cucine ispano-arabo di quel periodo e che poi si diffuse attraverso la cucina in tutto il Mediterraneo. Ma ancora prima degli arabi lo zafferano veniva usato nelle funzioni religiose per preparare gli effluvi sacri che, insieme a cannella, rosa, mirra, era l’essenza più diffusa e apprezzata nella preparazione dei profumi. Nel Papiro Egiziano di Ebers del 1550 a.C. gli stimmi, i filamenti dello zafferano sono indicati e usati per tingere, per curare infiammazioni e come maschera cosmetica.  Molto apprezzato nella Grecia classica e chiamato croco, nome scientifico che deriva dal greco “krokos” che significa "filamento", a indicare gli stimmi sottili e lunghi che caratterizzano la corolla da cui si ricavava già allora lo zafferano, serviva per preparare una pomata detta "unguento crocino" che per la sua colorazione e le proprietà aromatiche veniva utilizzato come rimedio per l'insonnia e per ridurre i postumi di una sbornia causata dal vino, per profumare il bagno e finanche come afrodisiaco. Al gourmet della Roma antica, Marco Gavio Apicio nato intorno al 25 a.C., viene attribuita una raccolta di ricette in dieci libri effettuata da un cuoco di nome Celio che pubblicò intorno al 230 d.C. “il De re coquinaria”, l'arte culinaria,  che riporta lo zafferano in cucina come spezie essenziale per la preparazione di alcuni piatti che accompagnano pesci e bolliti di carne nei banchetti romani. In cucina, attraverso il suo colore vivacizzava i piatti con sapori particolari, veniva messo nel vino per profumarlo e usato in erboristeria come medicinale per abbassare il tasso di colesterolo, per fluidificare il sangue e per stimolare il cuore. Gli arabi diffusero la pianta di croco in Spagna e furono loro a cambiare il nome da croco a zafferano. Nel XIII secolo in Italia assunse molta importanza per l'impiego sia come tintura per panni sia come colore per la pittura, il maestro Pietro Vannucci detto il Perugino (1450 - 1523) utilizzava la tintura dei pistilli dello zafferano per le sue tele e i suoi affreschi. Durante il Rinascimento Venezia diventa il più importante centro commerciale per lo zafferano. In quel periodo la spezia valeva il suo peso in oro e ancora oggi è la più costosa al mondo. Come tutte le spezie che costavano molto veniva adulterata da mercanti senza scrupoli che spesso venivano severamente puniti. Enrico VIII, che custodiva l'aroma dello zafferano, addirittura ha ordinato varie condanne a morte per gli adulteri di zafferano. In Italia i produttori erano tenuti secondo statuto a denunciare al Comune il loro quantitativo e poi pagare la tassa e chi non denunciava il prodotto veniva multato pesantemente. Tutto questo fino all’arrivo degli spagnoli nel 1550, che portando a iosa dalla Spagna lo zafferano, lo inflazionò e perse molto del suo valore. Anna Gosetti Della Salda nel suo libro 'Le ricette regionali italiane', 1967- Editrice Solares, racconta un’ipotesi suggestiva che lega l'invenzione del risotto giallo a un'altra istituzione milanese, la Fabbrica del Duomo. Nel 1574 un maestro vetraio che aveva l'incarico di portare a termine la vetrata di Sant'Elena, per la coloratura dei vetri si avvaleva dell'opera di un abile discepolo soprannominato 'zafferano' perché usava aggiungere i pistilli di zafferano per comporre il colore giallo argento, ottenendo effetti meravigliosi. Un bel giorno la figlia del Maestro si sposò ad un facoltoso commerciante e il discepolo”zafferano” come dote preparò una sorpresa gastronomica, durante il banchetto nuziale quattro valletti si presentarono con altrettante marmitte fumanti di risotto. I convitati guardarono stupiti l'inconsueta pietanza contenuta nelle marmitte che si presentava come se si trattasse di chicchi d'oro. La sorpresa venne accolta con caloroso entusiasmo, fu un successo così strepitoso che la notizia del piatto si diffuse rapidamente in tutta Milano. Il dono di nozze di “zafferano'” agli sposi diventa subito un piatto alla moda che non ha mai perso interesse nella preparazione gastronomica di grandi cuochi che si sono affaccendati in svariati modi nella sua composizione. Pochi stimmi per ogni porzione sono sufficienti a dare colorazione e gusto a questa spezia. Diventa cosi un ingrediente insostituibile che tipizza tre ricette famose in tutta Europa che includono lo zafferano, l’italiano risotto alla milanese, la francese bouillabaisse e la spagnola paella. Che gran profumo lo zafferano!

                                                                                          Federico Valicenti

 Pillole

Il periodo della fioritura dello zafferano, tra maggio e giugno. La raccolta dei pistilli avviene tra il mese settembre e ottobre. Viene fatta solo manualmente al mattino presto, prima che il sole scaldi troppo l'aria e disidrati i fiori. Le abili mani selezionano solo i fiori appena sbocciati, un lavoro questo che richiede mani gentili e delicate per evitare di danneggiare gli stigmi purpurei dai calici violacei, quando sono freschi e turgidi. Un procedimento difficile e laborioso che spiega il costo alto. Si calcola che occorrono 20.000 fiori per ottenere un chilo di zafferano. Gli stigmi vengono messi poi a seccare al sole per fare evaporare l'umidità in eccesso. L'ultima fase è quella della selezione fatta passare traverso setacci molto fini.
Il segreto: se, mettendo gli stimmi nell'acqua calda questi non si sciolgono all'istante, vuol dire che lo zafferano è impuro o vecchio.

 

RICETTE

Paella ricetta originale

Ingredienti 6 persone
250 g di riso fine
1 pollo
250 g di carne di maiale magra
200 g di salsiccia
500 g di cozze
250 g di scampi col guscio
80 g di olive nere
50 g di piselli sgranati
2 cipolle
2 spicchi d’aglio
4 pomodori maturi
1 peperone
7 dl di brodo di carne
1 bicchiere di vino bianco secco
1 dl di olio extravergine d’oliva
1 limone
1 cucchiaino di zafferano
sale e pepe q.b. 

Preparazione

Pulite il pollo e dividetelo in 8 pezzi; tagliate la carne di maiale a pezzetti e la salsiccia a fettine; pulite bene le cozze; sgusciate le code di scampi ed eliminate il filino nero dell’intestino; sbucciate l’aglio e le cipolle e tritateli separatamente; pulite il peperone eliminando i semi, lavatelo e tagliatelo a pezzetti; scottate i pomodori, eliminatene la buccia e i semi e tagliuzzateli. In una padella ampia e adatta anche per il forno fate rosolare la salsiccia, aggiungetevi l’aglio e fatelo dorare: togliete la salsiccia dalla padella e aggiungete l’olio, lasciandolo scaldare adeguatamente prima di unirvi il pollo pepato re salato. Fatelo rosolare bene per una decina di minuti e quindi aggiungetevi le cipolle e la carne di maiale e lasciate insaporire per 5 minuti. Poi aggiungete i peperoni e i pomodori, salate, pepate e lasciate cuocere per una ventina di minuti, avendo cura di coprire la padella.


Risotto allo zafferano

ingredienti
(per 4 persone)

4 ossibuchi di vitello 
Farina q.b.
Burro 60 gr.
1 cuore tenero di sedano
1 carota
1 cipolla
1 pomodoro perino 
brodo di manzo e pollo q.b. (fatene tanto, vi servirà anche per il risotto ma mi raccomando, tenetelo in caldo!)
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
1 spicchio d'aglio schiacciato
Scorza di 1 limone grattugiata
1 bicchiere di vino bianco secco

Procedimento

Tritare molto fine la cipolla e falla appassire in un tegame insieme a 25 gr burro a fuoco dolce per 2 minuti. Versa il riso e fallo tostare per poco tempo, finché non diventa traslucido, mescolando continuamente. Sfuma quindi con il vino bianco per 3 minuti circa a fuoco basso fino a quando il vino sarà evaporato. Versa parte del brodo e mescola. Fai cuocere il riso aggiungendo del brodo di tanto in tanto, quando vedi che si asciuga. Il riso è cotto quando è leggermente mollo all'esterno e al dente all'interno. Verso la fine della cottura unite lo zafferano facendolo sciogliere in un mestolo di brodo. Mescola e aggiungi il parmigiano grattugiato e il restante burro, mantecando poi sul fuoco per un paio di minuti.

 

Ossibuchi

 

Preparazione

Tritate, in modo abbastanza maniacale, il prezzemolo. Pestate l'aglio. Tritate, in modo abbastanza maniacale, cipolla, sedano e carota. Spellate il pomodoro e fatelo a pezzetti. Infarinate gli ossibuchi.
In una larga padella fate sciogliere il burro. Metteteci gli ossibuchi e, non appena avranno preso colore, mettete il trito di cipolla/carota/sedano. Fate imbiondire e versate il vino. Sfumato il vino, inserite il pomodoro a pezzetti e il brodo bollente, in modo che quest'ultimo vada a coprire gli ossibuchi. Coprite e lasciate cuocere a fuoco basso per mezz'ora. Grattugiate la scorza di limone. Quando gli ossibuchi saranno ben cotti, incorporate il prezzemolo, l'aglio e la scorza di limone. 

Prendete un piatto di portata.
Mettete prima il riso formando una ciambella.
Disponete quindi gli ossibuchi nel buco della ciambella bagnandoli la loro salsa.

 

 

Bouillabaisse francese


Generalmente la Bouillabaisse viene servita in 2 piatti differenti: il pesce da una parte, il brodo su un fornelletto scaldavivande. Secondo il gusto personale, i due componenti possono essere mescolati in un piatto fondo o servito a parte. Ma una regola fondamentale è tagliare e dividere il pesce davanti ai convitati. Si servirà quindi la salsa o le salse (salsa rouille o salsa aïoli), accompagnate eventualmente da crostini strofinati con aglio.

I pesci
La bouillabaisse dovrà comprendere al minimo 4 specie tra le seguenti:

scorfano -rana (rana pescatrice), scorfano bianco - fielas (grongo), ragno di mare (pesce ragno) - pesce cappone (scorpena), galinette (triglia),pesce Sanpietro - cicala di mare, aragosta

Questo elenco permette la scelta in funzione degli arrivi di pescato e del numero degli ospiti. Ma rimane un fatto essenziale per la qualità della bouillabaisse: l’estrema freschezza del pesce, condizione primaria per una buona riuscita del piatto.

Ricetta per 6 persone :

2 kg di pesce (secondo l'arrivo del pesce fresco) :
Sale, pepe, zafferano, olio d’oliva, aglio, cipolla, finocchio, prezzemolo, patate, pomodori. Per il fondo: piccoli pesci di scoglio.

Procedimento

Far rosolare a fuoco vivo nell’olio d’oliva, l’aglio, la cipolla, i pomodori. Aggiungervi i pesci da zuppa, puliti e tagliati a pezzetti, mescolare l’insieme per ottenere una consistenza pastosa, circa 15 minuti. Aggiungere acqua bollente, e lasciare bollire per almeno 1 ora. Aggiungere finocchio e prezzemolo, sale e pepe. Passare al passaverdura, poi al colino, senza dimenticare di pressare il fondo per far colare bene il sugo. Aggiungere al fondo le patate crude tagliate in grossi pezzi ( 2 per persona), poi i pesci secondo le dimensioni e la compattezza delle loro carni.

Lasciar bollire 20 min.
5 minuti prima di servire, aggiungere le triglie e i pesci ragno.
A cottura terminata, togliere i pesci, le patate, salare, pepare, aggiungere lo zafferano e disporre sui piatti da portata. La salsa rouille: La ricetta abituale è a base di aïoli (una specie di maionese all'aglio) a cui si aggiunge zafferano e peperoncino piccante. Un’altra ricetta può essere preparata con patate e peperoncino.



PIZZA RUSTICA BIANCA E ROSSA

della signora Annunziata Di Giano di Rotonda

Ingredienti e dosi per 4 persone:

Farina 00 500g,

Lievito di birra 30g ,

Fagioli Bianchi di Rotonda 150g,

Melanzana Rossa di Rotonda

3, Passata di pomodoro 300 g,

Basilico 20g,

Origano 10g,

Acqua ,

Sale e Olio extravergine di oliva quanto basta.

Preparazione

La preparazione della pizza è piuttosto lunga, comincia la sera prima mescolando circa 150g di farina con il lievito di birra ed un poco di acqua, per formare un impasto di consistenza morbida che lieviterà tutta la notte. Al mattino incorporate la farina rimasta nell’ impasto della sera precedente e formate due panetti che dovranno riposare per un’ora. Nel frattempo scaldate le melanzane nel forno con un filo d’olio e un pizzico di sale, lessate i fagioli e fate asciugare sul fuoco la passata di pomodoro condita solo con un poco di sale. Riprendete la pasta e lavoratela nuovamente, subito dopo stendetela sul tavolo di lavorazione e fatela riposare per altri trenta minuti. Passato l’ultimo periodo di lievitazione condite la pizza con la passata di pomodoro, aggiungete le melanzane ed i fagioli, insaporite con un filo d’olio e una spruzzata di origano, ed infornate a 180° per 30 minuti. A fine cottura guarnite con il basilico fresco e servite.

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MELANZANA ROSSA DI ROTONDA RIPIENA

della signora Filomena Perrone di Rotonda

Ingredienti e dosi per 4 persone

Melanzana Rossa di Rotonda di media grandezza Bacche 4,

Uova 2,

Mollica di pane 300 g,

Salsiccia 200 g,

Parmigiano 100 g,

Aglio quanto basta,

Prezzemolo quanto basta,

Sale un pizzico,

Pepe un pizzico,

Olio extravergine di oliva quanto basta.

Preparazione

Dopo aver lavato ed asciugato le melanzane privatele del picciolo e della polpa con un coltellino da

cucina, subito dopo sbollentatele ed asciugatele. Nel frattempo preparate il ripieno mescolando in

una terrina mollica, salsiccia ed uova. Amalgamate il composto con le spezie ed il condimento e farcite le melanzane. Fatele cuocere al forno adagiate in una pirofila con olio extravergine di oliva per 30 minuti a 180 gradi.

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La rosa.

di Federico Valicenti

L’origine della rosa si perde nella notte dei tempi. Il grande mondo della mitologia greca e dei racconti ci parla della dea Chloris che ritrova una ninfa morta nel bosco. Prende il corpo in braccio e affascinata dalla sua eleganza lo porta ad Afrodite ed a Dionisio pregandoli di ridare alla ninfa il dono della vita e dell’immortalità. Afrodite la dea dell'amore, della bellezza, della sessualità, della sensualità, della lussuria e dei giardini e Dioniso la divinità della vegetazione, dalla vendemmia al vino, la vite e l’edera. Afrodite gli dona la bellezza e Dionisio il profumo. Bella e profumata Chloris porta la splendida ninfa ad Apollo, dio delle arti, della medicina, della musica e della profezia che gli ridona la vita per l’eternità, profumata e bellissima diventa la regina  dei fiori. In seguito i Romani glorificano Venere come dea genitrice della rosa, e raccontano che un giorno uscita dal mare dalla pelle nuda della dea una goccia di acqua di mare cade a terra e si tramuta in una bianca rosa. Venere si avvicina per raccoglierla ma si punge ad una spina che la adorna, la goccia di sangue cade sul fiore colorandolo di rosso. La Roma imperiale utilizzava le rose per correggere gli otri di vino, realizzando con i boccioli delle collane da immergere nella bevanda resa sgradevole dal caldo della primavera. Il vino cosi profumato acquisiva la denominazione di rosato. Cleopatra (Alessandria d'Egitto 69-30 a.C.), ricevendo Antonio fece ammassare sul pavimento, petali per l’altezza di un’auna (lunghezza pari a mt 1,143). Nerone (37-68 d.C.),  fece piovere sui suoi convitati petali di rosa per quattro milioni di sesterzi. Il giovane Eliogabalo, alias Marco Aurelio Antonino (Roma 203  222) che amava bagnarsi nel vino di rose, emulò Nerone e con una pioggia di rose sommerse i suoi invitati. Marco Licinio Verre, vissuto tra i 120 ed i 43 a. C. gran corruttori e amante della bella vita nella sua lettiga giaceva su un materasso di rose e di esse si cingeva la testa ed il collo. Marziale esorta lo scambio di merci con il popolo d’Egitto "Egiziani inviateci il grano, noi vi manderemo rose".  Re Mida non poteva rinunciare al profumo di migliaia di fiori, nei suoi giardini bulgari. Gli alchimisti, streghe e maghi bianchi ne hanno sempre decantato il potere magico. Ma la rosa è anche la regina di pietanze storiche e moderne, entra in cucina in modo egregio ed elegante.  Intorno al 230 d.C. Apicio ci descrive in una ricetta nel suo “de re coquinaria” una specie di budino di rose mentre i cuochi di corte dell’800, i monsù, i napoletani e palermitani, letiziàvano i commensali con un grappolo di uva bionda passita di Pantelleria, ricolmo di liquore di rose rosse, acino per acino. I migliori ricettari di Italia, dal Medioevo in poi, usavano la rosa  specie nelle pietanze di volatili, come le quaglie, le pernici o il cappone cotto con il latte di mandorle e le rose. La letteratura ci regala uno splendido libro dove il cibo diventa metafora e strumento espressivo, rito e invenzione, promessa e godimento, “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel (Garzanti) attraverso una seducente ricetta di quaglie alle rose. La rosa è il fiore di tutto e tutti. Accostata ad ciuffo di ricotta fresca, zucchero, due petali crudi e una spolverata di cannella, come accompagnamento agli scampi crudi o nelle insalate di fragole con gocce di mosto cotto,  nel liquore antico chiamato ratafià preparato con petali di rose macerate nello zucchero e allungato nell’alcool e acqua. Per glorificare la rosa si sono scomodati scrittori, filosofi, pittori, scultori. Persino un movimento politico racchiuse in un pugno il fiore, divenendo logo del partito. Promessi sposi e coppie vetuste se la scambiano come segno d'amore. Ma non tutte le rose si possono usare in cucina, quelle adatte devono profumare molto fino ad ubriacare i sensi e bisogna essere sicuri che siano fiori non trattati con antiparassitari o prodotti chimici tossici Le più famose per l'uso alimentare sono la gallica, la centifolia e la muscata del Marocco. Il vivaista ci può aiutare ad avere un vaso di queste rarità da giardino… e da cucina!

 

RICETTE

Una vecchia ricetta per eliminare l’alito cattivo: 

Mescolare 60 gr di bacche di ginepro, 20 gr di foglie di basilico e 20 petali di rosa; versate poche gocce alla volta di questa miscela in una tazza d’acqua bollente e bevete dopo i pasti.

Quaglie alle rose rosse

Ingredienti:

12 rose, possibilmente rosse
12 castagne
2 cucchiai di burro
2 cucchiai di fecola di mais
2 gocce di essenza di rose
2 cucchiai di semi di anice
2 cucchiai di miele
2 spicchi d’aglio
6 quaglie
1 pithaya (fiore bianco dall’intenso profumo, simile a quello della vaniglia)
sale e pepe

Procedimento

Dopo aver spennato ed eviscerato le quaglie, si raccolgono e si legano le zampe affinché mantengano un aspetto grazioso, quindi si rosolano nel burro con un pizzico di pepe e di sale.

Si staccano, con grande attenzione, i petali delle rose.
Una vota staccati, si pestano nel mortaio con l’anice. Separatamente si fanno dorare le castagne sul comal (disco di terracotta usato per cuocere le tortillas di mais, che sono delle sottili focaccine non lievitate, e per tostare il caffé e il cacao), si sbucciano e si fanno bollire per poi farne un puré.

Si rosola l’aglio nel burro dopo averlo tritato finemente; quando è imbiondito, si uniscono il purè di castagne, il miele, i petali di rosa e sale a piacere.
Per rendere più densa la salsa si possono aggiungere due cucchiaini di fecola di mais.

Infine si passa la salsa al setaccio e si aggiungono due gocce di essenza di rose, non di più, altrimenti c’è il rischio che diventi troppo aromatica e troppo saporita. Appena fatto questo, la si ritira dal fornello. Le quaglie si fanno insaporire nella salsa soltanto per dieci minuti e poi si tolgono.

Da: “Dolce come il cioccolato” di Laura Esquivel (Garzanti).

Pernici ai petali di rosa

Ingredienti

Per 6 persone

4 pernici pulite e private delle interiora

8 fette di pancetta

6 prugne snocciolate

1 cucchiaio di miele di acacia

uno scalogno

un bicchiere di Marsala

2 cucchiai d'olio di oliva

sale e pepe q.b.

due rose del vostro giardino o biologiche

Procedimento

Preriscaldate il forno a 180°.
Scaldate in un pentolino 1 cucchiaio d'olio, unite lo scalogno tritato finemente, fate dorare e aggiungete 8 petali di rosa, le prugne snocciolate, un cucchiaio di miele, un pizzico di sale, un bicchiere di acqua bollente e cuocete il tutto per 3-4 minuti. Avvolgete poi le pernici con 2 fettine di pancetta ognuna, mettetele in una teglia, lasciatele dorare su tutti i lati con gli altri due cucchiai di olio, bagnatele col Marsala, regolate di sale e pepe e fatele cuocere in forno a 180°per circa 25 minuti. Frullate la salsa precedentemente preparata, unitela al fondo di cottura delle pernici e servite il tutto decorando con petali di rosa . Servite subito

Budino di cioccolato alla rosa
Per 8-10 coppette:
Ingredienti:

1 litro di latte 
150 g. di zucchero 
100 gr. farina
100 gr. di cacao amaro
80 gr. di burro 
60g cioccolato fondente
10 boccioli di rosa essiccati 
procedimento

Metti a scaldare il latte con i boccioli di rosa che poi toglierai. In una casseruola sciogli il burro, incorpora la farina, mescola energicamente. Togli dal fuoco, metti lo zucchero, il cacao ed il latte caldo a poco a poco. Rimetti sul fuoco basso, mescola in continuazione e fai cuocere fino al bollore...per qualche minuto. Aggiungi il cioccolato spezzettato e fai sciogliere. Versa nelle cocotte e poi in frigo per qualche ora.

 http://spilucchino.blogspot.com

Budino pesca e rose

Ingredienti:

450 ml di latte

250 ml di latte concentrato zuccherato

10 gr di gelatina

3 cucchiai di zucchero

1 rametto di pesco, sarebbe meglio fiorito

petali di rosa non trattati o roselline essiccate

gocce di colorante rosso facoltativo

procedimento

Ammorbidire i fogli di gelatina in acqua fredda per dieci minuti.

Portare ad ebollizione il latte , spegnere il fuoco e lasciare in infusione venti minuti il rametto di pesco e i petali di rosa o le roselline. Filtrare il latte attraverso un colino rivestito di garza, e aggiungervi poi il latte concentrato e lo zucchero. Mescolare.

Strizzare la gelatina e finchè il composto è ancora bello caldo aggiungerla al latte mescolando per scioglierla perfettamente.

Aggiungere il colorante rosso, qualche goccia per rendere il composto di un color rosa tenue.

Versare negli stampini, lasciar arrivare a temperatura ambiente e poi porre in frigorifero per almeno tre ore. Decorare a piacere con petali di fiori o gelatine di frutta e servire.

www.semidipapavero.net/



di Federico Valicenti

La caponata.

Etimologicamente la parola caponata sembra che derivi da “capone”, nome di un pesce oggi chiamato lampuga, dalla carne pregiata ma piuttosto asciutta che veniva servito ai pranzi baronali dell’aristocratica Sicilia e condito con la salsa agrodolce che ancora si usa nella preparazione sia di pesce che di verdure. Altri deducono che il nome caponata derivi dalla frequentazione dei marinai nel diciassettesimo secolo, dei luoghi di ristoro chiamati caupone, dal latino cauponae, che significa taverna, osteria, quindi caponata come cibo da taverna. Oppure potrebbe essere legata all’assimilazione fonetica della caupona con la caponata, affiliato a capirotada, capironades, termine con cui si definivano intingoli di cose varie di iberica memoria, piatto universalmente noto ed esclusivo della tradizione gastronomica del nostro Mediterraneo. Sembra che nella cucina buona con notevoli influenze spagnole spesso la preparazione della caponata comprendeva anche vari molluschi tra cui il polpo oltre che la lampuga, diventando cosi una sorta di zuppa o minestra di intingoli e sapori di contrasto, classici del periodo storico, per rientrare nelle grandi cucine popolari, dove si valorizzavano le verdure per ovvie ragioni sia territoriali che economiche e si eliminava il pesce. Rimane il dilemma e copre di gastronomico mistero, la derivazione sia della ricetta che del termine, se la parola derivi dal latino "cauponae" delle taverne romane oppure dal biscotto dei marinai spagnoli il "capon" o forse più semplicemente, la denominazione caponata deriva dal fatto che in origine, fra gli ingredienti principali, c'era il pesce capone. Ad ingarbugliare ancora di più il dilemma sopraggiunge il gastronomo ottocentesco Ippolito Cavalcanti che riporta nel suo libro "La cucina teorico-pratica con corrispondente riposto", pubblicato a Napoli nel 1839 del piatto costituito da tutti gli arcani alimenti, dove la ricetta antica della caponata è costituita da pane biscottato spugnato con aceto e condito con olio, sale, pepe e un po’ di zucchero, sormontate da lattuga e scarola tritate e marinate aceto, olio, sale e pepe, terminata con pesce capone, o sgombro, lessato e “calato” su cetrioli, olive e peperoni. In seguito, o prima ancora, il dato non è certo, il ceto popolare legato alla coltivazione degli orti e della terra, sostituisce il pesce con le melanzane gettando così le basi per l’attuale caponata. L’evoluzione della caponata a piatto popolare con la presenza di verdure e non più di pesce, ad ingarbugliare ancora di più la situazione, viene descritta in un trattato culinario di Domenico Romoli detto il Panunto, vissuto nel XVI secolo dove nel suo "La Singolar Dottrina", il piatto redatto con melanzane, carciofi, aceto, zucchero, capperi, olive e sedano classicamente agrodolce per il suo sugo e con la presenza in molti casi di uva passa e pinoli. Si può terminare la preparazione con mandorle abbrustolite e tritate o con il meno canonico cacao amaro in polvere, ad arricchire la sua già ricca storia di gusto e tradizione. Le ricette utilizzate nella preparazione di questo piatto sono quasi sempre rielaborazioni in cui si toglie e si aggiunge, si scrive e riscrive la storia del gusto in questione.

 

RICETTE

Capunata di milinciani

Pi fari un beddu piattu di capunata si tagghianu sei milinciani longhi, cu tutta la scorcia, a tucchetti, e si friinu nna 'na padedda granni, cu ogghiu quantu abbasta, a culuri d'oru. Si mettinu nna un piattu e, livannu un pocu di l'ogghiu di frittura, nna chiddu chi arresta pi suffriiri li civa di dui o tri acci, tagghiati a listiceddi e 'na cipudda tagghiata fina. Si cci agghiunci un cuppinu di sarsa di pumadoru friscu, mezzu bicchieri d'acitu, un cucchiarinu di zuccaru, e un beddu pizzicu di sali. S'arrimina e si fa cociri a focu lentu 'na dicina di minuti. Si mettinu allura nna 'na padedda, li milinciani fritti, dui cucchiarati di chiappari sutt'acitu, un pugnu d'alivi virdi, sculati e disussati: si lassanu 'nsapuriri tutti cosi pi cincu minuti. Si mancia fridda, mittennucci 'ncapu mennuli atturrati a pizzuddi.

dal Giornale di Sicilia, .capponata con pesce miniato di Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino (dalla Cucina Teorica Pratica )


Caponata di melanzane

Tagliate sei melanzane lunghe a cubetti piccoli e, senza sbucciarle, friggetele sino a dorarle in una larga padella con una giusta misura d'olio. Scolatele e tenetele in caldo. Nell'olio rimasto, soffriggete le costole interne di due tre sedani tagliate a piccoli asticciole lunghe due o tre centimetri, con una cipolla finemente tritata. Aggiungete un mestolo di salsa di pomodoro fresco, mezzo bicchiere circa d'aceto, un cucchiaio di zucchero e un bel pizzico di sale, mescolate e lasciate cuocere a fuoco moderato per dieci minuti. Versate nella padella le melanzane fritte insieme a due cucchiai di capperi sott'aceto e ad un pugno di olive bianche in salamoia, scolate e snocciolate.
 

Caponata con pesce capone, lampuga.

Ingredienti:

4 freselle (pane biscottato)

200 g di cavolfiori mondato

250 g di giardiniera

2  peperoni tondi sott'aceto

un cespo di scarola riccia

un cespo di lattuga

50 g di capperi

50 g d'olive nere denocciolate

4 alici  salate, pulite e diliscate

Filetti di  pesce capone

1 dl di olio extravergine di oliva

1 dl d'aceto di vino bianco

1 dl di vino bianco

succo di limone 

pepe in grani .

sale .

 

preparazione

Mondare il cavolfiore,  lessare in acqua bollente leggermente acidulata con succo di limone.

In una capiente insalatiera mettere le alici a pezzi, i cavolfiori cotti, i sottaceti ben scolati, i peperoni la scarola e la lattuga, tutto tagliato e pezzettini, i capperi e le olive a rondelle

Condire  con sale, pepe, olio e aceto. Mescolare .

In un recipiente mettere a mollo per qualche minuto le friselle con gr 50 di aceto e gr 100 di vino. Quando saranno ammorbidite sbriciolare in pezzi grossolani  nella insalatiera curando di mescolare bene . Sulla superficie adagiate il pesce capone  lessato in acqua salata e bollente per circa 10 min, non fate bollire l’acqua troppo forte, per evitare che il pesce si spezzi,  condire con olio e limone.

Caponata con mandorle e alici  

Ingredienti:

1 kg di melanzane

100 gr di alici

100 gr di sedano

1 cipolla

50 gr di capperi sotto sale

100 gr di olive denocciolate

20 gr di zucchero

10 gr di mandorle bianche a fette

Un cucchiaio di aceto di vino bianco

Olio extravergine di oliva

Sale q.b.

preparazione

Lavare e mondare le melanzane, tagliare a cubetti e friggere in olio caldo, quando sono dorate versare con una schiumarola su carta assorbente.

Pulire e spinare le alici, lavare e friggere velocemente nell’olio delle melanzane.

Tagliare a tocchi il sedano, pulire da eventuali filamenti , tagliare a bastoncini e passare in una padella antiaderente con un filo d’olio, aggiungere i capperi dissalati e ben lavati, quindi la cipolla mondata e tagliata a fettine, le olive a rondelle e  i pomodori a metà e puliti dei semi. Aggiustare di sale, aggiungere lo zucchero e il cucchiaio di aceto. Sfumare , versare in una zuppiera e aggiungere le melanzane e le alici. Mescolare delicatamente , versare sopra  le mandorle tritate e far riposare per qualche ora.

 "Caponata di melanzane"
Ingredienti
8 melanzane lunghe (quelle nere)

400 gr di salsa di pomodoro

250 gr di olive

1 cespo di sedano

150 gr di capperi salati

due cipolle

 un mazzetto di basilico

 40 gr di zucchero,

1/2 bicchiere d'aceto,

sale, 

olio d'oliva extravergine.

PROCEDIMENTO
Tagliate le melanzane a dadi senza eliminare la buccia e lasciatele in acqua salata un'ora. Scolatele, asciugatele e friggetele in un tegame con olio abbondante tanto da coprirle. A parte sbollentate il sedano, tagliato a pezzetti in acqua salata. Snocciolate le olive e mettetele per una decina di minuti in acqua calda. Nel frattempo avrete cucinato la salsa con 400 grammi di pomodori maturi, due cipolle piccole e basilico. Fate rosolare in un tegame con poco olio le olive snocciolate, i capperi (dissalati in acqua) ed il sedano. Poi aggiungete la salsa di pomodoro e condite con l'aceto e lo zucchero. Aggiustate l'agrodolce (un po' di zucchero o di aceto se occorre) Versate nel tegame anche le melanzane e lasciatele insaporire per qualche minuto nel sugo a fuoco bassissimo. Servite la caponata fredda.

 


Lupino.

Federico Valicenti

Quando vedo e assaporo il lupino ho come una strana sensazione, vado a ritroso nel tempo e ricordo le fiere degli animali al paese, gruppi di persone che, con le mani in una busta, sgranocchiano piccole rondelle gialle, dal sapore dolciastro, i lupini per l’appunto.  Da sempre affianco, accosto, questa leguminacea ai mercanti, ai profumi delle fiere dove lo sterco si confondeva con il profumo dei fiori. Ed il lupino, a volte più delle noccioline, era il cibo preferito dei passanti che sgranocchiando ammiravano la fiera con i suoi mercanti, in una sorta di luna park diurno, cosi il lupino, “passatempo” rurale faceva da contraltare ai pop corn, “passatempo” metropolitano. Una buona produzione era nelle campagne di Castronuovo Sant’Andrea, nel Serrapotamo dove la coltura crollò a seguito dello spopolamento delle aree interne nelle quali il lupino aveva trovato inserimento in ordinamenti colturali quanto mai poveri. Il lupino ha origini antiche, le prime coltivazioni di lupini si rintracciano 4000 anni fa, archeologi hanno ritrovato semi di lupino nelle piramidi Egizie e nelle tombe Maya, nell'area del Mediterraneo e nelle zone andine del Sud America. Anche i Greci e i Romani lo conoscevano e lo apprezzavano, lo menziona Ippocrate nelle opere ed Orazio nelle epistole. Giovanni Carmelo Verga (Catania 1840 – 1922) nel suo romanzo “I Malavoglia” del 1881 racconta dei lupini come rappresentazione del mondo gastronomico popolare di fine Ottocento, dove e come venivano coltivati e venduti. Nel romanzo Verga narra la storia dei Toscano, una famiglia di pescatori, gente di mare decaduta, che si danno al commercio di lupini ma la barca che li trasporta scompare in un naufragio, provocando la morte del figlio primogenito dei Toscano, per questo nuovo lavoro vengono ingiustamente identificati da un soprannome, “i Malavoglia” per l'appunto. I lupini contenevano un alcaloide amarissimo e quindi prima di essere mangiati dovevano essere sanati, ovvero bolliti in acqua e poi salati per immersione in una salamoia. I marinai, invece, mettevano i lupini direttamente a bagno nell'acqua di mare, oppure venivano messi in un sacco di iuta e immersi nell'acqua di un fiume per qualche giorno prima di essere salati, forse questo causò il naufragio della famiglia nei “i Malavoglia”. Solo nel ventesimo secolo le antiche specie di lupino "amaro" vennero sostituite da specie "dolci", la varietà fino ad allora usata era quella più antica il “lupinus albus” lupino bianco.  Nel 1928 poi fecero la loro comparsa le varietà di lupino giallo, di sapore dolce ed a basso contenuto di alcaloidi, diventa oggetto di studio per essere utilizzato nelle ricette prive di glutine, dove la farina di lupino viene utilizzata per preparare pane, pasta, biscotti, cracker ed insaccati e carne in scatola. Probabilmente si potrà utilizzare questo legume anche per la preparazione di sostituti del latte, yogurt, formaggi, gelati ed altri alimenti per soggetti intolleranti o allergici al latte.  I lupini sono stati consacrati come alleato nella cura contro il diabete e come alimento in grado di ridurre il colesterolo. A sostenerlo è uno studio dell’Istituto scientifico universitario San Raffaele di Milano, che ha scoperto gli effetti ‘insulino-mimetici’ di una proteina vegetale presente in abbondanza nei semi gialli. Un’ottima notizia e un motivo in più per mangiarli con gusto. Tradizionalmente, la medicina ha impiegato il lupino come antiparassitario contro la scabbia, la crosta lattea, l'eczema. Si usava passare sulle parti colpite un decotto di semi preparato con 30 g per litro di acqua e un cucchiaino di aceto. Qualcuno ne mangia 4 al mattino e 4 alla sera, sembra che rinvigorisca l’attività sessuale. Provare per credere!

RICETTE

 COTOLETTE DI LUPINI

 500 g di lupini freschi

- olio qb

- sale qb

- farina bianca qb

- un cucchiaino di dragoncello

- un cucchiaino di erba cipollina

- un cucchiaino di prezzemolo tritato

- rosmarino

- succo di limone

Procedimento:

Cuocere i lupini al vapore o in acqua bollente fino a che la buccia non diventa molle. Sbucciarli e rimetterli a cuocere per almeno un’ora (il lupino è molto resistente, ma per il nostro uso è sufficiente una cottura media).

 Frullare con il frullatore ad immersione i lupini con un po’ di acqua cottura e olio fino ad ottenere un composto morbido ed omogeneo. Aggiungere farina per legare ed amalgamare ottenendo una purea abbastanza densa. Aggiungere il dragoncello, l’erba cipollina, il prezzemolo ed aggiustare il sale.

Impasto per cotoletta di lupini

 Preparare delle cotolette che dovranno essere ulteriormente infarinate.

Cuocere in olio bollente, aggiungendo a piacere del rosmarino nella cottura.

Servire con contorno di patate fritte

CAPPESANTE E LUPINI

Ingredienti:

200 gr lupini ( sbucciati), latte, 4 cappesante, olio, sale, pepe, timo

Sbucciare i lupini, metterli in un pentolino coperti di latte e far cuocere fino a renderli un pò più morbidi ( durante la cottura aggiungere acqua se necessario)

Passare i lupini al mixer fino ad ottenere una crema aggiungendo latte. Aggiustare di sale se necessario.

Pulire le cappesante e saltarle alcuni minuti in una padellina con un filo di olio.

Riscaldare la crema di lupini, versarla in ciotoline, adagiare sopra la cappasanta e terminare con una macinata di pepe, un filo di olio e timo fresco.

http://unpizzicodimagia.blogspot.com

 PATE’ DI LUPINI

250 g di lupini
qualche foglia di menta fresca
1 piccolo spicchio d'aglio
150 ml circa di acqua
3-4 cucchiai di olio extravergine d'oliva
1 cucchiaio di burro di sesamo
 
Scolare i lupini, sbucciarli e sciacquarli per fargli perdere un po' di sale. Aggiungere la mentuccia, l'aglio, un po' di acqua, il burro di sesamo e cominciare a frullare, aggiungendo man mano l'acqua necessaria. Quando il grosso sarà frullato, iniziare a versare l'olio a filo, sempre frullando, finché non si raggiungerà la densità desiderata. Essendo crudi, i lupini non diventeranno una purea omogenea la granulosità che si avverte in bocca.
Può essere servito come antipasto spalmato su fette di pane tostato, oppure per accompagnare un buon piatto di crudités.

 http:// Pasticci Patapata 

 SFORMATO DI LUPINI CON CREMA DI CIPOLLE

per gli sformatini:
200 gr di lupini
300 ml circa di brodo vegetale
olio evo
1 uovo
1 spicchio d'aglio
1 cucchiaio di fecola di patate
farina oo
per la crema:
1 cipolla rossa
1 cipolla bianca
200 ml di brodo vegetale
sale 
pepe
olio extra vergine oliva
4 fette da mezzo cm di prosciutto cotto
ricotta 

Eliminare la pelle esterna dei lupini e tritarli. Cuoceteli in una pentola in cui avrete messo un filo di olio ed uno spicchio d'aglio. Irrorate con il brodo e lasciate cuocere. Accendete il forno a 180°. Frullate il tutto ed aggiungete in seguito l'uovo ed un cucchiaio di fecola di patate. Bagnate 4 stampini con un pò di olio ed infarinateli. Mettete i lupini frullati negli stampini e infornate a bagnomaria per circa 20 minuti.

Nel frattempo mettete in una pentola un filo d'olio e le cipolle tagliate finemente, irrorate con il brodo vegetale. Lasciate cuocere bene. Aggiustate di sale e pepe e frullate il tutto.

Togliete dagli stampini lo sformato e servitelo sul piatto in cui avrete messo la crema di cipolla.

Io ho fatto scaldare una fetta spessa di prosciutto cotto ed ho adagiato sformato e crema li sopra ed ho terminato con una grattugiata di ricotta salata.

http://bouquetdisorrisi.blogspot.com


MOZZICONI

della signora Enza Chiorazzo di Teana

Ingredienti e dosi per 4 persone:

Farina di Carosella 500g, uova 4, olio un cucchiaio, sale quanto basta, olio extravergine di oliva

quanto basta

Preparazione

Cospargete la farina a fontana su una spianatoia, aggiungete uova, olio, sale e lavorate il composto con le mani. Dividete l’ impasto in pezzi più piccoli e modellate dei cilindretti che taglierete a pezzetti. Trasferite i pezzetti in un cesto e cavateli con le dita. Friggete in abbondante olio bollente, asciugate l’olio in eccesso con la carta assorbente e servite.

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MACCHERONI CON MOLLICA

delle signore Rosa Lauria di Teana e Rosamaria Latronico di Carbone

Ingredienti e dosi per 4 persone:

Per i maccheroni : farina di Carosella 500g, uova 2, acqua tiepida quanto basta, sale un pizzico

Per il condimento: mollica di pane 200 g, zafferano 1 bustina, olio extravergine di oliva quanto

basta

Preparazione

Friggete la mollica di pane in una padella con un pizzico di zafferano. Impastate farina, uova ed un pizzico di sale ammorbidendo il composto con un poco di acqua tiepida, stendete la pasta ed arrotolatela con il palmo della mano fino a formare degli spaghetti grossolani lunghi 15 centimetri e doppi un centimetro, modellate i maccheroni arrotolando gli spaghetti di pasta con l’ apposito ferro. Lessate i maccheroni in abbondante acqua bollente, condite e servite.

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Di Federico Valicenti

LENTICCHIE.

Nelle feste appena trascorse molti clienti mi hanno chiesto il valore simbolico delle lenticchie a capodanno e il suo significato. Le lenticchie, alimento base per i popoli nomadi fin dal Neolitico,  assumono fin dalla coltivazione  un significato ben augurale. La loro coltivazione inizia nelle terre dell’antico Egitto diventando subito un alimento nutriente di  piccole dimensioni ma di grande spessore nell’arte del cibare. Dall’Egitto già nel 525 a.C. e precisamente dall’antichissima Pelusio sul Nilo che un mito vuole patria del grande Achille, si racconta che le navi egizie rifornivano regolarmente i porti di Grecia ed Italia di lenticchie. E da qui la lenticchia oltre che alimento diventa anche elemento d’ interpretazioni. Le lenticchie nell’antichità furono collegate simbolicamente anche alla morte. Basta rileggere il notissimo episodio scritto nel libro della Genesi dove ci racconta di Esaù che rientrato affamato dalla campagna, vide Giacobbe che aveva cotto un piatto di lenticchie. Quando gli chiese da mangiare poiché era sfinito, Giacobbe chiese in cambio la primogenitura, e Esaù accettò (cfr. Genesi 25,29-34). Quindi abdica a favore del fratello, di essere lui il padre, la guida ed il Re degli ebrei, combinando una compravendita cosi sfavorevole all'uno, quanto favorevole all'altro. E’ il primo cibo preparato dall’uomo del quale si ha testimonianza scritta, non meno di 4000 anni fa. Parafrase che si usa ancora quotidianamente nei modi di dire, delle persone che si vendono per poco, per un piatto di lenticchie appunto, che significa ricevere un valore bassissimo rispetto a quello che si dà in cambio. Da allora l’antica tradizione ebraica impone che gli Ebrei mangino lenticchie quando sono in lutto, in ricordo di Esaù per aver svenduto quanto aveva di più prezioso. Per millenni la lenticchia risulta uno dei prodotti più importanti nell’agricoltura e nel commercio del Mediterraneo e alimento fra i più comuni ed apprezzati ad Atene come a Roma dove Artemidoro, nato ad Efeso nel II secolo e vissuto a Roma, nella sua opera onirica “Interpretazione dei sogni” accomuna le lenticchie con l’annunciazione di lutti mentre Plinio li glorifica per il loro alto valore nutritivo e per la virtù di infondere tranquillità all’animo. Di quale sublime devozione era tenuta la lenticchia basterebbe conoscere la storia della colonna  egizia del colonnato di Piazza S. Pietro, portato a Roma nel I secolo per volere di Caligola, l’obelisco attraversò il Mediterraneo su una nave immerso e protetto da un carico di lenticchie. Lenticchie servite in minestra, puls-lentis, da cui trae poi nome il pulmento, quindi con l'arrivo del mais trasformato in polenta. Ancora nei secoli dopo le lenticchie torneranno a tormentare i sogni adducendo fortuna o lutti a seconda di chi interpretava e gradiva questo piccolo legume. Nel Medioevo i ceti più abbienti, i nobili ricchi relegarono il consumo delle lenticchie alla mensa dei poveri, servite e mangiate quasi esclusivamente nei conventi e fra la gente, umile ma dotta, che diede alla lenticchia il ruolo che meritava, nutrire bene, piacere e costare poco. Ancora, come a rimarcarne l’inutilità come cibo goliardico fu definito nel Rinascimento, dal medico Petronio, cibo caldo e secco, adatto a coloro che vogliono vivere castamente.  In Francia al tempo di Luigi XIV le lenticchie venivano date come cibo ai cavalli e Alexander Dumas nel suo “Grand Dictionnair de Cuisine del 1873” le considerava un cibo pessimo. Come tutti gli alimenti e gli elementi destinati all’eternità la moda non ne intacca le virtù né li seppellisce. Cosi la lenticchia ha attraversato la simbologia del tradimento legandosi ai Patriarchi ed accompagnato lutti e morti, tormentato sogni e ricevuti superficiali giudizi da gente di spessore nobile ma leggera di gusto. Approda ai tempi nostri sulla tavola imbandita di fine d’anno, dove una consuetudine alimentare ha ritualizzato il mangiar lenticchie, accomunando tutti gli strati sociali, come augurio di prosperità e fortuna per l’anno in arrivo. 

E come ci racconta G. F. Giunchi nel suo Teatro Naturale n. 17 (27 dicembre 2003 Anno 1.)

“Una lunga tavola di fine d’anno. Al centro, come chiglia sull’acqua, il piatto ovale delle lenticchie nell’aura calda del fumo accoglie, untuoso e pesante lo zampone ad evocare, avvolto nei notturni vapori del Nilo, il carico della nave egizia e l’antico obelisco, che l’Imperatore Romano, solitario e folle voleva per la sua gloria e, come tutti i mortali, per trasfigurare la vertigine del tempo che passa”, riprendiamoci le lenticchie e la sua Storia.  

RICETTE



Lenticchie con coriandolo dell’Antica Roma
Ingredienti:
250 g di lenticchie
2 litri d’acqua
1 porro tagliato, lavato e tritato
75g di coriandolo fresco
5g di semi di coriandolo
3g di pepe, più extra per la finitura del piatto
3g di semi di menta
3g di semi di ruta
75g di mentuccia fresca, o menta
10 ml di garum (o pasta d’acciughe)

10 ml defrutum ( mosto cotto).
10 ml di aceto
5 ml di miele
olio d’oliva


Lavare le lenticchie e metterle in una pentola con 2 litri di acqua fredda. Portare a ebollizione, poi aggiungere il porro e la metà del coriandolo fresco. Macinare le spezie e le altre erbe, e aggiungere il garum, l’aceto ,il defrutum. Lasciare cuocere finché le lenticchie sono quasi cotte. Controllare ogni tanto che l’acqua non sia evaporata. All’ultimo minuto aggiungere l’olio d’oliva, il pepe macinato al momento e il resto del coriandolo tritato.

 

Lenticchie stufate nella Cucina Ebraica:
6 spicchi di aglio

5 cucchiai di olio di semi

250 grammi di pelati tritati

200 grammi di lenticchie rosse decorticate,

1 cucchiaino di pepe nero

2 centimetri di zenzero

2 peperoncini verdi

2 cucchiai di succo di lime

1 litro di acqua

1 cucchiaino di sale


Fare dorare gli spicchi di aglio tritato in una padella antiaderente con i cucchiai di olio di semi. Unire i  pelati tritati grossolanamente e farli cuocere per 5 minuti. Aggiungere le lenticchie rosse decorticate, insaporire con il cucchiaino di pepe nero, lo zenzero grattugiato, i peperoncini verdi tagliati a rondelle e i cucchiai di succo di lime. Versare sulle lenticchie il litro di acqua e il sale e proseguire la cottura finché le lenticchie non saranno tenere , circa un’ora di cottura.

Lenticchie alle spezie  dall’ Etiopia

1 / 2 cipolla , tagliata a dadini

3 spicchi d'aglio , tritati

1 cucchiaino di zenzero fresco , tritato

1 / 2 piccole patate dolci 

1 / 4 rosso peperone dolce tagliato a dadini

1 cucchiaino di olio d'oliva

2 cucchiai di lenticchie rosse

1 -2 cucchiaino di concentrato di pomodoro

1 tazza di acqua

3 / 4 di cucchiaino di paprika

1 / 2 cucchiaino di coriandolo macinato

1 / 4 cucchiaino pimento terra

1 / 4 cucchiaino di cannella in polvere

1 / 4 cucchiaino di fieno greco terra

1 / 4 cucchiaino di zenzero

sale 

salsa di soia

pepe nero

soffriggere la cipolla, aglio, zenzero e patate in olio di oliva a fuoco medio fino a quando le cipolle sono quasi trasparenti.

Aggiungere il peperone rosso e fate rosolare per un altro minuto.

Aggiungere le lenticchie, concentrato di pomodoro e acqua.

portare l'acqua a ebollizione.

aggiungere paprika, coriandolo, pimento, fieno greco e lo zenzero.

e lasciare lo stufato sobbollire per 20 minuti o fino a quando le lenticchie sono tenere e tutta l'acqua assorbita. Aggiungere il sale, salsa di soia e pepe nero e servire. 

Lenticchie in brodo dall’Egitto

400gr lenticchie rosse

1,5lt brodo di pollo

cipolla

aglio

olio

coriandolo

cumino

peperoncino

sedano

1 limone

1 carota

sale

pepe

pane arabo

Fate soffriggere la cipolla con un filo d'olio extravergine d'oliva, aggiungete quindi coriandolo, cumino, peperoncino e uno spicchio d'aglio tritato finemente. Mescolate bene e fate rosolare per qualche minuto. A questo punto aggiungete le lenticchie rosse, la carota tagliata a dadini e le foglie di sedano anch'esse sminuzzate.

Coprite il tutto con il brodo di pollo e fate cuocere a fuoco basso per circa 45 minuti. Alla fine otterrete una minestra densa. Se notate che la minestra è troppo densa potete allungarla con un bicchiere d'acqua. A fine cottura aggiungete il succo di mezzo limone e mescolate bene con un mestolo di legno.

Per servire preparate un soffritto di 2 cipolle bene rosolate, degli spicchi di limone e ricavate dal pane dei dadini per fare dei piccoli crostini. Servite la minestra in un piatto da portata decorando con i crostini di pane arabo, le cipolle dorate e gli spicchi di limone che vi serviranno da cornice.


13 Dicembre festa di Santa Lucia

Lucia, lux, lucis, luce, portatrice di luce, il più bel dono in un periodo dell’anno nel quale il sole è meno presente e la notte è sempre più lunga, il seme della semina dorme nel caldo ventre di Madre Terra coperta di neve, la natura è richiusa su se stessa, in attesa nel nuovo ciclo di rinascita e resurrezione. Il giorno di Santa Lucia nel corso dei secoli è diventata una ricorrenza molto sentita e suggestiva che trae origine da riti pagani legati al periodo buio dell'anno e quindi al lento ritorno alla vita, alla luce. Anche se, contrariamente a quanto si pensa, non è il 13 dicembre il giorno più corto dell’anno, ma il 21, quando si verifica il solstizio invernale.
L’antico detto “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia” risale a prima del 1582, tempi remoti quando la sfasatura fra calendario civile e calendario solare era tanto grande che il solstizio cadeva proprio fra il 12 e il 13 rendendo quindi questo il giorno più corto dell’anno. Riformando il calendario secondo accurate osservazioni astronomiche, Gregorio XIII (7 gennaio 1502 –Roma10 aprile 1585) 226º papa della Chiesa cattolica, tra i meriti scientifici durevoli di questo papa c'è anche la riforma del calendario che porta il suo nome, quel calendario gregoriano, ancora oggi universalmente in uso. Il calendario giuliano, antecedente al gregoriano, aveva creato una discrepanza tra il calendario civile e quello astronomico. Tutto questo aveva portato ad una serie di lamentele ed era stato discusso anche dai padri conciliari a Trento. Gregorio XIII istituì una commissione sotto la guida del Cardinale
Guglielmo  Sirleto alla quale contribuirono anche il matematico tedesco e il gesuita Cristoforo Clavio, professore presso il Collegio Romano. Dopo un accurato studio il papa, con la bolla Inter gravissimas del 24 febbraio 1582, in accordo con la maggioranza dei principi cattolici e delle università, stabilì che al 4 ottobre 1582 avrebbe fatto seguito il 15 ottobre 1582 e che in futuro dovessero essere soppressi tre giorni intercalari in quattrocento anni. Papa Gregorio XIII decretò che si passasse direttamente dal 4 Ottobre al 15 Ottobre, togliendo quindi i 10 giorni di sfasatura accumulati negli oltre 10 secoli precedenti. Il solstizio passò così al 21-22 dicembre, come oggi, ma la festa della santa rimase sempre al 13.
La celebrazione si e' evoluta nel corso dei secoli ed ha assunto la sua forma attuale intorno al 1900 ispirandosi alle celebrazioni della Lucia di Siracusa nata intorno al 283 e morta martire nel 304. Santa Lucia nacque a Siracusa ed è patrona della città, ma le sue reliquie furono rubate da pirati bizantini o veneziani e portata in laguna, dove ancora viene venerata e amata in una chiesa a lei dedicata, tutta bianca, vicino alla stazione ferroviaria di Venezia-Santa-Lucia .

Secondo la leggenda proprio la notte tra il 12 e 13 dicembre di un anno di carestia del ’600 spagnolo, delle navi cariche di grano, vale a dire di salvezza, approdarono senza equipaggio, nel porto di Siracusa, per intercessione di Lucia. Da qui, forse anche il trafugamento delle reliquie. Per ringraziare l’intercessione iniziò la cottura del grano in dolce in occasione del 13 dicembre. All’inizio del 1800 quando si e' iniziato a celebrare Santa Lucia come patrona della città di Siracusa questi dolci si sono diffusi in tutto il Paese creando quel legame popolare che ancora sopravvive alle mode e ai cambiamenti di usi e costumi. Il grano l’ingrediente principale e festeggiato nella cuccìa, assieme ai canditi e alla ricotta in Sicilia, mentre in Basilicata viene condito con vino cotto e, in alcuni paesi anche con chicchi di melograno. Cosi la cuccìa diventa un dolce tipico che nel Sud Italia si prepara esclusivamente per Santa Lucia, il 13 dicembre. Come per quasi tutto, in Italia ne esistono svariate versioni che cambiano da regione a regione, da città a città, oltre che da famiglia a famiglia, in tutte c’è il grano, ma in alcune la ricotta, in altre la crema di latte, in altre ancora la crema gialla di uovo.

 RICETTE

 “Cucìa” a Terranova di Pollino

Ingredienti

300 gr di grano

Un cucchiaio di zucchero

Un cucchiaio di mosto cotto

procedimento

Il grano va tenuto in ammollo per 2 giorni cambiando l’acqua, quindi versato in una “ pignata”, riempita d’acqua e  messa accanto al fuoco tra la notte del 12 e 13 dicembre.

Al mattino il grano è cotto, condire con il cucchiaio di mosto cotto, amalgamare bene e far assaggiare a tutta la famiglia in onore di Santa Lucia.

 

‘ A cuccìa” nel  Lagonegrese

Ingredienti

200 gr di grano

100 gr di ceci

100 gr di granturco

100 cc di olio extravergine

2 peperoncini

procedimento

Versare tutti gli alimenti in una capiente padella e riempirla d’acqua sovrastando di almeno 10 cm gli ingredienti.

Far cuocere lentamente per almeno 4 ore- quando gli ingredienti sono cotti versarli in una zuppiera e condire con olio di oliva fritto con il peperoncino. Rimestare e servire calda.

 

Bicchierini di “Cuccìa”  

Ingredienti
400 g di grano cotto

200 g di ricotta di pecora
2 cucchiaio di zucchero
canditi a piacere
cioccolato fondente grattugiato a piacere

procedimento

Montare la ricotta con le fruste elettriche assieme allo zucchero finché non si avrà una crema molto leggera, a quel punto passarla al setaccio e unirvi prima i canditi, quindi il grano. Riempire i bicchierini alternando strati di cioccolato e decorare a piacere. Lasciar riposare in frigo un paio di ore prima di servire.


Occhi di santa Lucia

Ingredienti

300 gr di farina 00

100 gr uvetta passita

Un uovo

Un cucchiaio di olio

Un cucchiaio di miele

Un bicchierino di anice


procedimento

Lavate dell'uvetta passa e lasciatela in ammollo in acqua tiepida. Disponete a fontana della farina su una spianatoia e versatevi al centro un uovo, olio e miele. Cominciate ad amalgamare il tutto, aggiungendovi poco alla volta l’ anice. Lavorare bene l’impasto, incorporando l’uvetta precedentemente triturata, e lasciate riposare. 
Con l’aiuto del matterello stendete una pasta non troppo sottile, e ritagliatevi dei biscotti a forma d’occhio, decorandoli al centro con una mandorla. 
Disporre i biscottini della Santa in una teglia, leggermente unta d'olio ed infarinata, e passare in forno ben caldo. 


Frolle di Santa Lucia

Ingredienti

100 gr. di burro
150 gr. di zucchero
200 gr. di farina 00
1 cucchiaino di lievito in polvere
1 bustina di vanillina
1 uovo
2 cucchiai di latte
zucchero a velo per decorare

procedimento

Sciogliere il burro insieme al latte; una volta raffreddato, aggiungere lo zucchero ed il tuorlo dell’uovo. Dopo aver mescolato bene, aggiungere poco per volta la farina setacciata, il lievito e la vanillina. L’impasto dovrà risultare compatto. A questo punto stendere la pasta con il mattarello e formare una sfoglia non troppo alta. Con l’aiuto degli stampini per biscotti di varie forme ( cuore, fiore, stella,…) ritagliare le frolle e cuocerle in forno caldo a 180 gradi per 15 minuti.

 

Pastiera di grano di Santa Lucia

ingredienti 

1/2 kg di grano

sale

zucchero

ricotta di pecora fresca

goccine di cioccolato

zuccata o frutta candita a piacere

Preparazione 

Si compra il grano duro a chicchi e si mette a bagno 4-5 giorni prima del 13 dicembre in una ciotola con 3 cucchiai scarsi di bicarbonato.
Il 12 di dicembre si cuoce il grano a freddo (cioè si mette in pentola assieme all’acqua, opo aver buttato quella vecchia, 1 pizzico di sale e 1 cucchiaino di zucchero) e si lascia cuocere a fiamma bassissima fin quando è diventato tenero. A questo punto si scola e si fa raffreddare completamente. 
Si prende la ricotta di pecora per una quantità equivalente più o meno al peso del grano e si monta con lo zucchero.
Si passa la prima volta al setaccio d’acciaio e la seconda al staccio di nylon. Si aggiunge dunque il grano cotto, la zuccata a pezzettini e le goccine di cioccolato. Si amalgama bene il tutto e si mette in frigo a raffreddare.
Si serve come un dolce al cucchiaio decorandone la superficie, a piacimento, con scagliette di cioccolato fondente oppure con granella di pistacchio o frutta candita.
NB - Il tempo indicato per la ricetta è solo da quando si mette il grano a cuocere giorno 12. da Buoneforchette.com


Monday, December 6, 2010 Last Update: 2:24 PM ET

Mr. Coppola went to see Bella Bernalda for himself in 1962 and “was embraced by the town and discovered that almost everyone was a cousin.” In 2004 he bought Palazzo Margherita, a grand 19th-century villa. The new inn’s interiors have been designed by the chic Paris-based designer Jacques Grange, and it will feature nine suites, a restaurant and streetside bar. In his e-mail, Mr. Coppola described the charm of Basilicata: “It’s hard to dig a hole in the ground anywhere, without discovering an ancient Greek vase or shard. The wine is great. The olive oil is great. The food is unique. There are things eaten that are unknown anywhere else in Italy.”

It takes a passionate food explorer to get to Luna Rossa, a restaurant so off the map that one should almost bring along some spare fuel. Along the winding drive through the Pollino National Park to the blink-and-you’ll-drive-by-it village of Terranova di Pollino, it becomes clear why some of Basilicata’s recipes have never left the province.

“Some of the towns in Basilicata are so secluded that you can sometimes find dishes that haven’t changed much since pagan times,” said Federico Valicenti, Luna Rossa’s chef and owner, a self-proclaimed culinary anthropologist.

That particular day in May he served his guests a meal that included thinly sliced salami made from acorn-eating pigs raised in Pollino; tapparelle, a local ear-shaped pasta, served with hard ricotta cheese and lemon rind; a roasted goat dish that was inspired by a medieval recipe; and pork served with eggs and local caciocavallo cheese. On the Luna Rossa wine list were dozens of Aglianico del Vulture wines, an ancient red grape variety originally from Greece, grown on the slopes of an extinct volcano in northwest Basilicata.

Although Mr. Valicenti searches for inspiration in medieval and Renaissance texts, he said his recipes are his own interpretations of historic dishes. “I make them lighter and use modern cooking techniques,” he said.

Nadia Shira Cohen for The New York Times

L’olio da spremiture di olive.

L'olio d’oliva, Olea europaea. è un condimento liquido, ricavato dalla spremitura dei frutti dell'ulivo.  Il colore alla spremitura è verde intenso ed ha un sapore variabile a seconda della qualità delle olive con cui viene prodotto. Di origine antichissima, l’olio veniva, e viene ancora oggi,  usato in svariati modi dai tempi più remoti. In cucina il primo pasto dei Greci, detto “acrotinos”, era costituito da pane e olio ed attribuivano ad Atena, dea della sapienza, il merito di aver piantato il primo ulivo, mentre ad inventare la spremitura delle olive per tradurle in olio sarebbe stato Aristeo, figlio di Apollo. Ma non solo come alimento veniva consumato l’olio, nell'Odissea si propone come cosmetico donato da Atena a Zeus per dargli vigore e bellezza. Il popolo degli Egizi ringraziava Iside, dea della maternità, per aver creato e donate le olive.  L’“oleaster”, cosi veniva chiamato l'olio dai romani, si diffuse velocemente ed ampiamente nei territori governati da Roma nel periodo di massimo splendore della sua civiltà, così che verso la fine del 200 a.C. l’olio divenne un prodotto fondamentale sia nel campo alimentare che di grande rilevanza sul piano agricolo. L'olio era un condimento raffinato e costoso, Giulio Cesare impose al suo popolo come tributo il pagamento in olio, addirittura promulgò una legge dove dispensava dalla leva militare i cittadini che piantavano almeno un iugero di oliveti , circa 2.500 metri quadri.  Questo fa comprendere quanta venerazione avesse per l’olio! Nel campo agricolo gli insegnamenti che i romani ricavarono dalle loro esperienze, furono accuratamente narrati da autori come Plinio e Columella che svelarono i segreti dei coltivatori romani e scrissero di quali fossero le varietà di ulivi migliori, spiegarono tecniche di potatura, di raccolta di frangitura. In quest'epoca, l'olio di oliva era diviso in cinque categorie diverse:

- "Ex albis ulivis", ottenuto da olive verdi, era ritenuto il migliore; 
-  "Viride”, ottenuto da olive colte tardi, che stanno annerendo; 
-  "Maturum”, un olio ricavato da olive mature; 
-  "Caducum", per cui venivano utilizzate olive raccolte dal terreno; 
- "Cibarium", fatto con gli scarti di olive, spesso bacate, destinato agli schiavi.   

Per ottenere l'olio, le olive venivano spremute in contenitori di pietra e pestate con grosse pertiche. In questo periodo il commercio di olio d'oliva iniziò a diffondersi a tal punto che i commercianti oleari iniziarono a riunirsi in collegi di importatori dove all’interno dei mercati si crearono una loro area apposita per la compravendita dell’olio, l’ “arca olearia” .  Per vendere l'olio di oliva, bisognava avere una licenza specifica che ti permetteva anche di entrare a far parte del mondo del commercio nell’arca olearia dove  si ritrovavano per trattare e discutere dell’“oro verde” i migliori conoscitori e quindi commercianti oleari della Capitale. L’olio era però difficile da conservarsi, poco raffinato e poco trattato  a quei tempi si preferiva avere in casa le olive, così, in caso di necessità sarebbe stato possibile farlo al momento, mentre l’unico modo per mantenerlo fresco era di salarlo, considerato il costo elevato del sale il mantenimento di un buon olio era consentito solo a classi sociali elevate. Nel III secolo d.C., Roma entra in un lungo periodo di crisi sia economica che militare, che interruppe la coltivazione delle olive, iniziò ad acquistare l'olio dagli Spagnoli e dagli Africani, mentre prima ne era la principale produttrice. Nei secoli del Medioevo gli ulivi ripresero ad essere coltivati, qui in Basilicata si deve molto ai monaci Basiliani che arrivarono dall’Oriente da dove portarono conoscenza e tradizione della coltura delle olive e dell’olio. L'olio d’oliva veniva utilizzato anche come combustibile per alimentare lampade ad olio, per produrre sapone e usato come emolliente in medicina. Monasteri sparsi sul territorio del Sud Italia impiantarono e diffusero la coltivazione dove la borghesia commerciale acquistò rilevanza. Mentre la gente del popolo all'olio, però, preferiva condimenti di origine animale, come lo strutto, il lardo e la sugna, perché più comuni e meno costosi. Solo intorno al 1700 la coltivazione di olive si diffuse notevolmente anche perchè l'olio era necessario non tanto quanto condimento, quanto per alimentare le lampade ad olio e dare energia all'industria fiorente, sviluppandosi in tutto il centro sud della Penisola. Fu una fortuna che durò poco però, infatti, verso la metà del secolo, malattie e condizioni climatiche avverse distrussero gli ulivi che vennero abbattuti e utilizzati come legna da ardere. La coltivazione subì cosi un arresto per circa un secolo, ripresa solo nel corso degli anni '30, quando furono emanate doverose leggi a favore dell'olivicoltura. Nel successivo immediato dopoguerra la cucina italiana iniziò ad essere considerata rozza e povera, svalutando così anche condimenti come l'olio e preferendone altri, tipici dei Paesi nordici e americani come il burro e la margarina. Solo negli anni '80 arrivò la svolta attraverso lo studio e le grandi gastronomie di cuochi sopraffini, forti delle materie prime, che rivalutarono non solo l'olio di oliva ma tutta la cucina italiana, con i suoi sapori semplici e genuini dando impulso alla dieta mediterranea diventata ormai patrimonio salutistico/immateriale dell’umanità.

 RICETTE 

PANINI ALL’ OLIO
Ingredienti (per circa 10-12 panini):

- 1 Kg di farina

- 1 cubetto di lievito di birra

- 1/2 bicchiere di olio

- 2 cucchiaini da caffè di sale

- 3 bicchieri circa di acqua tiepida

Preparazione:

Mettere la farina a fontana su un grosso tagliere di legno.

Mettere da un lato i due cucchiaini di sale, aggiungere il lievito sciolto in un po’ di acqua tiepida, l’olio e impastare tutto. Continuare ad incorporare la farina aggiungendo poco a poco l’acqua tiepida per amalgamarla fino ad assorbimento completo della farina. Lavorare l’impasto e tagliarlo ogni tanto con un coltello. Lavorarla per circa 15 minuti fino a che, tagliando l’impasto non sono ben visibili i buchi della “lavorazione”. A questo punto la pasta è pronta per la lievitazione.

Dividere l’impasto in tante palline. Preparare i panini a proprio piacimento, tagliando la pasta per dare le varie forme di panino e metterli in una teglia da forno con un po’ di farina, stando attenti a distanziarli tra di loro, considerato che aumenteranno di dimensioni lievitando. Mettere a lievitare per circa 1ora, d’inverno anche 1 ora e ½, facendo attenzione a coprire i panini con un panno di lana, che possa quindi favorire la crescita. Trascorso questo tempo mettere in forno e far cuocere per circa 25 minuti a 130°-140°… sentirete che profumo di pane! 

Olio al profumo di tartufo

Prendere una pentola a pressione mettete un vasetto di olio al centro.

Poi tutto intorno poggiare i tartufi, chiudere la pentola e dopo due giorni l'olio è pronto.

 Olio al tartufo.

Ingredienti: 

1/2 litro di olio extravergine d’oliva buono,

2 tartufi neri,

Occorrente: una bottiglietta di vetro ben pulita ed asciutta di circa 1/2 litro di capienza, una piccola spazzola ben pulita, una grattugia.

Fare l’olio al tartufo è semplicissimo, la fase più delicata è quella dedicata alla pulizia dei tartufi. Bisogna togliere i tartufi dal recipiente di vetro dove sono stati messi e immergerli in una ciotola ripiena d’acqua. Sciacquarli un po’ con le mani e poi aiutarsi con la spazzola per togliere via la terra che non va via con le mani. Ovviamente questa operazione va fatta in modo delicato e non troppo a lungo. Dopo la pulizia i tartufi vanno asciugati perfettamente, poi tagliarti a metà e grattugiare le metà raccogliendo anche tutta la parte che rimane attaccata alla grattugia. I tartufi ridotti in filamenti vanno introdotti nella bottiglietta di vetro e poi riempire con l’olio. Chiudere e conservare in dispensa, in luogo buio e asciutto. Far passare almeno una settimana prima di essere usato, in modo che l’olio al tartufo si insaporisca bene.

OLIO ALLE ERBE
Tritate le erbe che più vi piacciono (rosmarino, timo, lavanda, salvia), e versatele in una piccola casseruola contenenti 4 cucchiai di olio, e fate scaldare il tutto a bagno maria, fino a che le erbe aromatiche appassiscano e rilascino il loro aroma. 
Fate raffreddare e versate il tutto in una bottiglia contenente il restante olio; chiudete con un tappo a chiusura ermetica e lasciata riposare per 5 settimane in luogo buio e fresco.

NOTIZIE

Pochi sanno che esistono già diverse ricette di “gelato all’olio”, in cui l’olio extravergine di oliva si unisce agli altri ingredienti consueti, yogurt, latte, uova, aromi e zucchero.

L’olio extravergine di oliva stupisce una volta di più per la sua versatilità, arricchendo la rosa dei suoi utilizzi più classici, quale eccezionale caposaldo della cucina mediterranea. 

Gelato all’olio

 Ingredienti:
1000g di latte
200g di olio
200g di zucchero
10g di sale grosso
Scaldare 400g di latte con lo zucchero e scioglierlo bene.
Aggiungere al composto il restante latte freddo, lasciare raffreddare bene e poi unire l'olio.
Amalgamare bene con un minipimer e trasferire nella macchina *del gelato per il tempo sufficiente a mantecarsi..
*mettere nella macchina del gelato la quantità corrispondente al contenuto della ciotola, la restante preparazione si può conservare in frigo ben chiusa per un paio di giorni.

Ricetta di Palmiro Bruschi , appassionante corso sul mondo del gelato e dei sorbetti

Da servire  invece del tradizionale sorbetto


Le olive.

di Federico Valicenti

Il giornalista Mort Rosenblum nel suo libro Storia delle olive, ed-Donzelli, descrive ironicamente l’oliva come” una pallina senza importanza in fondo a un Martini". Mentre le olive, in realtà, hanno impregnato la storia e la cultura di molte civiltà, dall'antichità fino ai giorni nostri. Siamo tanto consapevoli ed orgogliosi di questo nostro frutto nazionale che raramente ci capita di pensare che la civiltà olivicola abbia radici che oltrepassano i nostri confini. Nel percorso che Rosenblum ci descrive, attraverso i luoghi e le persone che incontra, stuzzica la curiosità, raccoglie e racconta attraverso suggestive immagini narrative, aneddoti e ritratti degli esponenti del cosiddetto "popolo delle olive". Un mondo composto da appassionati, che per lavoro o per puro piacere, anzi sicuramente per tutte e due le cose, hanno fatto della raccolta delle olive e della degustazione una ragione di incontro e di scambio, umano e culturale per farci consapevoli, se ce ne fosse bisogno, che l’ulivo lega tutti i popoli del mondo nel segno della pace. Le olive raccontano storie di fame e di eccessi, di salse e creme combinate con formaggi e spezie per Faraoni e schiavi, Principi e contadini, sudditi e Re, cosi come si presenta nel suo libro- A tavola e in cucina con le olive- edizioni Tecniche Nuove, l'oleologo Luigi Caricato, addetto del settore, dove racconta delle olive con un linguaggio semplice che permette di approfondire la materia senza scendere in inutili tecniche di lavorazione e trasformazione. Come in una sorta di livellamento delle classi, attraverso l’esaltazione dei sensi e del piacere, questi due scrittori, ci guidano in questo  mondo misterioso delle olive che spinge lo sguardo oltre, ponendosi dal campo alla tavola, attraverso un’analisi sensoriale così da valutarne all’assaggio qualità e fragranza. Un vero e proprio viaggio alla scoperta di una pianta e di un frutto che ha radici antiche che si perdono nella notte dei tempi. Dai miti greci alla Bibbia, le olive sono fulcro e centro della Storia del Mediterraneo, servite nei pranzi più importanti sia all'inizio che alla fine del pasto, oppure conservate in salamoia, snocciolate, tritate e mescolate con il miele o con la ricotta, con aggiunta di aglio o di spezie. Secondo la tradizione ebraica il primo seme dell’ulivo è caduto dal paradiso terrestre e atterrato sulla tomba di Adamo. Un regalo di Dio al primo uomo. Come per comunicare che la storia di questo albero e quella dell’umanità sono intrecciate, sono la stessa cosa. Questi miti si raccontano e si tramandano attraverso una storia che ha trovato recenti conferme scientifiche nell’archeologia preistorica dove si fa risalire la coltura dell’ulivo addirittura all’età del bronzo, quando i nostri nerboruti antenati usavano pietre pesantissime per la spremitura del frutto. E che il commercio venga da molto lontano lo prova il codice babilonese di Hammurabi (XVIII secolo a.C.) dove ne regola la produzione e la vendita costituendo, di fatto, il primo disciplinare. Anche il Cristianesimo riprende il rito e la tradizione ebraica e greca, riconoscendo la pianta dell’ulivo come simbolo di pace e fratellanza dove nell’Antico Testamento la colomba porta a Noè, alla fine del diluvio universale come simbolo di pace tra Dio e gli uomini, un ramoscello di ulivo. Da queste antiche civiltà che popolarono il Mediterraneo il Cristianesimo ha raccolto la pratica dell’unzione con cui consacra i suoi sacerdoti. Simbolo che si rafforza nella comunicazione cristiana, dove il Cristo, che significa l’unto, si raccoglie in preghiera sul monte degli ulivi, nella città vecchia di Gerusalemme, e si prepara al sacrificio estremo nel podere Getsemani, che in aramaico significa frantoio. L’olivo è dunque un potentissimo collegamento, sostegno e nutrimento materiale e simbolico. Congiunge e disgiunge, proprio come il suo frutto che frangendosi e diventando liquido unisce e insieme divide. Non è solo metafora o filosofia ma esperienza quotidiana di chi olia una teglia o unge un ingrediente per farlo scivolare meglio, per non farlo attaccare, legare. Comunica la sua capacità di legare e dividere, di creare relazioni tra le cose e le persone. Lega e al tempo stesso impedisce agli ingredienti di attaccarsi e di confondersi. L'oliva è il frutto commestibile dell'ulivo, simbolo di pace che diventa elemento connettivo sia materiale che simbolico, figlio della cultura originaria del bacino del Mediterraneo. I Focesi, antichissimo popolo greco in fuga dai Persiani, secondo quanto predisse l'oracolo di Delphi, dopo anni di peregrinazioni nel mar Mediterraneo, si stabilirono alla foce del fiume Alento, dove fondarono nel VI sec a.C. la città di Elea-Velia nell'attuale territorio di Salerno, portando la coltivazione dell'olivo e del suo frutto. Le olive grandi, piccole, verdi, cangianti, nere, lucide o opache si prestano alle più svariate ricette culinarie, sia che vengano conservate in salamoia, speziate o al forno.

Ricette
 

Olive al forno

Ingredienti
2 chili di olive nere
1 litro di aceto di vino bianco
sale grosso
1 litro di olio extravergine di oliva
Preparazione
Incidete le olive in due punti, ponetele in un colapasta e ricopritele con sale grosso. Fate anche più strati, sempre alternando olive e sale. Lasciate scolare 5 giorni l’acqua di vegetazione, quindi risciacquate con l’aceto freddo. Disponetele in un solo strato su una teglia da forno leggermente unta e ponetele a forno a 150° per il tempo necessario a farle raggrinzire, quindi toglietele, lasciatele raffreddare e sistematele nei vasi, assieme al liquido che si sarà formato. Chiudete ermeticamente.

 Olive in conserva

Ingredienti:
olive acque
olio
peperoncino
sale.

Mettere sott'acqua e sale, quando si ammorbidiscono e diventano dolciastre aggiungere scorzette di arancio. Condire con sale, olio e peperoncino.

 Olive in salamoia

Ingredienti:
olive
sale

In un barattolo grande quanto basta perchè le olive raggiungano non più di un terzo della sua altezza aggiungi acqua fino a riempirlo. L'acqua deve essere salata con sale fino, le proporzioni sono 80 grammi di sale per un litro d'acqua, e tenuto così al buio per almeno 4 mesi.
Se l'acqua evapora, aggiungine dell'altra, ma non devi cambiarla, né togliere la pellicina che si forma in superficie. Trascorso il tempo occorrente cambia l’acqua, questa volta senza sale, e lasci a bagno per qualche giorno.

Il sale ovviamente non marino, ma salgemma, per evitare di ritrovarsi pezzi di petroliera o Nash nel barattolo. Se volete fare una prova, prendete mezzo chilo di sale marino, e mezzo chilo di salgemma e scioglieteli in acqua in due contenitori separati. Dopo di che rimescolate e osservate in quale dei contenitori si è formata la schiuma...
 

Olive speziate al forno

Ingredienti
1 kg olive nere
semi finocchio
olio extravergine di oliva
Preparazione

Lavare le olive.

Metterle sulla placca del forno e cospargerle di semi di finocchio.

Cuocerle a temperatura bassissima - mescolando di tanto in tanto - fino a che non saranno completamente raggrinzite.

Una volta pronte, chiuderle in vasi e coprirle con olio di oliva.

Possono essere consumate subito. 

Salsa di olive

ingredienti

4 Acciughe o alici sotto sale
1 spicchio
Ricetteaglio

2 cucchiai capperi sotto sale lavati

200 cc di olio extravergine oliva

160 gr olive nere denocciolate

80 ge di tonno  sott'olio

Pulite, diliscate le acciughe e mettetele insieme agli altri ingredienti in un frullatore: aggiungete l’olio goccia a goccia fino a quando non otterrete una crema morbida ma allo stesso tempo compatta. la  salsa d’olive nere può essere usato come condimento per insaporire primi piatti oppure per una ottima bruschetta, spalmato su una fetta di pane tostato.

La salsa  di olive nere potrà essere conservato per parecchi giorni in frigorifero se lo porrete in un vasetto di vetro con coperchio e lo coprirete con un filo d’olio d’oliva. 

Crema di olive
Ingredienti:

200 grammi di olive dolci

200 grammi d’olio d’oliva extravergine

1/2 cucchiaino di capperi sotto sale

la buccia grattugiata di 1/2 limone (solo la parte gialla)

1 cucchiaio di succo di limone

Sale

pepe. 
Preparazione

Snocciolare le olive con l’apposito utensile, lavarle ripetutamente sotto acqua fredda, scolarle e quindi asciugarle con un telo molto pulito.
Lavare accuratamente i capperi sotto acqua corrente, scolarli, asciugarli e tritarli.
Mettere nel frullatore le olive con i capperi tritati, la buccia di limone grattugiata, 1 dl d’olio d’oliva extravergine, il succo di limone, un pizzico di sale e pepe, dopodiché frullare il tutto molto bene; aggiungere ancora 50 grammi d’olio ed amalgamarlo, frullando un poco.
Distribuire il composto nei vasetti a chiusura ermetica, sterilizzati e perfettamente asciutti, fino ad un cm dall’imboccatura e ricoprirli completamente con l’olio rimasto.
Chiudere i vasetti e conservarli in un luogo fresco ed asciutto.


CASTAGNA

di Federico Valicenti

Autunno tempo di castagne, da mangiare da sole, arrostite o bollite, impastate nei dolci o sotto forma di marmellata, ma sempre dolci e gustose come ogni anno. Tempo di castagne, una buona scusa per riunire la famiglia e trascorrere tutti insieme una domenica sana e intelligente. La Basilicata oramai è diventata meta preferita dalla vicina Puglia. Ogni fine settimana in questi mesi di ottobre novembre, intere associazioni, circoli ricreativi, organizzati anche con autobus, famiglie o singole coppie, tratteggiano itinerari delle castagne. Itinerari che portano alla scoperta anche del territorio lucano che inizia ad attrezzarsi anche con sagre e manifestazioni autunnali per intercettare sempre meglio questo segmento di turismo di prossimità. Dal Melfese  al Lagonegrese, dal Pollino al parco della Val d’Agri arrivano centinaia di utenti turisti alla  ricerca dei ricci delle castagne, da portare come souvenir o per farli conoscere ai bambini, nelle scuole nelle case. Attraversando questo itinerario fai da te, si riscoprono sentieri naturali, panorami bellissimi, colori d’autunno che solo una Regione ancora integra e vergine come la Basilicata sa offrire. Gruppi di persone inondano i ristoranti, gli agriturismi gli alberghi portando economia che si fidelizza attraverso la conoscenza della materia prima che ogni bravo oste, ogni bravo cuoco, ogni bravo produttore sa e deve saper vendere, che siano prodotti tipici o castagne. Terra di castagne la Basilicata offre una varietà incredibile di biodiversità. Saper distinguere il marrone dalle castagne non è di vitale importanza ma arricchisce e accresce la conoscenza, il marrone ha forma più arrotondata con facce convesse, cresce al massimo in numero di due per ogni riccio, ha generalmente colore più chiaro, sul biondo caldo, presenta striature longitudinali abbastanza evidenti. Oltre alla dimensione, i marroni sono più grossi, ma esistono castagne normali anch' esse assai grosse, la caratteristica più importante nella determinazione della qualità di una castagna, e' il numero di semi contenuti nella buccia esterna. Secondo alcuni specialisti, il "marrone" e' una varietà della castagna dotata di un solo seme, il che significa minore o nulla penetrazione della seconda buccia nella polpa. Questo e' un grosso vantaggio sia per il gusto sia per la lavorazione pratica del frutto. Oggi meta di passeggiate in famiglia e di sagre di paese, il valore del castagno è sempre stato il frutto ma anche il bosco, la classica “castagnara”, è stata per secoli un'importante fonte di sostentamento e aggregazione nella civiltà contadina. Chiamato anticamente anche albero del pane il castagno ha avuto un ruolo fondamentale nell'economia della montagna fino a pochi decenni fa. L'albero ha pregi per il legno, che è ricco di tannino, resistente, di lunga durata, buono per la costruzione di travi, mobili e infissi. La Castanea sativa, della famiglia delle fagacee, è ancora oggi una pianta preziosa. La diffusione in tutta l'Europa ebbe inizio con i Greci, fu ampliata dai Romani e proseguì ininterrottamente per tutto il Medio Evo per opera degli ordini monastici Lo scopo di questa estensione era la sua duplice funzione, come risorsa gastronomica, la castagna è un amidaceo, e tecnologica come legname da opera.  A partire dal Rinascimento, in concomitanza con il progresso tecnico in agricoltura e con il crescente sviluppo della cerealicoltura, iniziò la crisi del castagno.

Da allora e fino all'Ottocento, il castagno subì un lento e progressivo abbandono, nonostante si verificassero espansioni di portata locale che, nel corso dei secoli, fecero variare la distribuzione della castanicoltura, almeno in Italia. Alla fine dell'Ottocento iniziò il declino vero e proprio della castanicoltura, protraendosi per decenni a causa del concorso di molteplici cause, quali l'evoluzione delle abitudini alimentari delle popolazioni europee, l'introduzione di materiali alternativi come il metallo e la plastica nell'allestimento di manufatti e opere infrastrutturali, civili e agricole, la crisi dell'industria del tannino dopo gli anni trenta, il crescente interesse verso altre essenze forestali da legno, alternative al castagno come la robinia e ciliegio, la pressione antropica sugli ambienti forestali. Anche la cucina di castagne sia fresche che secche, ha avuto momenti di alti e bassi ma ha saputo conservare la memoria delle ricette mantenendosi come gastronomia a base antica e tipica delle mense, che ora trova ampio spazio nei menù dei ristoranti e delle trattorie custodi di ogni Regione.

COME CONSERVARE LA CASTAGNA.

Quello più semplice, utilizzabile anche a casa nostra, e' l’immersione prolungata, 8 giorni, in acqua a temperatura ambiente. Si rivoltano spesso il primo giorno per fare venire a galla quelle bacate, ma l’acqua non si cambia per tutto il periodo. Poi si sciacquano e asciugano con cura, mettendole  al fresco per 2 o 3 settimane, un tempo si azzardavano a conservarle per mesi, in sacchetti di iuta.  Ai giorni nostri c' e' un sistema ancora più facile; le castagne, infatti, si possono conservare in freezer senza problemi, con soli due accorgimenti: una piccola incisione prima del congelamento se si prevede di arrostirle e la preventiva immersione in acqua per individuare quelle bacate.

Come si cucinano:

Per arrostirle occorre praticare su un lato un’incisione della buccia e poi cuocerle sul fuoco vivo in una padella di ferro bucherellata.

Per bollirle, si lessano immergendole in acqua fredda leggermente salata e aromatizzata con foglie d’alloro o semi di finocchio. Sbucciate e passate al setaccio, diventano poi la base classica di moltissime ricette dolci o salate.

Le castagne si possono anche lessare o stufare dopo averle preventivamente sbucciate; in tal caso basta incidere la scorza e immergerle per 5 minuti in acqua bollente, sbucciandole immediatamente.

A questo punto si lessano con poca acqua e gli aromi più adatti lasciandole disfare o tenendole al dente. . Oppure metterle a stufare in un tegame con burro e verdure come sedano, porri, cipolle, coprirle di brodo e lasciarle cuocere, fino ad ottenere un ottimo contorno o l’ingrediente ideale per ripieni. Partendo sempre dalle cotture descritte si possono ottenere marmellate, gelati, creme salate, budini. Molte ricette tradizionali, come il castagnaccio, la polenta, le frittelle, richiedono l’utilizzo della farina di castagne, acquistabile in qualsiasi supermercato, altre ricette necessitano invece l’utilizzo delle castagne secche. In questo caso occorre farle ammollare in acqua tiepida e ripulirle di eventuali residui di buccia interna prima di cuocerle. Con le castagne secche si ottengono molte classiche minestre della cucina rustica.

 PILLOLE
Per fare un buon pasto senza problemi di digestione si possono abbinare le castagne con altri alimenti amidacei e con le verdure, mentre è decisamente sconsigliata la combinazione con la frutta, il latte, l’yogurt ed i formaggi magri. Infine, è possibile mangiare le castagne con i legumi, le sostanze proteiche, la frutta oleosa e i grassi. Ma anche le semplici caldarroste, fruscianti nella pentola di ferro bucherellata, rallegrano un po' tutti, con voglia di vino novello.

RICETTE 

“Munnulata” di Castelsaraceno

 Ingredienti

 300 gr di castagne

150 gr di fagioli

1 cucchiaio di olio extravergine di oliva

1 spicchio d’aglio

1 cucchiaio di polvere di peperone macinato

Procedimento

Sbucciare le castagne: corteccia esterna, metterle in acqua fredda  per un pò e togliere le pellicine interne quindi bollire le castagne in pignata con acqua e un pizzico di sale, far cuocere evitando una cottura prolungata, non far ammorbidire troppo le castagne.

Cuocere a parte i fagioli rossi, preferibilmente, comunque non bianchi, in acqua con un pizzico di sale nella pignata. A cottura ultimata mischiare fagioli e castagne.

In una padella soffriggere  olio aglio e polvere di peperone,( puparul pisat: u cift)

 versare nel composto di castagne e fagioli mischiare tutto e servire

 La torta di marroni di Marradi

Per l’impasto:

1 kg di passato di marroni

1 litro di latte

4 uova

400 gr di zucchero

 bustina di vanillina,

mezzo bicchiere di rhum,

2 cucchiai di alchermes,

un pizzico di sale

buccia grattugiata di un limone.

Per la sfoglia:

200 gr di farina

1 noce di burro

latte e acqua quanto basta.

Procedimento:

Intagliare i marroni, soprattutto se ancora freschi, e scottarli su fiamma viva per 2 o 3 minuti utilizzando la padella bucherellata oppure passarli al forno a microonde. Quindi procedere alla sbucciatura. Bollirli in acqua salata  per un’ora circa. Scolarli e passarli al setaccio molto fine. Mescolare la purea di marroni con lo zucchero, la vanillina, la buccia di limone, il rhum e l’alchermes. Sbattere le uova e aggiungerle all’impasto. Lasciare riposare per circa due ore. Unire il latte e rimestare bene. Nel frattempo impastare la farina con una noce di burro, il latte e acqua quanto basta per ottenere una sfoglia da tirare col matterello. Rivestire quindi con questa sfoglia la teglia compresi i bordi. Versare quindi il composto di marroni nella teglia non superando l’altezza di 4 cm. Cuocere in forno già caldo a 120° per circa 3 ore facendo attenzione che il composto non raggiunga mai l’ebollizione. Controllare la cottura immergendovi uno stecchino da denti che, a giusta cottura, dovrà uscire completamente pulito. Questa torta deve essere tagliata fredda a losanghe meglio il giorno dopo la cottura. Una variante della ricetta è quella di far cuocere i marroni in metà latte e metà acqua, oppure solo nel latte. In quasi tutte le ricette antiche, la cui caratteristica comune è quella della semplicità massima dei prodotti impiegati, i marroni erano bolliti nell'acqua, cottura che li mantiene interi e li rende più digeribili. Le famiglie ricche cuocevano invece, già in passato, i marroni nel latte, come si usa fare oggi.


IL CIBO DEI MORTI

di Federico Valicenti

Maramao, perché sei morto? 
Pane e vin non ti mancava, 
l’insalata era nell’orto 

Maramao, perché sei morto? 

 Difficile dimenticare questa filastrocca fanciullesco-popolare, dove il pane è considerato come nutrimento vitale durante la vita ma anche come simbolo di rinascita. Il cibo assume una forte valenza nel trapasso dalla vita terrena alla morte, prende il ruolo di accompagnamento verso l’aldilà. Uno degli aspetti più importanti che ricopre il cibo connesso al lutto ci porta alle usanze in epoche precedenti dove era tradizione lasciare nella tomba delle scorte di grano per sostenere il defunto fino al momento in cui avrebbe raggiunto la dimensione spirituale. Quello che noi chiamiamo “u cuonz”, il pranzo di consolazione dopo un funerale, altro non è che un retaggio del passato, celebrando in modo virtuale l’antica usanza di andare a mangiare sulla tomba del morto. Il binomio morto-cibo si relaziona facilmente con il binomio vita-morte, anche se alcuni antropologi, classificano questo rito ad una forma leggera di necrofagia in cui il cibo preparato in prossimità del morto simboleggia la volontà, il desiderio di nutrirsi della conoscenza della vita del defunto. . Secondo l’antropologo scozzese James George Frazer (1854 –1941) invece l’esigenza di legare il cibo al defunto risponde ad una legge di magia simpatica secondo la quale lo stomaco è il sepolcro del cibo e così come il cibo muore in esso, così il morto troverà riposo nella terra. Cosi il pane, attraverso questi rituali assume un’importanza destinata ad equilibrare il contatto con i vivi, il trait d’union con i familiari deceduti e quindi genericamente con tutti i defunti. La scelta del pane come cibo rituale non avviene per caso, ma va ad ascriversi ad una visione rigenerativa dello stesso, in una stretta simbiosi con la morte e la sua resurrezione,cosi come la rigenerazione del frumento o in generale dei cereali di cui è costituito. Le  offerte di grano, pane e cereali al defunto, diventano un modo per rappresentare ancora una volta il ciclo della  morte e della rinascita, un modo di garantire la vita oltre la morte per questo l’alimento veniva offerto spesso durante la veglia notturna, all’ingresso del cimitero o della casa. Ancora oggi, in parecchie regioni italiane vengono preparati strani dolcetti a forma di ossa chiamati appunto “ossa dei morti”, “collivi”, “stinchetti” e altre golosità a forma di organi umani che vengono poi regalati. E’ un rito che ha trovato spazio in tutte le culture e che sopravvive, anche sotto forme diverse, ancora oggi. Il culto dei morti è presente in molti aspetti folkloristici tradizioni ancora attuali, tanto che nel sito www.arbitalia.it/news/mazziotti/tradizioni_gastronomiche.htm, ritroviamo notizie dei paesi italo - albanesi di rito greco – bizantino che vivono con noi da oltre 600 anni e che hanno saputo conservare e mantenere le loro identità anche attraverso i riti antichi delle loro origini. I morti vengono commemorati, invece che ai primi di novembre come nella tradizione cattolica, all'inizio della primavera, tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo. La commemorazione dei defunti nei paesi albanesi presenta le caratteristiche di una festa popolare, durante la quale i defunti si confondono con i vivi, si crede che Gesù Cristo dia il permesso alle anime perché escano dall'oltretomba e facciano ritorno sulla Terra per ritrovare i luoghi in cui sono vissuti. Di estrema suggestione il rito processuale dove, dopo la processione al cimitero, i parenti degli estinti si appartano nella tomba dei propri cari per consumare cibo e bevande e chiunque passi nelle vicinanze viene invitato a partecipare al banchetto. Questa singolare tradizione affonda le sue radici in usi antichissimi. Ruolo simbolico di rilievo nelle celebrazioni in onore dei defunti hanno i collivi, fette di pane con sopra grano bollito. Nella serata amici e parenti si ritrovano e consumano la cena rievocando, fino a notte inoltrata, i loro cari e uno dei posti a tavola è lasciato libero perché "riservato" al defunto. Si rinnova in questo modo una tradizione antica che si ricollega ai banchetti della chiesa primitiva e alle usanze che per secoli hanno messo in evidenza i valori di solidarietà e di amicizia all'interno della comunità arbereshe. Il sabato successivo è invece un giorno di profonda tristezza, perché secondo la tradizione i morti sono obbligati a ritornare nell'oltretomba, distaccandosi dai propri cari. Qualunque teoria si condivida, il legame dei morti col cibo sopravvive ancora oggi.

Mentre nel rito cattolico il rito di celebrare segue la festa cristiana in onore dei Santi, come in una sorte di purificazione pre mortem. .Già la cristianità primitiva era solita celebrare feste in onore dei Santi, come testimoniano gli scritti di Tertulliano e di Gregorio di Nizza (223–395 d. C.), ma solo le pagine scritte da Sant’Ephraem (morto nel 373 d.C.) danno una sicura testimonianza della "festa celebrata in onore dei martiri della terra" il giorno 13 maggio. La festa giunse a Roma nel 609 d. C., quando papa Bonifacio IV dedicò il Pantheon di Roma alla Vergine Maria ed a tutti i martiri. Nel tentativo di far perdere significato ai riti legati alla festa celtica di Samhain, nell’anno 835 Papa Gregorio Magno spostò la festa di Ognissanti dal 13 maggio al primo novembre. La stretta associazione con la commemorazione dei defunti, celebrata il giorno successivo, fu istituita solo nel 998 d. C.: l’abate Odilone di Cluny diede disposizioni per celebrare il rito dei defunti dopo il primo novembre. In memoria dei cari scomparsi ci si mascherava da santi, da angeli e diavoli e si accendevano falò. Fu Papa Sisto IV, nel 1474, che rese obbligatoria la solennità in tutta la Chiesa d’Occidente. Nell'ampio spettro di beni immateriali, possono rientrare anche le usanze tipiche come quelle legate alla ricorrenza dei "morti", specialmente oggi, che la festa di Halloween si diffonde sempre più e trova, specie da parte delle nuove generazioni, una consistente attrattiva. 

RICETTE

Glie stinchetti riproducono in marzapane tibie umane, la qual cosa faceva scrivere a Paul Valéry nel suo libro L’Italie confortable: «Cet horrible bonbon, qui a sa moelle comme les ossements humains, rappelle, par sa forme et son nom, l’ancienne réputation de férocité des habitants, heureusement fort adoucie!».  Evidentemente il Valéry ignorava che il mondo dei dolci in Italia è dominato dalla magia simpatica e che nel caso specifico degli stinchetti c’è una concezione animistica secondo la quale il mangiare le riproduzioni fortifica l’organo riprodotto. La preparazione degli stinchetti è piuttosto approssimativa, sia perché è difficile trovare la vera originale ricetta, sia perché essendo raro che essi vengano fatti in casa le dosi sono oramai gelosamente conservate dai pasticceri.

Stinchetti:

mandorle g 100

cacao g 30

buccia grattugiata di ½ limone

1 o 2 chiare d’uovo

1 foglio colla di pesce

Impastare, con le mandorle tritate finemente, metà dello zucchero, il cacao, 1 chiara d’uovo. Montare a neve l’altra chiara, aggiungere lo zucchero rimasto, la colla di pesce (ammorbidita in acqua) e impastare fino a che risulti consistente.
Mettere un pezzetto della pasta al cacao dentro un quadratino ottenuto con la pasta bianca, avvolgere e dare forma di un piccolo stinco di circa 10-12 cm.
Sistemarli su ostie da pasticceria, far riposare per circa 24 ore, quindi cuocere per qualche minuto in forno a calore moderato.

Le Fave dei Morti

Ingredienti:

Farina 200 gr

Zucchero 100 gr

Mandorle dolci 100 gr

Burro 30 gr

Un uovo

Odore di scorza di limone, oppure di cannella, o d'acqua di fior d'arancio. 

Preparazione:

Sbucciate le mandorle e pestatele con lo zucchero. Mischiate il composto con la farina e gli altri ingredienti. Lavorate l’impasto fino ad ottenere una pasta morbida. Modellatela a forma di piccole fave. Disponete il tutto su una teglia da forno precedentemente imburrata e spolverizzata con la farina. Dorate con il tuorlo d’uovo e infornate per circa 20 minuti a 160°.

Le Ossa dei Morti

Per 4 persone

Ingredienti:

Farina 150 gr

Mandorle pulite 100 gr

Nocciole pulite 100 gr

Zucchero 200 gr

Burro 10 gr

Chiodi di garofano 30 gr

Cannella in polvere 1/2 cucchiaino; Marsala secco q.b. 

Preparazione:  
Rompere 25 gr di nocciole e 25 gr di mandorle a metà, tritare molto finemente il resto di mandorle e nocciole con lo zucchero e i chiodi di garofano e unire la cannella al trito. Impastare con farina e marsala fino ad ottenere una pasta soda (unire il marsala 1 cucchiaiata alla volta) . Lavorare la pasta finchè diventerà liscia e omogenea.  Formare con le mani un rotolo non troppo grosso e tagliarlo in otto parti. Avvolgere gli 8 cilindretti con le mandorle e le nocciole divise a metà, disponendoli poi sulla placca imburrata. Infornare per 30 minuti circa, nel forno a 200°.

Pupi di zuccaru (pupi di zucchero)

Ingredienti:

Farina 1 kg

Zucchero 300 gr

Strutto 250 gr

3 uova

10 gr di cremon di tartaro

5gr di bicarbonato 

Preparazione:

Impastate tutti gli ingredienti con un po’ d’acqua fino ad ottenere un composto simile a quello del pane. Modellare l’impasto a forma di piccole figure, riporre in una teglia da forno precedentemente imburrata e infornare.

Minni di Vergini -
Specialità delle suore di clausura del Monastero dell'Itria di Sciacca.
Ingredienti:
800 g di «majorca» doppio zero, 300 g di zucchero, 300 g di sugna, 1 uovo, latte, zuccata di cioccolato a pezzettini per arricchire ( la crema di latti).
Preparazione:
Sciogliere la sugna con la farina e lo zucchero, strofinandola tra le palme delle mani e impastarla, aggiungendovi, latte, finché l'impasto lo chiede. Far riposare qualche ora la «palla» ottenuta, stenderla col mattarello e sulla sfoglia depositare a distanze regolari tanti mucchietti di «crema all'amitu» arricchita da cubetti di zuccata e cioccolato a pezzettini. Chiudere con una sfoglia più grande, avendo l'avvertenza di spennellare albume battuto intorno ai mucchietti di crema, affinché possano appiccicarsi meglio i bordi delle due sfoglie, ora ritagliati dalla forma di latta rotonda e frastagliata. Passare l'albume montato a neve su ogni singola pasta e infornare. A cottura ultimata a forno moderato spolverare con zucchero a velo. Il principe Fabrizio Salina, il «Gattopardo», nel gran buffet della festa sceglie questi dolci, mentre l'autore Tomasi di Lampedusa fa questa riflessione: «Di queste don Fabrizio si fece dare, e tenendole sul piatto, sembrava una profana caricatura di sant'Agata, esibente i propri seni recisi. Come mai il Sant'Uffizio, quando lo poteva, non pensò a proibire questi dolci? 1 trionfi della gola (la gola, peccato mortale!) le mammelle di sant'Agata vendute dai monasteri, divorate dai festaioli. Mah!».

Crema all'amitu o di vaniglia -
Ingredienti:
100 g di amido per dolci, 300 g di zucchero; 1 l di latte, 6 tuorli d'uovo; la scorza grattugiata di 1 bel limone, 1/2 bustina di vaniglia, 1 pizzico di cannella in polvere.
Preparazione:
Montare con la frusta le uova e lo zucchero; sciogliere l'amido in metà del latte poi, mescolando, unire l'altra metà, i tuorli montati, la vaniglia, la scorza di limone ed il pezzi di cannella. Mettere la casseruola sul fuoco e girare sempre finché il composto non cominci ad addensarsi.

ricette/testi  tratte da

 “il diamante della grande cucina di Sicilia di Pino Correnti- ed. Mursia- collana Golosia-


Bolgheri, Luigi e Michela sposi.

In  provincia di Livorno, appena all’interno, sono a dimora dei vitigni che hanno scritto la storia dell’enologia toscana, territorio definito uno dei piu' grandi “ terroir italiani”. Risalendo questi vigneti, verso Bolgheri (LI) il paesaggio mi richiama la memoria scolastica, oramai credevo accantonata nelle parti più remote del cervello che mai avrei  pensato di rinverdire “I cipressi che a Bolgheri alti e schietti  van da San Guido in duplice filar quasi in corsa giganti giovinetti  mi balzarono incontro e mi guardar..."  , poesia che nella scuola il maestro imponeva di imparare a memoria. Il nativo del luogo, poeta Giosué Carducci immortalò nei suoi versi tutto il fascino e la semplicità di questo territorio, quasi mistico, come se un’aurea avvolgesse, con il silenzio, la naturale bellezza  imponendo ai viaggiatori  un’ espressione  serafica, disegnando sui volti un sorriso gaudente. Dal vivo il paesaggio rende onore ai versi e  la poesia assume un significato ancora più profondo. Se si rende onore e conto a questo tratto di Toscana che dona luce e lustro alla migliore enologia italiana, allora non potremo non pensare che i duplici filar siano anche dedicati ai tralci pieni di acini rossi dai profumi straordinari da cui si ottiene il Sassicaia, il Masseto, il Guado al Tasso, il Bolgheri, l’Ornellaia  e tanti altri vini pregiatissimi. Enoteche, romantici ristoranti e prodotti d’eccellenza toscana, fanno bella mostra nelle viuzze di Bolgheri  piccolo borgo pieno di cultura e ricco di storia, per la gioia dei turisti di passaggio. Ed è qui che i miei due amici, Luigi e Michela, il 27 Giugno 2010 hanno deciso di sposarsi. Ma perché Bolgheri!? Chiesi quando mi invitarono a cucinare per il loro matrimonio. Non risposero, mi misi in macchina con Luigi e andai a visitare questo borgo descritto come luogo affascinate e romantico, Bolgheri. Due ore e mezza di autostrada e capii il fascino del coronamento del loro sogno d’amore. Portare la mia cucina intrisa di lucanità, fonderla con il territorio toscano, magnificarla con vini di eccezionale celebrità non poteva che essere stimolante per questa nuova sfida cultural gastronomica, ed è quello che Michela e Luigi volevano, desideravano. L’unicità del luogo con l’unicità di una cucina fatta di profumi, sapori, cultura, non scontata, non omologata ai classici riti matrimoniali, sempre simili l’uno all’altro. Provocare la dialettica, il gusto, il piacere, in un matrimonio, azzardo fantastico, adrenalina a mille. Se poi pensi che la location/cucina è ridottissima, piccolissima e devi cucinare per 200 persone senza lunghe preparazioni ma tutto al momento per consentire l’esplosione dei profumi delle spezie, del pesce , delle carni, allora il gioco si fa duro, affascinante, coinvolgente, sconvolgente. Ma Goffredo, gran ragazzone, si presta con il suo Taverna del Pittore, locale piccolo, cucina ridotta ma grande professionalità, grandi lavoratori, bravi esecutori. Affiancati durante le ore a venire,  da altre maestranze professionali, cucinare è stato un gioco e un gran divertimento, cosi tra una pietanza e l’altra ho avuto anche il piacer di fare qualche passo di pizzica con la sposa…..grande serata, grande Bolgheri, grande Goffredo e la sua  Taverna del Pittore.  A fine serata, verso le 2 di notte un bel bicchiere Bolgheri e, a dir la verità più di uno, di Sassicaia ha ritemprato tutto il lavoro svolto. Bella Bogheri. Le ipotesi sulle origini di Bolgheri e sul suo etimo sono molte. Qualcuno le ritiene legate a un ipotetico "conte Bolgàrio", altri lo riportano a Bolgario, derivazione dal patronimico "Bùlgaro", come "appartenente al popolo di stirpe unna dei Bulgari", già documentato nell'VIII secolo in forme latinizzate. Comunque sia, a Bolgheri i suoi abitanti  hanno saputo conservare luoghi, origine, identità e cultura. In fondo al borgo, nella piazza dedicata appunto a Nonna Lucia, nonna del  Carducci, si trova il Ristorante La Taverna del Pittore. Luogo dalle atmosfere di altri tempi fatte di semplicità, simpatia e contatto con il pubblico, che rende la Taverna del Pittore, non solo un ottimo punto di ristoro, ma anche un luogo di incontro tra i numerosi turisti che da tutto il mondo si recano a Bolgheri ad ammirare le sue viuzze in pietra, il suo viale di cipressi e la sua posizione privilegiata immersa nelle campagne della Costa degli Etruschi.  Il ristorante, magistralmente gestito dal giovane e simpatico proprietario Goffredo propone una scelta prelibata di piatti tipici toscani. Immancabile ed imperdibile è quello che ormai è da considerarsi come l’icona della gastronomia toscana,  la cacciagione, il piccione  ed in particolar modo il cinghiale. Maltagliati al sugo d’anatra selvaggia, cinghiale in umido o arrosto con olive nere, piccione ed altre prelibatezze toscane fanno del ristorante, la Taverna del Pittore, uno dei locali più apprezzati di Bolgheri.

 Un’ottima e fornita scelta di vini , quasi tutti toscani naturalmente,  terminano l’opera d’arte di una cena romantica o in famiglia, in uno dei luoghi più belli della Toscana. Atmosfere romantiche, professionalità ed una buona dose di simpatia tipica livornese, sapranno accontentare anche il più esigente dei palati..

 

Bolgheri è posizionato al centro tra Castagneto Carducci e le spiagge di Bibbona e facilmente raggiungibili a soli 15/20 minuti di auto.

Indirizzo

LA TAVERNA DEL PITTORE

Largo Nonna Lucia, 4
57020 Bolgheri (Li)
Tel: 0565 762184

 RICETTE

 Pappa col pomodoro toscana
Ingredienti

  Pane casalingo raffermo: gr. 300

  Pomodori maturi o pelati gr. 500

  2 spicchi d'aglio

  Basilico

  Un litro di brodo

  Olio d'oliva

  Sale e pepe

Preparazione
In una pentola rosolate, in 6 cucchiai d'olio gli agli divisi a metà. Appena accennano a prendere colore, unite i pomodori pelati e tagliuzzati e abbondante basilico. Salate, pepate e fate cuocere per un quarto d'ora. Versate il brodo bollente e quando spicca il bollore unite il pane tagliato a fettine sottili. Fate cuocere altri 10 minuti, girando spesso, poi spengete il fuoco. Dopo un'oretta rimestate bene, per sfare completamente il pane, poi, se volete, potete riscaldarla un attimo. Servitela calda (mai bollente) o tiepida con un filo d'olio crudo. Non usate assolutamente il formaggio

 Ribollita toscana
Ingredienti

  Pane casalingo raffermo: gr. 300

  Fagioli bianchi secchi: gr. 400

  Un cavolo nero

  Mezzo cavolo verza

  3 mazzetti di bietola

  2 patate

  2 carote

  2 gambi di sedano

  2 cipolle

  Un cucchiaio di conserva

  Olio d'oliva

  Sale e pepe

Preparazione
Lessate i fagioli in 2 litri d'acqua fredda, passatene circa i tre quarti rimettendo la purea ottenuta nel brodo di cottura. In un'altra pentola fate rosolare, in 8 cucchiai d'olio, una cipolla tritata. Quando la cipolla appassisce unite la conserva diluita in acqua calda o brodo. Aggiungete le carote e il sedano a fettine, le bietole e i due cavoli tagliati a listarelle, le patate fatte a grosse fette. Salate, pepate e fate cuocere, con coperchio, per alcuni minuti, quindi versate nella pentola tutto il brodo di fagioli. Fate cuocere a lungo, poi quando tutte le verdure sono ben cotte, aggiungete il pane tagliato a fettine e i fagioli interi. Fate sobbollire per 10 minuti e spengete il fuoco. Rimestate e lasciate intiepidire. Versate la zuppa in una pirofila, cospargetela con fettine di cipolla, pepe e un filo d'olio. Passatela in forno ben caldo finche' la cipolla sara' ben dorata. Prima di servirla aspettate qualche minuto.

 Ossibuchi alla toscana
Ingredienti

  4 ossibuchi di vitella alti circa 2 dita

  Una cipolla piccola

  Pepolino o timo

  Vino bianco

  2 cucchiai di conserva

  Farina

  Brodo

  Olio d'oliva

  Sale e pepe

Preparazione
Togliete la pelle intorno agli ossibuchi e praticate intorno delle incisioni, poi batteteli leggermente. In una teglia mettete la cipolla a fettine sottili, qualche fogliolina di pepolino (o di alloro, o di salvia), 8 cucchiai d'olio e gli ossibuchi infarinati poco. Mettete sul fuoco e fate rosolare piano, girando gli ossibuchi in modo da farli colorire, poi bagnate con il vino (ideale sarebbe il vin santo) e fatelo ritirare. Versate infine 2 tazze di brodo nel quale avrete sciolto la conserva. Salate, pepate e fate cuocere piano finché tutto il liquido non sarà ritirato e si sarà formata una bella salsetta spessa. Gli ossibuchi dovranno essere morbidissimi.

 Piccioni in tegame
Ingredienti

  4 piccioni piccoli

  2 salsicce

  4 fette di lardo o pancetta

  Olive nere: gr. 200

  Una cipolla

  2 spicchi d'aglio

  Salvia

  Vino bianco

  Poco brodo

  Olio d'oliva

  Sale e pepe

Preparazione
Spennate i piccioni, svuotateli ,conservate i fegatini, eliminate collo, zampe e punte delle ali, poi fiammeggiateli, lavateli ed asciugateli. Farcite ogni piccione con mezza salsiccia spellata, poi fasciate il petto con una fettina di lardo e di pancetta. Legateli in modo che restino in forma durante la cottura. Metteteli in una casseruola con 8 cucchiai d'olio, la cipolla a fettine, gli agli interi e qualche fogliolina di salvia. Fate colorire per una decina di minuti, girandoli da tutte le parti, poi bagnate con un bicchiere di vino bianco. Salate, pepate e fate evaporare lentamente, quindi continuate a cuocere per altri 20 minuti, bagnando con poco brodo. Pochi minuti prima di togliere dal fuoco, slegateli e togliete il lardo o la pancetta dalla pancia, aggiungete i fegatini tritati e le olive snocciolate. Cuocete per 5 minuti e servite possibilmente su fette di pane abbrustolite.

 Roschette livornesi

Ingredienti

  Farina: gr. 400

  2 uova

  Zucchero

  Una bustina di lievito

  Olio d'oliva

Preparazione
Impastate la farina con un uovo, 4 cucchiai d'olio e 2 cucchiai di zucchero, un cucchiaino di sale e poca acqua tiepida, quindi lavorate come per fare della normale sfoglia per la pasta. Fatene una palla e lasciatela riposare al fresco per circa mezz'ora. Modellatela a filo grosso un dito e fate delle ciambelline che metterete sulla placca del forno infarinata. Intagliate la superficie con quattro tagli per traverso, spennellate con un uovo sbattuto e cuocetele in forno medio per circa 20 minuti.


FUNGHI

Settembre rimane, comunque, il miglior mese per raccogliere, mangiare e conservare i funghi, rendendo più gradevole il passaggio, la transizione tra l’estate e l’autunno. Funghi di varie specie vengono usati sia come ingredienti principali per insaporire vari  piatti, dai primi, ai secondi  dalla carne al pesce, sia portandoli a tavola semplicemente come contorni o antipasti. Sin dall’antichità il fungo ha avuto duplici valenze di conoscenze , che ha affascinato ma anche spaventato un pò tutta l’umanità. Il fatto stesso che nasca spontaneamente e all’improvviso , di solito al buio della notte, ha da sempre creato non poche paure nell’uomo. Accompagnato da timore reverenziale si è sempre diviso, il fungo, in quello buono e quello cattivo, suscitando apprensione e godimento negli amanti del gusto. Dulcis in fundo ha da sempre confuso le idee a tutti gli studiosi che hanno cercato di classificarli, rendendoli ora partecipi di commestibilità, ora contrari per tossicità, creando al suo interno, nel suo habitat un mondo a parte.  Porcini, prataioli, mazze di tamburo, finferli, russole e chiodini, ordinati, natalini,  sono decine le specie commestibili. Ognuna si presta a ricette semplici e genuine, nate dall'antica saggezza popolare e dal desiderio di migliorare i piatti di benestanti e meno abbienti “... alimento di primissimo ordine per il loro altissimo potere nutritivo, ma anche per il loro gusto graditissimo e delicato, specie se con cura ed intelligenza usati nella mescolanza più accorta di specie che esaltano il profumo, la digeribilità e la bontà di essi“ scriveva dei funghi il professor Pier Andrea Saccardo ( 1845 –1920) dell'Università di Padova,  botanico e uno dei migliori micologi italiani della fine dell’Ottocento. Raccolti al momento giusto e cucinati con sapienza e amore i funghi,  preziosi doni del bosco, si prestano per l’alimentazione di chi vuole mantenere la linea senza rinunciare ai piaceri della tavola Poche calorie , circa 35 ogni cento grammi,  ma ricchi di sali minerali e vitamine.  Dall'antipasto di porcini crudi al classico risotto, dalla zuppa alla grigliata mista di funghi, dalle paste fumanti alla  polenta, dalla mazze di tamburo impanate al filetto di vitello con i finferli,  sono tantissime le ricette che si possono preparare e gustare nei ristoranti lucani in questo periodo.
Per portarsi invece a casa profumi e sapori basta andare per strada nei piccoli paesini, tanti cercatori offrono un  ampia scelta di funghi freschi, secchi , ottimi per insaporire tagliatelle e risotti  o per preparare profumati antipasti e sott'oli. Ma come si conservano i funghi appena raccolti?  

Quelli con dimensioni più ridotti  possono essere messi sott'olio, dopo una cottura nell'aceto, oppure tagliati a spicchi  e  congelati. Congelare i funghi non è difficile,  cucinarli neanche , basta cuocerli senza  farli scongelare. Per poter conservare in modo corretto i funghi da congelare occorre asciugarli in modo accurato e adagiarli su un vassoio piano, facendo attenzione che non si sovrappongono, quindi metterli nel congelatore per circa 12 ore, togliere i funghi dal vassoio e versarli nelle adatte bustine per congelatori , si evita cosi di far attaccare i funghi tra di loro, restano separati e possono essere consumati nella giusta quantità. Si può congelare anche impanando i funghi, cosi sono pronti da usare casomai servissero velocemente. L’impanatura può essere fatta con il pan grattato,  dopo aver immerso le fette in uovo sbattuto, oppure salando le parti del fungo, attendere per 15 minuti che il fungo trasudi per far aderire l'impanatura e quindi impanare con farina grezza di mais. L'uso della farina finissima di mais su fette solo salate, senza uovo, sembra sia uno dei metodi più tradizionali che si conoscano. Anche in questo caso, il congelamento deve essere fatto su vassoi piani, con un abbondante presenza di farina o pan grattato per non far aderire le fette, dopo circa 12 ore, i funghi congelati, possono essere imbustati e riposti in cella o in congelatore. L'uovo sbattuto avanzato, presenta abbondati tracce di funghi, ed è un'ottima base per frittate morbide o per fare delle polpettine, volendo si arricchisce il composto  immergendovi qualche fettina sottile di porcino. Non si butta nulla.
Tutt'altra cosa i funghi sott'olio, freschissimi e giovanissimi, completamente privi di parassiti, si mondano e si lavano (i porcini con una spugnetta, gli altri, in quanto ricchi di residui di terra e sabbia, immergendoli e togliendoli velocemente in acqua corrente. Si asciugano e si lasciano riposare per almeno 3 ore su un canovaccio. Si tagliano a pezzi e quindi si scottano per alcuni minuti in una soluzione 50% aceto bianco e 50% vino bianco secco a bassa gradazione, una manciata di sale grosso .
Si scolano e quindi si adagiano su un panno di cotone. Vi si lasciano riposare per una notte. All'alba si invasano in vasi di vetro sterilizzati. Nei vasi possono prendere posto una foglia di alloro e pepe in grani secondo i gusti,  a coprire tutto, olio extravergine, leggero e poco fruttato. Conservati in cantina fresca e buia e controllati almeno ogni dieci giorni, non devono fermentare, perdere olio o cambiare colore. L'olio di conservazione é ottimo per bruschette, crostini e per condire patate e verdure lessate.

CONSIGLI PER LA CONSERVAZIONE DEI FUNGHI SOTT'OLIO

Scegliere solo funghi giovani, sodi, perfettamente sani e freschissimi.

Pulirli molto bene ed eliminare qualsiasi traccia di terriccio o altri residui.

Tagliare i funghi in modo che tutte le fette abbiano le stesse dimensioni.

Nel preparare il liquido di cottura badare bene che l'aceto non sia mai in quantità inferiore al 50 - 55 %, il restante quantitativo di liquido può essere indifferentemente acqua o vino.

Aggiungere sempre un bel cucchiaio di sale per ogni litro di liquido di cottura.

Gli aromi debbono essere assolutamente puliti.

Tutte le stoviglie usate debbono essere ben pulite.

I vasi da conserva debbono essere in vetro, ben puliti, sterilizzati e con il tappo a perfetta tenuta ermetica.

Il tempo di cottura può variare da 8 min. per funghi piccoli e teneri a 15 min. per funghi più sodi e tenaci.

Dopo la cottura i funghi vanno messi ad asciugare per un paio d'ore su vassoi o un ripiano perfettamente puliti, mai su canovacci.

Nei vasetti va messo prima l'olio delicato (non extravergine) e poi i funghi con gli aromi. Il tutto dev'essere ben coperto d'olio ed il vasetto non troppo pieno dev'essere chiuso ermeticamente.

E' preferibile poi far bollire i vasetti per circa 40 min. ponendoli in un recipiente dove stiano completamente immersi nell'acqua.

I vasetti vanno conservati al buio in un luogo fresco.

I funghi possono essere consumati dopo almeno un mese. Una volta aperti i vasetti vanno consumati al più presto, tenuti in frigo badando che i funghi siano sempre coperti dall'olio.

 

I consigli di cui sopra assicurano una buona conservazione dei funghi o di altre conserve sott'olio e servono soprattutto per evitare lo sviluppo del Clostridium botulinum, un batterio sporigeno anaerobico che produce una tossina mortale meglio conosciuta come botulino

Le spore del batterio si trovano nel terreno e negli ambienti e possono essere distrutte a temperatura superiore a 120°. Esse non si sviluppano in ambiente acido e salino, ecco perchè occorre garantire oltre il 50% di buon aceto nel liquido di cottura, oltre al sale.

 

ALTERAZIONI CHE POSSONO COMPARIRE NEI FUNGHI SOTT'OLIO

Olio torbido.

Patine batteriche bianche.

Colonie batteriche come pallini bianchi.

Lieviti fermentati con produzione di gas (tappo bombato).

Irrancidimento dell'olio.

Tossina botulina con produzione di gas (tappo bombato).

 

In tutti questi casi buttare via tutto! Non assaggiare né tentare qualche rimedio.

 Di Federico Valicenti


Il gregge transumante.

In Basilicata la pratica della transumanza aveva significati profondi e sicuramente oggi culturalmente riproponibili. Le sorgenti della Catusa, Spezzavummule, Acquafredda, e tanti altri toponimi di flussi di acque sorgive popolavano l’immaginario del transumante. A settembre gli alvei dei fiumi si rimescolavano di uomini e animali al pari, se non di più, della risalita del mese di maggio. Si ridiscendeva alla “marina” in luoghi più caldi e soleggiati dove gli armenti venivano posti fino alla primavera per poi risalire alpeggi e trasformare di nuovo il latte in formaggi. Lungo i maestosi tratturi, i larghi letti dei fiumi come autostrade verdi, per millenni hanno visto il passaggio delle transumanze sia di greggi che di uomini, dei pellegrini, dei viandanti, dei contadini. La pastorizia abbondava nella nostra regione ed il possesso di un gregge era segno di una certa agiatezza ed elevava il possessore ad un ceto alto nella gerarchia sociale di quel tempo. Una volta, il pascolo avveniva tutto l’anno, tranne nei periodi nevosi quando gli animali si nutrivano con il fieno delle nostre colline, derivante dalle erbe e dal raccolto fatto nel periodo di maggio, giugno e luglio.
Il gregge che pascolava era una macchina rigeneratrice autonoma, perfetta biologicamente ed ecologicamente, infatti, le erbe aromatiche dei nostri pascoli con l’immensità di sapori e profumi ricadevano e inondavano prima sul latte, poi sui formaggi. Latte e formaggi usati non solo per alimento ma con proprietà terapeutiche poiché l’abbondanza di sali minerali, calcio, fosforo, conferivano all’organismo antibiotico ed anticorpi utili a combattere le malattie e sopperire alle fatiche. Ma soprattutto l’alto contenuto di calcio, presente negli alimenti naturali, era fondamentale per rinvigorire muscolatura e struttura ossea.
Il gregge poi con gli escrementi permetteva la rigenerazione di erbe come il timo, tarassaco, erba calaminda, salvia, rosmarino, menta, santoreggia, cerfoglio, alloro, ruta, valeriana, ginepro, melissa citronella e issopo, quest’ultimi usati per distruggere la carica batterica e quindi mantenere salubri i prodotti agri alimentari. La primavera, con lo scioglimento delle nevi e l’arrivo delle prime piogge e dei primi soli, profuma le nostre montagne e le colline degli aromi di queste erbe dai mille colori. La trasformazione del latte in formaggio avveniva nel periodo di dicembre fino a maggio e scompariva totalmente con l’apparire delle lucciole, insetti che avvertivano i pastori dell’imminente arrivo della stagione calda e che ovviamente, non permetteva la conservazione del formaggio fresco. Il formaggio preparato in primavera veniva sistemato in grotte, in fondaco o calato nella fossa, al riparo sia dai raggi del sole, quindi del caldo, sia da eventuali inquinamenti di mosche ed altri insetti interessati a questa prelibata delizia. Veniva tirato fuori, degustato e poi venduto dopo il primo temporale che annunciava l’arrivo per una nuova transumanza, del mese di settembre che annunciava l’avvento della stagione fresca, l’autunno. Il formaggio conservato veniva usato nel periodo invernale, perché le sue importanti particolarità nutritive, caloriche e proteiche, erano necessarie per superare il freddo e per non debilitare il fisico, costretto a sopportare la fatica del duro lavoro. Quindi un pezzo di formaggio pecorino per pastori, viandanti, contadini, boscaioli, era il pasto più semplice e nutritivo. In seguito, per esigenze economiche, il mestiere del pastore scomparve e nelle nostre campagne si privilegiò l’allevamento da carne, senza tener conto delle nostre tradizioni, delle nostre identità, del nostro territorio. Anni terribili per la pastorizia e l’agricoltura furono gli anni cinquanta /sessanta del secolo scorso che segnarono la fine di un’epoca, di millenni di lavoro e di preservazione del territorio, la richiesta di mano d’opera da parte delle industrie causò lo spopolamento delle nostre campagne, segnando un cambiamento nel settore agricolo, la pianura passò all’industria e l’ottusità politica dei nostri governi, spinti da interessi economici, non impedì questa barbara trasformazione. Così i nostri tratturi delle transumanze con l’usura del tempo si sono riempiti di erbacce. anche se per vari tratti risultano ancora presenti ed integri nella loro bellezza e grandezza originaria. Il recupero di questi percorsi è diventata una necessità. se a questo si aggiunge la voglia di riscattare un passato ricco di tradizioni e di valori autentici legati alla vita pastorale, si comprende la necessità di un’ intensa opera di recupero e rivalorizzazione dei tratturi .

 RICETTE

 Pecora  alla “pignata”

 Ingredienti:

g. 1 kg di carne di pecora

g. 500 di patate

g. 300 di pomodori rossi

2 cipolle

100 gr di pecorino grattugiato

un bicchiere di aceto

un cucchiaio abbondante di olio extra vergine  d'oliva

sale

pepe

Preparazione: 

tagliate a pezzi  la carne e tenetela per un breve periodo in un recipiente che avete riempito di acqua, 4 foglie fresche di alloro e un bicchiere di buon aceto bianco.

Mondate e affettate la cipolla

lavate e spezzettate i pomodori

sbucciate lavate e tagliate a tocchi grossi  le patate.

Versate il tutto in una capiente pentola di creta, “pignata”, condite con olio d'oliva, sale e pepe, versate qualche bicchiere d’acqua  a coprire le verdure e portate a bollore

Aggiungete la carne sgocciolata,aggiustate di sale  riempite di acqua la pentola   e cuocete a lungo a fuoco moderato, a fine cottura aggiungete dadini e il pecorino, fate cuocere ancora per qualche minuto e servite caldo.

 Pecora  al forno fredda

 Ingredienti per 4 persone

La coscia della  pecora circa 1.500 
un cucchiaio abbondante di sugna

un trito di prezzemolo, origano, aglio, pepe
olio d'oliva

 sale q.b.

Preparazione

Tagliate a fette alte un dito la coscia, lavatela e fatela stare in acqua fredda per una diecina di minuti, risciacquate la carne e asciugate. 

Salate da ambo le parti e adagiate i  pezzi di carne in una teglia oleata e con un cucchiaio abbondante di acqua., mettete il trito di prezzemolo, aglio, pepe e strutto su ogni pezzo di carne. Infornate a 150 gradi per un 4 ore circa.

Fate raffreddare la carne e potete mangiarla fredda tranquillamente anche dopo qualche giorno.

 “Pappone",

preparato con latte patate e pane bolliti insieme in un caldaio, fino ad ottenere una purea densa ed omogenea.

Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d'Abruzzi i miei pastori
lascian gli stazzi e vanno verso il mare:
scendono all'Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti
alpestri, che sapor d'acqua natia
rimanga né cuori esuli a conforto,
che lungo illuda la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d'avellano.
E vanno pel tratturo antico al piano,
quasi per un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri.
O voce di colui che primamente
conosce il tremolar della marina!
Ora lungh'esso il litoral cammina
La greggia. Senza mutamento è l'aria.
Il sole imbionda sì la viva lana
che quasi dalla sabbia non divaria.
Isciacquio, calpestio, dolci romori.
Ah perché non son io cò miei pastori?
  (Gabriele D'Annunzio )


I FAGIOLI DI SARCONI - di Federico Valicenti

Il 18 e 19 agosto il piccolo paese Sarconi (PZ) inonderà le sue viuzze di profumi e colori dei suoi fagioli. Una moltitudine di ecotipi di varie forme e dimensioni con colorazioni e sapori diversi allieteranno le gole e gli occhi di migliaia di avventori, visitatori, buongustai, curiosi, affabulatori, ghiotti del legume che, più di ogni altro, ha contribuito a scrivere la storia della cucina nel mondo, in Europa, in Italia, in Basilicata ma soprattutto in Sarconi.

Abbondano le notizie circa la coltivazione, preparazione e consumo dei legumi nella cucina mondiale, dalle tombe reali degli antichi Egizi, all'Iliade di Omero nell'antica Grecia, e persino nell'Antico Testamento. L'uso dei legumi come alimento di base risale a più di 20.000 anni fa in alcune culture orientali, mentre il fagiolo comune è stato coltivato per la prima volta dalle prime civiltà messicane e peruviane 5.000 anni fa ed erano molto diffusi tra gli Aztechi. Sebbene gli storici non siano sicuri se i fagioli sono stati introdotti in Europa dopo la scoperta dell'America, è vero che la coltivazione di questo legume risale a tale periodo. Coltivati fin dai tempi più antichi, alcuni reperti contenenti fagioli sono stati trovati in Perù nelle tombe del periodo Inca e, stranamente, ne troviamo cenno anche nel ricettario di Apici nel “de re coquinaria”, quindi conosciuto o quantomeno qualche ecotipo simile, anche dai Romani. Queste antiche culture sapevano già che il segreto dei legumi era la loro varietà e il loro immenso valore nutritivo.  Infatti, i vegetali appartenenti alla famiglia delle Leguminose, contengono dal 25 al 40% proteine, il cui valore biologico è superiore rispetto a quelle dei cereali, e appena di poco inferiore quelle di origine animale.  Nel mondo esistono più di 500 varietà di fagioli, di questi 19 sono a Sarconi che presenta una kermesse di due giorni 18 e 19 Agosto, tutta dedicata a “Sua Maestà” il Fagiolo di Sarconi, celebrità della cucina italiana e internazionale. Gli chef locali daranno il meglio della loro bravura nella preparazione di decine e decine di interpretazioni e di modi per poter far assaggiare e gustare questa antica pietanza. L’estro e la fantasia sarà il tema richiesto ai cuochi locali, che cercheranno di portare fuori dal “piatto di creta” il fagiolo di Sarconi per farlo entrare nell’olimpo della grande cucina italiana. Il programma della Pro Loco ci invita a degustare le ricette con i fagioli attraversando le strade del suggestivo centro storico, dai primi piatti al gelato, dalla porchetta ai peperoni “cruschi”, fino alla gustosa marmellata al fagiolo, uno stuzzicante percorso gastronomico da godere in compagnia di amici e parenti a prezzi veramente popolari. La sagra, che è diventata una delle più longeve e frequentate d'Italia essendo riuscita ad ospitare 30 mila persone negli anni passati, si arricchisce ogni anno di nuove iniziative. Mostre d'arte, artigianato locale, cabaret, spettacoli di strada e buona musica allieteranno le due sere che diventano tutt’uno per un coinvolgente mix di gastronomia e cultura. Tutto per la strada, tutto rigorosamente senza biglietto d'ingresso, fino a tarda notte. Tutto ispirato dal fagiolo ed al fascino semplice e genuino di un prodotto valorizzato e commercializzato da una comunità di persone genuine e generose.

Pillole di storia

Il fagiolo di Sarconi ha una storia antica. Non si sa di preciso quando arrivò in Val d’Agri questo legume che venne in Europa sulle navi dei conquistatori del Nuovo Mondo, ma a partire dal Settecento la coltivazione in agro di Sarconi è ampiamente documentata. Componente fondamentale della dieta delle popolazioni lucane perché ricco di proteine, carboidrati, vitamine e minerali ma povero di grassi, il fagiolo è da sempre salutistico e ben digeribile. Oggi conosciuto nelle mense di mezzo mondo, il fagiolo di Sarconi ha una caratteristica particolare: la cottura “a prim’acqua”, perché cuoce presto.

Come si gusta:
Il Fagiolo di Sarconi ha un sapore delicato, dalla buccia sottilissima, “cuoce a prima acqua”, cioè rapidamente, è consigliato per un piatto unico con la pasta o da solo come contorno. Per non comprometterne la qualità e le caratteristiche organolettiche di questo prodotto si consiglia, per una buona conservazione,di tenere il prodotto in luogo fresco ed  asciutto lontano da fonti di luce e calore .

 

RICETTE

Cavatelli e fagioli “verdolini”

 

ingredienti

400 gr di cavatelli

200 gr farina rimacinata

200 gr farina 00

acqua tiepida qb

pizzico di sale

su una spianatoia versate le farina, fate una fontana al centro e versate l’acqua tiepida sciogliete il sale nell’acqua e impastate fino ad ottenere un impasto morbido ed omogeneo. Tagliate a piccole panelle con la spatola  (la rasorra) e lavorate a formare dei cilindri alti 1 dito, quindi sempre con la spatola , tagliate in tanti piccoli pezzi da 1 cm il cilindro, incavate con un dito e ottenete il cavatello.

il sugo

300 gr di fagioli “verdolini”

1 striscia di guanciale di maiale

una costola di accio, sedano;

4 pomodorini rossi maturi

1 peperoncino

procedimento

Cuocete i fagioli, non c’e’ bisogno di metterli a bagno, cuociono a prima acqua.

Tagliate a pezzettini piccoli guanciale

Mondate e tagliate in dadini la costola di “accio”.

Mettete il tutto a rosolare  in una capiente padella con olio extra vergine, aggiungete il  peperoncino, i pomodorini tagliati a pezzi, un bel mestolo di acqua dei fagioli e i fagioli scolati,  aggiustate di sale  e fate cuocere per 5 minuti.

Cuocete la pasta in abbondante acqua salata

Scolate lasciandola  un pò acquosa e versate nel sugo di fagioli, fate insaporire a fuoco lento per circa 3/5  minuti e servite

 

Pasta e fagioli con le cozze

Ingredienti
40 gr  di pasta corta formato ditali

1 chilo e mezzo di cozze;
600 gr di fagioli borlotti
5 pomodorini
2 spicchi d'aglio,
1 cipolle di Tropea
1 bicchiere di vino bianco secco
8 cucchiai di olio d'oliva,
un ciuffo di prezzemolo,
sale e pepe q.b.
procedimento

Lessare in parecchia acqua salata i fagioli.
Nel frattempo lavare accuratamente le cozze  sfregando  con uno spazzolino duro, sciacquarle in acqua corrente. In una ampia padella, su fuoco basso, versare un cucchiaio d'olio con uno spicchio d'aglio schiacciato ed il bicchiere di vino, aggiungere le cozze e mettere sopra la padella un coperchio. Alzare la fiamma ed attendere che i mitili si aprano, ad apertura avvenuta prelevare i frutti dalle valve e tenerli in una scodella coperti del loro liquido d'apertura opportunamente filtrato con un setaccio strettissimo.
A  cottura trasferire i fagioli nel  passaverdure per ottenerne una crema densa.

In un'alta e capace padella  versare il rimanente olio con uno spicchio d'aglio schiacciato e la mezza cipolla tritata,  fare imbiondire il tutto ed eliminare poi l'aglio, spezzettare i pomodorini, versarli nel soffritto e portare a cottura la salsa a fiamma dolce per  10 minuti, aggiustare di sale e di pepe ed aggiungere il prezzemolo tritato. Versare nella salsa  il solo liquido di cottura delle cozze, aggiugere la pasta, mescolare ed aggiungendo poco alla volta qualche mestolino di acqua bollente portare a cottura la pasta, come se fosse un risotto, a cottura al dente aggiungere la purea di fagioli.

A cottura ultimata aggiungere tutte le cozze messe da parte precedentemente , rimestare delicatamente e servire  versando su ogni porzione un sottile filo d'olio.

 

Braciole di maiale con fagioli

Ingredienti

·         4 braciole di maiale

·         300 g di fagioli “tabacchini”

·         50 g di olio e.v

·         4 foglie di salvia

·         mezzo bicchiere di vino aglianico

·         250 g di pomodori pelati

·         sale e pepe nero appena macinato

Preparazione

In una capiente pentola piena dì acqua appena salata cuocere i fagioli. Nel frattempo in un tegame rosolare  la salvia con l’olio, unire le braciole facendo rosolare bene  dalle due parti, aggiustare di sale  e pepe , aggiungere il vino che lascerete evaporare. Aggiungere alle braciole i pomodori spezzettati e continuare la cottura lentamente per quindici  minuti. Scolare i fagioli lasciando un poco di acqua di cottura, , togliere le braciole dal sugo e aggiungere i fagioli, far insaporire per qualche minuto e servire la salsa sulle braciole.

Frittata di fagioli senza uova

Ingredienti

·         400 g di fagioli “tuvagliedd”

·         80 g di lardo tritato

·         3 cucchiai di olio

·         100 g di pecorino di Moliterno tagliato a dadini

·         pepe e sale

Preparazione

Lessare in acqua fredda i fagioli,  aggiustare di sale  verso la fine della cottura. Appena i fagioli saranno cotti passateli al passaverdura o al frullatore. Fate quindi rosolare il lardo in un tegame e unite il passato di fagioli e il pepe, mescolando fino a che avranno assorbito tutto il grasso. Unite I pezzi di pecorino fresco rigirando bene il composto. Mettete l'olio in una padella, e quando sarà bollente unitevi la purea di fagioli con l'Emmenthal. Fate friggere il composto fino a che il formaggio sarà sciolto. Rigirate il composto come fosse una frittata facendolo leggermente dorare uniformemente, da ambo le parti.

 

Torta di fagioli

Ingredienti

·         350 g di fagioli “canellini”

·         150 g di zucchero

·         50 g di burro

·         mezzo limone

·         mezza bustina di lievito

·         2 uova

Preparazione

Fate bollire i fagioli in abbondante acqua per due ore. Passateli al setaccio e aggiungete al passato le uova già sbattute con lo zucchero, il burro fuso, la buccia di limone grattugiata e il lievito. Mescolate bene e poi versate il composto in uno stampo unto di burro. Fate cuocere nel forno a calore moderato per 45 minuti. Servite la torta fredda e ricoperta di marmellata

 

Palline di  fagioli in “diavolilli”

Ingredienti

·         500 g di fagioli “ciuoti”

·         50 g di ricotta

·         50 g di cacao

·         50 g di zucchero

·         50 g di nocciole

·         50 g di biscotti

·         1 fialetta di rhum per dolci

·         50 g di biscotti

·         Confettini di zucchero

 

Preparazione

Cuocere i fagioli, passare al setaccio. Sbriciolare i biscotti e le nocciole. Amalgamare bene tutti gli ingredienti. Formare delle palline e passarle nei confettini di zucchero, “diavolilli”.

 

 

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MOLITERNO E IL SUO PECORINO

di Federico Valicenti

Secondo Giacomo Racioppi da Moliterno, storico, politico ed economista (21 maggio 1827 21 marzo 1908), il nome del paese Moliterno deriva dal radicale “mulcutrum” che a sua volta deriva da “mulgere”, mungere, da cui “mulcternum” che significa” luogo dove si produce il latte, cioè si munge l’armento e si coagula il latte”, un luogo quindi privilegiato per l’allevamento e, di conseguenza, dell’arte casearia. E’ una tradizione che parte da lontano, la popolazione indigena degli Enotri abitava nelle zone interne della Basilicata che faceva della pastorizia e della trasformazione del latte, un’attività primaria, come testimoniano due oggetti attualmente conservati presso il museo archeologico nazionale di Grumento Nova (PZ), una formaggetta in terracotta avente la striatura tipica dell’attuale canestrato ed una grattugia in bronzo risalenti al IV secolo a.C.. In seguito la civiltà Enotra fu  assorbita dal popolo dei Lucani che intorno alla prima metà del VI secolo a.C. fondarono Grumentun, l’attuale Grumento Nova. Dopo la distruzione di Grumentum, da parte dei Saraceni tra l’872 - 975 d.C. i Lucani/Grumentini sfuggiti al massacro, si  mescolarono alle popolazioni indigene attestandosi in  “Mulcternum”, portando in dote l’arte del fare il formaggio. Altra testimonianza sulla cultura “formaggiera” del piccolo centro lucano la fornisce Padre Daniele Murno che, in una sua nota sul celebre formaggio pecorino di Moliterno, ci ricorda che sin dal primo formarsi del borgo Medioevale attorno alla torre del Castello, i pochi abitanti di Moliterno si dedicavano esclusivamente all'attività pastorizia e casearia. Dal 1700 l’attività di mungere gli armenti si trasforma in una vera e propria attività imprenditoriale. Cosi Moliterno con i propri locali particolari chiamati “fondaci” e per il clima freddo umido, ottimo per stagionare centinaia di  forme di formaggio da esportare nelle lontane terre d’America, diventa il luogo privilegiato dai casari che popolavano la costa ionica d’inverno e le alture dell’entroterra in estate. Il formaggio a Moliterno è nella storia documentata da almeno duecento anni. Bianculli, docente nella Regia Università di Napoli, altro noto personaggio di Moliterno, dona il merito alla qualità dell’aria “di cui speciali germi agiscono sulla fermentazione del formaggio” dimostrato dal fatto “che le stesse donne adibite alla cura del formaggio a Moliterno, trasportate nelle marine, territori del versante ionico della Basilicata, ed adibite alla cura di esso, non hanno dato quella ottima qualità che si era ottenuta nella nostra cittadina”. Andava coniugato l’arte casearia alla buona qualità dell’aria. Una volta cagliato il formaggio i casari lo trasportavano nel "fondaco", un magazzino a pianterreno, costruito appositamente per la cura del formaggio, era un ambiente diviso in uno o più locali da grandi archi e con il pavimento pendente per lo scolo della salamoia. Il primo periodo durava all'incirca tre settimane dopo di che veniva trasportato in un nuovo ambiente, pronto per la cura. Il formaggio,  prima lavato con acqua a temperatura ambiente, in seguito veniva  pulito con un mazzetto di erba ruvida a stelo chiamato "vrungo", a sostituire lo straccio che non raccoglieva molto grasso.  Successivamente calato in un contenitore di vimini chiamato “fuscella”, quindi capovolta per farlo sgocciolare ,  per poi salarlo con il sale minerale con cui si spalmava prima una faccia poi l'altra ed infine i lati fino a che il sale veniva assorbito dal formaggio.  A questo punto il formaggio messo nella "fuscella" veniva posto per terra. Dopo circa sette giorni il formaggio veniva di nuovo preso e manipolato attentamente per verificare che tutte le parti fossero salate uniformemente. Trasferito nel secondo ambiente, il formaggio veniva levigato con la pietra pomice per eliminare le parti ruvide. Per il mese di Marzo già si poteva far fronte alle richieste di commercio dall'America, si trattava del formaggio primitivo non ancora maturo e piuttosto tenero usato non per grattugiare ma da tavola. Per la seconda richiesta era pronto e stagionato per la spedizione che veniva effettuata solo dopo aver svolte alcune operazioni consistenti nel trasporto in soffitta del formaggio per farlo essudare, lavato con acqua bollita e riportato a temperatura ambiente. Negli anni ‘60 del secolo appena trascorso, si ebbe l’intuito di valorizzare al meglio il formaggio e di allontanarlo dalle contraffazioni cercando di creare un disciplinare che ne salvaguardasse il nome, nacque la denominazione di Canestrato di Moliterno per indicare un formaggio tipico, prodotto secondo le antiche tradizioni casearie lucane, dalle aziende del luogo. Il progetto di valorizzazione non andò avanti e sembra che altri si impossessarono della ricetta e del nome Moliterno che continuò ad esistere, ma non prodotto secondo tradizione e non nella zona d'origine. Infatti si  chiama “Moliterno” il pecorino prodotto dal caseificio Central di Cagliari e da Auricchio Spa. Nel 1984 le due aziende avevano registrato presso il Ministero il marchio d’azienda “Moliterno”. Ma perché continuare a spacciare il Moliterno di un’azienda sarda come formaggio Moliterno della regione Basilicata? Probabilmente il Moliterno sardo ha raccolto, a propria difesa il nome Moliterno dal latino "mulctrum", mungere, dal quale il derivato "mulcternum" che è il "luogo dove si mungono gli armenti, dove si produce il latte e lo si caglia". Lo stesso rivendica la cittadella di Moliterno avvalendosi dello stesso toponimo per dare il nome alla sua arte. Sembra quasi che rivendicare il logo di un formaggio che non si produce nella nostra Regione diventi una ragione per non valorizzare l’esistente, il nostro formaggio. Addirittura qualcuno pensa che “questo furto”, mai avvalorato, diventi il furto ad un’intera comunità che ha fatto del proprio nome un indirizzo di capacità imprenditoriale e onestà intellettuale. Mentre negozietti e simili spacciano per formaggio Moliterno quello di Central che del paese Moliterno non è, facendo diventare non truffa ma inganno la vendita di un prodotto che ha simile il nome ma diverso il sapore, il profumo e il procedimento di caseificazione.  Diffidate delle imitazioni e guardate bene il marchio per riconoscere il vero "Canestrato di Moliterno”. A rinforzare ancora di più la nostra opinione, è arrivato finalmente il riconoscimento del Ministero, fortemente voluto dai produttori, dall’amministrazione comunale e dalle istituzioni regionali a dimostrazione che quando si fa sistema tra operatori e istituzioni e si crea una rete di interessi, si lavora per gli imprenditori, per il territorio, per la Regione.  Il consorzio di tutela del Canestrato di Moliterno è nato affinché il prodotto venga tutelato da false imitazioni e si ritorni a produrlo nella zona d'origine. Come ogni Consorzio di tutela che si rispetti, per garantire serietà e qualità ottimale del prodotto è stato istituito un disciplinare di produzione in cui sono sancite delle norme, che si devono necessariamente rispettare, la stagionatura deve avvenir nei Fondaci di Moliterno.

Il formaggio pecorino di Moliterno, oggi come in passato, è un marchio che  costituisce un identità territoriale oltre che una risorsa gastronomica ed  è ,soprattutto, un patrimonio di cultura e tradizioni.  

PILLOLE

Il Canestrato di Moliterno IGP Stagionato in Fondaco è un formaggio prodotto da latte di pecora (70%) e di capra (30%) allevate allo stato brado.

Processo produttivo: la cagliata, ottenuta dalla coagulazione del latte intero e crudo con l'aggiunta di caglio di agnello o capretto, viene rotta in grumi e, dopo qualche minuto di riposo, viene pressata in canestri di giunco, di qui il nome "Canestrato", che conferiscono le classiche striature che costituiranno la crosta. Dopo 30-40 giorni di asciugatura nelle aziende di produzione, la stagionatura avviene nei Fondaci, grotte situate nel comune di Moliterno, che garantiscono le condizioni microclimatiche adatte alla stagionatura.

Tipologie: in base alla stagionatura il Canestrato di Moliterno IGP può essere:

primitivo: canestrato stagionato fino a 6 mesi;

stagionato: canestrato stagionato da 6 a 12 mesi;

extra: canestrato stagionato per oltre 12 mesi;

Tendenzialmente dolce e delicato all’inizio della stagionatura, primitivo), con il protrarsi della stessa, evolve verso caratteristiche organolettiche più accentuate e piccanti, dal sapore forte ed aromatico (stagionato e extra.)

Ottimo come formaggio da tavola o da grattugia.

Per poter ottenere il marchio del Consorzio di Tutela ed essere immesso nel mercato, il disciplinare prevede che il Canestrato di Moliterno abbia una stagionatura minima di 60 giorni.

 

 

Sagra del formaggio Pecorino 

La sagra del formaggio é certamente una delle feste più rappresentative di Moliterno. 

Il suo esordio risale all'agosto del 1982 e da allora  è ripetuta annualmente la prima decade di agosto. La sagra del formaggio si svolge ogni anno lungo percorsi caratteristici nel centro storico ricostruendo uno scorcio di vita passata. Lungo il percorso, nei luoghi e nei locali più caratteristici, sono allestiti gli “stand” dove è possibile degustare o acquistare il rinomato pecorino di Moliterno. 

Durante il corso della giornata si assiste alla "cagliata" cioè alla preparazione di alcuni formaggi freschi che si ottengono mediante la lavorazione del latte appena munto.

 

 

RICETTE

 

RUSTICO

Ingredienti:
1 kg di farina 00
500 ml di acqua
25 gr di lievito madre( o di birra)
250 gr di strutto
400 gr di salsiccia e soppressata
500 gr di Canestrato di Moliterno fresco
4 uova
150 gr di pecorino stagionato
sale e pepe q.b

 

Procedimento:
Su una spianatoia infarinata disporre la farina a fontana con al centro il lievito ( se di birra sciolto in acqua tiepida.)
Iniziare ad impastare per far assorbire man mano l’acqua alla farina. Aggiungere il sale, una manciata di pepe e la sugna e continuare a lavorare l’impasto in  modo energico aggiungendo man mano la sugna, il pepe e i 3/4 del pecorino stagionato.

Lavorare l’impasto fino a che sarà diventato morbido e elastico
Formare una palla con l’impasto, disporlo su una spianatoia e lasciare lievitare per 1 ora circa.

Nel frattempo tagliare i salumi e il formaggio a dadi, bollire le uova in un pentolino fino a renderle sode. Farle raffreddare, sgusciarle e tenere da parte.

Riprendere l’impasto e stenderlo delicatamente su di una spianatoia ad uno  spessore di 5mm.
Disponete su tutta la superficie della pasta, lasciando liberi i bordi, i salumi e i formaggi tagliati a dadini e le uova sode ridotte a fette e spolverizzate con il restante pecorino.

Arrotolate il rustico con delicatezza il più stretto  possibile.

Ungete una tortiera da forno da 28 cm, con abbondante strutto, disponetevi il rotolo di pasta a ciambella, unendone bene le estremità.

Spalmare altra sugna sulla ciambella e far lievitare al caldo con sopra un canovaccio per 2 ore circa o meglio ancora, per tutta una notte. Passare  in forno preriscaldato a 160° e cuocere per un’ora

Lasciar intiepidire il rustico prima di servirlo

 

 

 

La leggenda del grano.

Luglio matura il grano, in alta quota è  tempo di mietitura,. Una volta i mietitori si sedevano sulle scale della Chiesa del paese e al mattino i mezzadri andavano a chiamarli per portarli dove servivano e dove c’era  bisogno. Il mietitore era una persona scaltra, brava con il falcetto e veloce nelle movenze, movimenti sincronizzati tra di loro dall’esperienza e dalle tradizioni tramandate in famiglie. Potevano farsi male se non erano preparati e allenati, ancora oggi a San Giorgio Lucano in provincia di Matera, si fa la danza del falcetto che mima in modo teatrale  la velocità e l’arguzia che un mietitore doveva  possedere, oltre ad una grande conoscenza e notevole dimestichezza delle mezzeluna con cui mietevano il grano e pronti dietro , come se un esercito radesse al suolo il campo,  le maestranze raccoglievano in mazzi le spighe che ammassavano per la trebbiatura. Il grano è una pianta coltivata dalla più remota antichità per l’alimentazione dell’uomo. L’origine di questa graminacea fonda le proprie radici più nella leggenda che nella storia. Origine egiziane o asiatiche? Di sicuro possiamo dire che la coltivazione del grano offre più di 1500 varietà,  rendendo quindi possibile la crescita ad ogni latitudine, in ogni stagione, su ogni terreno. Possiamo affermare , senza ombra di dubbio e senza esitazione che ogni uomo e ogni terra del mondo ha diritto al suo grano. Nel mondo contadino, o meglio agreste il grano ha assunto, nei millenni, antiche cerimonie propiziatorie. Il chicco stesso che viene seminato nella terra, che germoglia e si erge con la spiga a catturare i raggi del sole assumendone il giallo colore e diventando alimento arcaico dell’uomo, gia questo diventa augurale per la fecondità della terra e quindi dell’uomo. Nel mito greco di Demetra, la dea dei raccolti, si trova esplicito riferimento al grano.  Demetra, dall’unione con Zeus ebbe una figlia bellissima di nome Persefone, di cui si innamorò perdutamente  Plutone, re dei morti. Ma l’amore non era ricambiato. Un giorno, mentre la giovinetta «stava raccogliendo rose e gigli in un fresco prato, la terra si spalancò e Plutone, uscendo fuori dall’abisso, la rapì sul carro d’oro per farla sua sposa e regina del tenebroso mondo sotterraneo». La madre, «in un manto nero di lutto», la cercò invano «per terra e per mare». Sconvolta dal dolore e dall’ira, la madre Demetra dispose che i semi di grano non germogliassero più sulla terra, minacciando l’Olimpo di non far crescere mai più frumento. Zeus, allora, per calmare il suo dolore le fece restituire Persefone, col patto però, che per due terzi dell’anno restasse con la madre e per l’altro terzo con lo sposo Plutone negli oscuri meandri dell’Averno. E così, secondo la tradizione mitologica, grazie a questo compromesso fu restituita all’uomo la possibilità di coltivare il grano almeno una volta l’anno.  Il riflesso mitico del decadere e del risorgere della vegetazione  ha accompagnato per decine di secoli la  coltivazione del frumento che, fino a  poco meno di un secolo fa, era scandita da tempi e abitudini lunghe e laboriose. Le procedure arcaiche per arrivare al chicco di grano spesso erano anche ostacolate da terre infeconde, aride, rendendo ulteriormente gravoso e pesante il lavoro del contadino, che veniva compensato dal profumo del pane nei forni.  E partendo da questo che, probabilmente, il poeta lucano Rocco Scotellaro nel lontano 1952  invitava al rientro in Italia, l’amico di infanzia emigrato in America, non proponendogli un ritorno con promesse di  lavoro o di riscatto sociale ma stimolandolo su uno dei più antichi piaceri che in America non avrebbe potuto più avere, il profumo del pane.

“Torna , è ora che assaggi molliche di pane, l’odore dei forni come te lo manderemo?

(America scordarola 1952- Rocco Scotellaro)

 

 Ricette

 Come si cuoce il grano

Prima di tutto procuratevi del grano a chicchi, preferibilmente tenero, va bene anche quello duro. Lasciatelo in una terrina per 3 giorni e ricordatevi di cambiare l'acqua al mattino e alla sera. Poi scolate e sciacquate  con acqua corrente e, quando è ben pulito, mettetelo a cuocere. Per 500 gr. di grano è sufficiente una pentola con 5 litri d’acqua, a fiamma alta fino alla bollitura. Abbassate quindi la fiamma e continuate la cottura per circa un’ora e mezza senza mai girarlo. A cottura ultimata salare a piacere e scolare. Per preparare i dolci di grano, ovviamente, il sale non va aggiunto. Questa cottura è valida per la preparazione di tutte le ricette a base di grano. Il grano cotto può essere conservato in frigorifero per una settimana circa. Al momento di utilizzarlo, per preparare la ricetta desiderata, portate l’acqua in ebollizione, immergetevi il grano e fatelo bollire per circa 5 minuti.

 Melanzane ripiene di grano

Ingredienti:

-500 gr. di grano cotto 

-3 melanzane tonde

-300 gr. di carne macinata

-200 gr. di mozzarelle

-olio extravergine di oliva

 1lt di passata di pomodoro

-3 uova

-formaggio grattugiato

-2 foglie di basilico

-aglio

Sale

Preparazione:

In un tegame soffriggete lo spicchio d' aglio, a doratura aggiungete il passato di pomodoro, le foglie di basilico e far cuocere.

A parte, tagliate  in due le melanzane e svuotatele con un coltello ottenendo delle coppette.

Soffriggete, in abbondante olio, la polpa tagliata  a dadini. Fate  lo stesso con le coppette. Scolate le coppette su carta assorbente. Mescolate con le uova la polpa soffritta assieme al formaggio, al macinato e alle mozzarelle sminuzzate. Aggiustate di sale . Amalgamate bene e aggiungete   3 mestoli del sugo preparato. Riempite le coppette di melanzane con il composto, e disponete in una teglia da forno il cui fondo sia stato cosparso di un filo di sugo.

Condite infine le coppette con sugo, formaggio e infornate a 200°C per circa 40 minuti.

 Timballo di grano

Ingredienti:

-500 gr. di grano cotto 

-300 gr. di carne macinata

-500 gr. di mozzarelle

-olio extravergine di oliva

-1 bicchiere di vino bianco

500 gr. passata di pomodoro

-100 gr. di prosciutto

-basilico o prezzemolo

-aglio o cipolla

-sale

Preparazione:

In un tegame soffriggete nell’olio l’aglio e la cipolla, , unite la  carne macinata, con basilico o prezzemolo.

A cottura, aggiungete il vino bianco, sfumare e quindi aggiungete il passato di pomodoro, e fate cuocere per circa un’ora.

Condite a parte, in una coppa, il grano già cotto con prosciutto  e mozzarella sminuzzate, formaggio e il sugo preparato. Amalgamate il tutto rimestando, e disponete il grano così condito in una teglia da forno il cui fondo è stato cosparso di sugo e formaggio.

Condite anche la superficie con sugo e formaggio, e infornare a 180°C per circa un’ora.

 Grano cotto

Mettete due pugni di grano in un’ampia pentola con circa due litri d’acqua, portate ad ebollizione e lasciate cuocere a fuoco lento per un’ora.
Nel frattempo, in una terrina sgranate un paio di melagrane, aggiungeteci dei gherigli di noce tritati grossolanamente e pezzetti di cioccolato fondente.
Scolate il grano lessato e fatelo raffreddare; quindi versatelo nella terrina, unitevi mosto cotto, e mescolate per amalgamare il tutto. Passare in frigorifero il Grano Cotto, e lasciarlo insaporire per almeno due ore prima di servirlo.

 Grano dei morti

Ingredienti:

500 g di chicchi di grano, 100 g gherigli di noci, 50 g di acini di melagrane, 50 g di zucchero, 1 cucchiaio di vino cotto.

 Preparazione:
Mettete a bagno il grano per 24 ore in abbondante acqua. Cambiate l’acqua e lessate.
A cottura ultimata lo scolate e lo versate in una terrina, aggiungete i gherigli di noci tritati, i chicchi di melagrane, lo zucchero e il vino cotto, amalgamate tutto.
Si mangia in occasione della ricorrenza dei morti

 Insalata di grano

Ingredienti

500 gr di grano già cotto

una quindicina di pomodorini pachino

3 coste di sedano

2 peperoni

olio q.b.

sale q.b.

1 cipolla verde

2 foglie di basilico

Preparazione
Lasciate arrostire al forno i due peperoni tagliati a spicchi e posizionati su una teglia ricoperta da carta da forno.

Una volta che avrete cotto il grano (potete scegliere quello integrale che bisogno di ammollo e di tempi di cottura piuttosto lunghi, o del grano precotto che cuoce in 10 minuti), saltate in una padella antiaderente la cipolla verde e il sedano.

Aggiungete i peperoni spellati e tagliati a tocchetti e i pomodorini e lasciate insaporire per un paio di minuti. A fine cottura aggiungete il grano, il basilico spezzettato, sale e olio a crudo, mescolate e lasciate riposare ed intiepidire per un quarto d’ora.

 PASTIERA

Ingredienti per la pasta: per 12 persone

una confezioni da 1 kg. di pasta frolla surgelata

gr. 700 di ricotta di pecora

gr. 400 di grano cotto

gr. 600 di zucchero

1 limone

gr. 50 di cedro candito

gr. 50 di arancia candita

gr. 50 di zucca candita (si chiama"cucuzzata") oppure altri canditi misti

gr. 100 di latte

gr. 30 di burro o strutto

5 uova intere + 2 tuorli

una bustina di vaniglia

un cucchiaio di acqua di fiori d'arancio

pizzico di cannella (facoltativo)

Preparazione:

 

-Fate scongelare la pasta frolla a temperatura ambiente.

 -Versate in una casseruola il grano cotto, il latte, il burro e la scorza grattugiata di 1 limone; lasciate cuocere per 10 minuti mescolando spesso finchè diventi crema.

 -Frullate a parte la ricotta, lo zucchero, 5 uova intere più 2 tuorli, una bustina di vaniglia, un cucchiaio di acqua di fiori d'arancio, e un pizzico di cannella (facoltativo)

 -Lavorare il tutto fino a rendere l'impasto molto sottile. Aggiungere una grattata di buccia di un limone e i canditi tagliati a dadi. Amalgamare il tutto con il grano.

 -Prendete la pasta frolla scongelata, o quella fatta da voi e distendete l'impasto allo spessore di circa 1/2 cm con il mattarello  e rivestite la teglia (c.a. 30 cm. di diametro) precedentemente imburrata, ritagliate la parte eccedente, ristendetela e ricavatene delle strisce.

 -Versate il composto di ricotta nella teglia, livellatelo, ripiegate verso l'interno i bordi della pasta e decorate con strisce formando una grata che pennellerete con un tuorlo sbattuto.

 -Infornate a 180 gradi per un'ora e mezzo finch'è la pastiera non avrà preso un colore ambrato; lasciate raffreddare e, prima di servire, spolverizzate con zucchero a velo.

 P.S. Una volta cucinata la pastiera, può essere conservata in frigo anche per 4-5 giorni

 

 

 

del Ristorante Angioina
Via Passatello

“In quel mentre, mentre passiamo di fianco a Pisciotta, ci appare, penetrato nel mare, Palinuro, come uno squalo smisurato, cariato d'oro. Pisciotta si svolge in tre fasce su una parete: la più alta è il vecchio paese, di case gravi e brune e a grandi arcate; in mezzo, sono ulivi sparsi come pecore a frotte; la terza, a livello dell'acqua, la formano case nuove e leggere, i cui muri sembrano torniti dall'aria in peristili”.  Cosi descrive questo bellissimo e limpido lembo di terra il grande ed ermetico poeta Ungaretti. Probabilmente non ha avuto la fortuna di assaggiare la cucina di Angiolina che in questo piccolo paradiso si celebra tutt’uno con la natura, il territorio e le sue meraviglie gastronomiche.  Nel primo dopoguerra Pisciotta era un semplice borgo di pescatori, in seguito si è scoperto il Cilento come angolo di paradiso e ricercata meta di vacanze diventando terra di turisti alla ricerca della vera dieta mediterranea, fatta di Omega3 donati dal pesce azzurro e dall’olio extravergine di oliva. Partendo da questi semplici prodotti il ristorante Angiolina , fondatrice che dà il nome al locale, patron e cuoca ottuagenaria, capelli argento, viso vispo e gioviale , mamma di  Rinaldo coadiuvato dalla moglie Ivana, ha ottenuto riconoscimenti regionali, nazionali ed internazionali. Il ristorante Angiolina si affaccia sul mare con il suo il verdeggiante dehors con una cinquantina di posti apparecchiati con coprimacchia azzurri, quasi sempre affollato. Aperto da Pasqua a ottobre perchè d’inverno la famiglia si dedica alla raccolta e spremitura delle olive, alla ricerca dei prodotti e alla creazione di nuove ricette da proporre poi alla selezionata clientela.  Rinaldo ha preso in mano le redini dell’osteria, apportando qualche moderata innovazione in un menù che rimane tradizionale. E poi c’è la moglie di lui, Ivana, prevalentemente addetta ai dolci. “Non ho mai visto acqua di pari trasparenza a quella che scopro avvicinandomi al porto. Vediamo la sabbia del letto come pettinata soavemente, e i nastri delle alghe trasformare in serpenti agitati, la bella capigliatura” cosi continua Ungaretti parlando del mare di Pisciotta, pieno di alici e di pesce azzurro, sapientemente legati ai prodotti della terra cilentana dalle abili ed esperte mani di Rinaldo e Ivana. La ciualedda si prepara con l’orto mediterraneo del Cilento, peperoncini, melanzane, fagiolini, patate, pomodori, cipolla e basilico, il tutto condito con un filo di olio extravergine di oliva ottenuto dall’omonima cultivar Pisciotta che dal nome all’oliva autoctona. Altro piatto forte della tradizione è il cauraro, a base di patate, fave, alici e finocchietto selvatico. Le alici di Pisciotta, dette di menaica dal nome della rete che si utilizza per pescarle, sono tra le migliori del mondo. Si comprano direttamente dai pescatori al porto al mattino.  Si tratta di un prodotto di altissima qualità confezionato solo con tecniche artigianali, da qui ne discende una produzione limitatissima. Le “alici di menaica” si pescano solo nelle giornate di mare calmo, tra aprile e luglio, durante la notte. La menaica, rete, acciuffa solo le alici più grandi, lasciando passare le altre, le alici imbrigliate nella rete si dissanguano naturalmente, già nel mare. Questo è un passaggio importantissimo, questa fase, infatti, avviene nell’acqua gelida che, come per magia, raffredda il sapore del pesce, che acquista un colore bianco ed un sapore molto particolare. I pescatori, a bordo, estraggono i pesci dalle maglie staccando la testa ed eviscerandoli. Quando termina il lavoro del pescatore si trasportano subito a terra, le alici non vanno refrigerate e la lavorazione deve essere istantanea ed inizia il lavoro delle donne. Sono messe in salamoia e poi stipate nei “terzigni”, vasi di terracotta, e lasciate stagionate nei magazzini sul porto. Il liquido che fuoriesce dalla pressatura nei terzigni viene raccolto e cosi si ottiene la famosa colatura di alici fresche con cui si condisce la pasta da centinaia di anni. Piatto forte i vermicelli che si preparano con il sugo di alici, aglio, olio, peperoncino, origano ed erbette di campo, sia in bianco che con i pomodorini. Le alici inchiappate, farcite con formaggio caprino, uova, aglio e prezzemolo, oppure infarinate, fritte e cotte nella salsa di pomodoro. Le alici ammollicate prevedono un’imbottitura di mollica di pane bagnata e strizzata, aromatizzata con varie spezie ed aglio. Il tortino di alici, infine, è sempre presente nei menù, nella sezione tradizione. Dalle alici ‘nchiappate a quelle in tortiera, a quelle fritte o marinate, è un vero e proprio festival del pesce azzurro, Ma di non solo pesce e azzurro vive la cucina di Angiolina.
Il risotto con gamberi ed arance riscuote notevole successo, da segnalare i ravioli di bufala con melanzane, paccheri con pesce di scoglio, polpo con crema di cavolfiore, le melanzane alla pisciottana imbottite con pasta, mozzarella, capperi e olive, il riso scampi e peperoncini verdi, il pescato del giorno al forno o all’acqua pazza, le fritture di paranza in olio d’oliva. Ed i dolci di Ivana, fra le sue proposte da menzionare con lode, il croccante ai cereali con ricotta di bufala e le sfogliatine con crema di melanzane e cioccolato, un abbinamento molto particolare e diffuso dalla costiera fino al Cilento. Il risultato di tante attenzioni sono piatti semplici e saporiti, leggeri e gustosi, dove in questa atmosfera incantata, la dieta mediterranea trova la sua piena realizzazione senza troppi fronzoli o rivisitazioni, nella semplicità sospesa nel tempo tipico dei Parchi dove i ritmi assumono la giusta velocità e l’ansia si sopisce vivendo in armonia con l’ambiente.

 RICETTE

Insalata di polpo con crema di cavolfiore e salsa di olive e capperi

Ingredienti per 4 persone

Gr 600 polpi

1/2     cavolfiore piccolo

Gr 100 olive denocciolate

Un cucchiaino di capperi salati

Un’alice salata di menaica di Pisciotta

Aceto

Olio

Sale

Prezzemolo

Lessare il polpo per 30’ circa e lasciarlo intiepidire nella sua acqua, tagliare a pezzetti e tenere in caldo. Lessare il cavolfiore con un po’ di aceto e sale, scolare e frullare con un po’ di olio.

Sfilettare l’alice salata sotto l’acqua corrente, dissalare i capperi in acqua.

Frullare olive, capperi e filetti di acciughe con un cucchiaio di olio fino ad ottenere una crema.

Finitura: stendere il cavolfiore su un piatto e poggiare il polpo al centro, aggiungere un cucchiaio di crema di olive e il prezzemolo tritato. Servire tiepido.

 Alici in tortiera

Ingredienti: 500 g acciughe fresche,

3 patate

1cucchiaino semi di finocchio

Due cucchiai di mollica di pane rafferma

4 cucchiai olio d'oliva

Sale

Pepe.

Procedimento:
Lavate le patate per liberarle dall'eventuale terra che hanno attaccata, poi mettetele in una casseruola ben coperta con la buccia in abbondante acqua salata e cuocetele per 40 minuti; quindi scolatele e lasciatele raffreddare. Nel frattempo pulite le acciughe, eliminate la testa e la spina centrale, lavatele e mettetele a scolare su un tagliere leggermente inclinato. In una ciotola mettete un cucchiaino colmo di semi di finocchio, la mollica di pane grattata fine, una presa di sale, una macinata di pepe e mescolate. Ungete abbondantemente di olio una pirofila e sul fondo sistematevi tutte le patate sbucciate e tagliate a rondelle, allineatevi sopra i pesci ben scolati e richiusi. Spolverizzateli con il finocchio e la mollica di pane, irrorateli con 2 cucchiai di olio e cuocete in forno caldo a 200 gradi per 15 minuti.

 Zuppa di Alici

1500 gr alici
5 cucchiai olio extravergine d'oliva
1 cipolla
300 gr pomodori pelati
2 spicchi aglio
300 gr di patate
Alloro
Timo Fresco
Sale
Pepe
Un bicchiere d’acqua
Prezzemolo tritato
Crostoni di pane arrostito

In una capiente padella versare l’olio e appassire la cipolla mondata e tagliata a fette sottili .

Aggiungere gli spicchi d'aglio schiacciati, far rosolare appena e versare i pelati, l’alloro e timo aggiustare di sale e far cuocere a fuoco basso per circa 5 minuti. Unire le patate pelate, lavate e tagliate a dadini piccoli. Aggiungere un bicchiere abbondante di acqua e far cuocere per circa 20 minuti.

Nel frattempo pulire, aprire, diliscare e lavare sotto acqua corrente fredda le alici. Aggiungere le alici pulite alla salsa per altri 10 minuti di cottura, cospargete la zuppa di prezzemolo tritato finemente e servite su crostoni di pane arrostito con un filo abbondante di ottimo olio di oliva.

 

 

 

di Federico Valicenti

Il formaggio

Qualche settimana  fa in una famosa trasmissione televisiva si è parlato del formaggio e del latte come elementi non più identificabili come alimenti che portano gusto e piacere al palato,  ma come elementi  per alimentare il mondo omogeneo, la grande distribuzione e gli allevamenti intensivi.

A guardare le mucche, esposte a forme non naturali di  crescita, ci si intristisce  e di sicuro risultano tristi anche loro ed è il latte stesso triste, depresso, senza enzimi e omega 3. Checché ne dica la pubblicità. e fattrici del latte vengono  ingozzate con 50/ 60 kg di mangime senza odore ne sapore al giorno pur di fare 70 lt di latte. Che latte si ricava da questo tipo di allevamento? Che formaggio si produce da questo latte? Un formaggio omogeneo, senza profumi, insapore, che non sa di erba ne di fieno,  ne di minerali e  tantomeno di spezie, ne puzza né profuma. Le mucche stesse vengono esposte ad ogni tipo di crescita  pur di arricchire le grosse multinazionali e, di conseguenza,  ingrassare le fabbriche dei derivati e la altre  forme di omogeneizzazione globale. Cosi le piccole aziende, se non reagiranno subito, saranno costrette a chiudere e noi perderemo quel grande patrimonio dell’arte casearia che ha sfamato l’essere umano per più di 10.000 anni.

La storia del formaggio ha origine antiche, l'allevamento degli ovini è antichissima ma la  scoperta del formaggio è  addirittura precedente. Risale a quando l’uomo adottò la caccia per sfamarsi la ed ebbe  la fortuna di scoprire il latte cagliato negli stomaci dei giovani animali che uccideva.

Caglio che serviva per preparare il formaggio, per compattarlo e per conservarlo. La mitologia greca  fa risalire l'uso del formaggio ad Aristeo, figlio di Apollo e della ninfa Cirene, che avrebbe insegnato agli uomini l'arte casearia oltre a quella della pastorizia e dell'apicultura. La nutrice di Giove si chiamava Amaltea, ninfa con le sembianze di capra che nutriva con il suo latte ricco e abbondante Giove sul monte Ida. Monte dove Giove era stato nascosto per salvarlo dagli strali minacciosi  del padre Saturno . Da allora  il nome Amaltea significa "la nutrice" , perché il suo latte rappresenta la vita. Omero  descrive nella sua Odissea la preparazione del formaggio da parte di Polifemo che cagliava il formaggio in cestini di vimini. Ippocrate nel IV secolo a.C. parla delle caratteristiche salutari del formaggio, Aristotele descrive per primo il metodo per ottenere formaggio dal caglio di fico, metodo in uso anche fra gli Ebrei per la proibizione di consumare contemporaneamente prodotti alimentari animali e caseari. Il formaggio già dall’antichità aveva un ruolo importante nella vita dell’uomo e per le sue proprietà veniva considerato un alimento particolarmente adatto agli atleti che gareggiavano alle Olimpiadi.

 

In casa

 
Come fare la caciotta
Ingredienti per la caciotta

latte fresco intero 1 l,

caglio A50 g

sale 1 g

acqua bollente 500 ml.

Procedimento

portare il latte a 37°C, aggiungere il caglio e lasciar rapprendere. Incidere la cagliata in 4 e versare l’acqua bollente salata; lasciare in infusione quindi, con una schiumarola, raccogliere il caglio e porlo negli appositi cestini forati. Lasciar riposare al fresco per circa mezza giornata. È possibile anche versare subito la cagliata nelle fondine, facendo rapprendere il latte all’interno; in questo caso versare sopra acqua bollente per eliminare il siero e scolare accuratamente.

  Come fare la ricotta

La ricotta si fa con il siero di latte. Il siero essendo ottenuto durante la fabbricazione del formaggio (spurgo e rottura della cagliata) e dunque anche stato in contatto con il caglio e viene dunque escluso. Formaggi con caglio vegetale e chimico si trovano nei negozzi biologici o si possono ordinare on line.

 Come fare il formaggio

Ingredienti:

Latte  fresco e biologico, preferibilmente

Succo di limone o aceto

Sale

Casseruola

Tovagliolo di cotone

Termometro per la cucina

Colabrodo

Istruzioni

Riscaldare lentamente il latte nella casseruola a fuoco basso o medio-basso, mescolandosi di tanto in tanto, fino a circa 80 gradi, o fino al punto di ebollizione.

Aggiungere l'aceto o il succo di limone nel latte un cucchiaio alla volta, mescolando lentamente, fino a quando il latte non comincia a cagliare. Quando si possono distinguere i coaguli e il siero di latte (uno assomiglia alla ricotta e il resto all'acqua giallastra), allora spegnere il fuoco e non aggiungere più succo di limone o aceto.

Stendere il tovagliolo di cotone in un colabrodo con i bordi sopra l'orlo. Versare lentamente i coaguli nel colabrodo e aspettare fino a quando è scolata la maggior parte dell'acqua.

Aggiungere il sale a piacere, legare l'estremità del panno e appendere (preferibilmente sopra un lavandino) per qualche ora. Per ottenere una forma diversa, aggiungere il sale, stendere il tovagliolo di cotone sopra una forma quadrata e versare i coagoli nella forma. Impacchettare nel tovagliolo, e mettere su un tagliere. Mettere qualcosa sotto un bordo del tagliere per farlo inclinare, e mettere un peso sopra il formaggio avvolto per fare uscire l'acqua. Lasciare riposare per qualche ora o tutta la notte in luogo fresco. Rimuovere il panno. Conservare in un contenitore di vetro in frigo.

In giro per il web

Tortine al latte cagliato da “il pasto nudo.

Ingredienti:
400 grammi di pasta sfoglia
1 litro di latte intero fresco
250 ml di latticello fermentato
100 grammi di zucchero grezzo
4 uova
1 cucchiaio di crema di mandorle

La sera prima di preparare le tortine scaldate il latte a fiamma bassa,  quando arriva a ebollizione, aggiungete il latticello fermentato a temperatura ambiente ,non deve assolutamente essere freddo,, mescolate bene per un minuto e poi spegnete il gas. Lasciate riposare per 15 minuti, e vedrete che si formeranno dei fiocchetti di latte tipo lo jocca; quello è il latte cagliato.

Mettete uno strofinaccio bianco pulito dentro un colapasta posizionato sopra una  pentola, e versate il latte. Nella pentola sarà colato un liquido giallastro che è il siero, prendere il siero aggiungere un 300 grammi di latte intero, un cucchiaio di succo di limone, e in dieci minuti avrete una piccola ricotta fatta in casa  che sarà più buona e cremosa quanto più fresco e di qualità sarà il latte che avrete usato.

Chiudete quindi i lembi dello strofinaccio dove a questo punto sarà rimasto il latte cagliato, lasciatelo dentro il colapasta e mettete sotto un recipiente che raccolga il liquido che potrebbe ancora colare. A questo punto il panetto di latte cagliato dovrà riposare in frigo per una notte, in modo da scolare tutto il liquido in eccesso e compattarsi un po’. Il giorno dopo prendete le uova, che avrete lasciato fuori dal frigo in modo che siano a temperatura ambiente, e separate i tuorli dagli albumi. Prendete il latte cagliato dal frigo, mettetelo in una ciotola capiente, aggiungete tre tuorli, poi lo zucchero e la crema di mandorle, e lavorate il composto con una forchetta o con un frullatore a immersione, a bassa velocità, fino a quando avrete ottenuto una crema.
A parte, montate gli albumi a neve e incorporateli all’impasto delicatamente, mescolando dal basso verso l’alto, dolcemente. Stendete un terzo della pasta sfoglia a circa tre millimetri con il matterello, e ritagliate 6 dischi un po’ più grandi dei contenitori, in modo da rivestirle all’interno, e altri 6 un po’ più piccoli per chiudere le tortine. Imburrate bene 6 contenitori  da crostatina. Riempite le crostatine con la crema al caglio e chiudetele con i sei dischi più piccoli.
Fate molta attenzione a far aderire molto bene i bordi dei dischi superiori con quelli del rivestimento, altrimenti in cottura la parte superiore delle tortine si staccherà e diventerà un cappellino invece di un coperchio.
Incidete la superficie delle tortine con una crocetta e spennellate con un tuorlo sbattuto con un po’ di latte. Preriscaldate il forno a 200°C.

Infornate nel ripiano più basso del forno, perché il ripieno essendo umido tenderà ad inumidire la base di pasta sfoglia e rischiate che la parte di sotto vi venga cruda; dopo 10 minuti abbassate la temperatura a 175°C, e dopo altri 10 minuti riportate la temperatura di nuovo a 200°C ancora per 5 minuti. Tiratene fuori prima una sola e controllate che sia ben cotta sotto prima di spegnere il forno.
Lasciate intiepidire a temperatura ambiente prima di servire.

Spolverate con un po’ di zucchero a velo.

Note:

Per quanto riguarda il latticello fermentato si può comprare già pronto nei negozi di prodotti naturali,  l’importante è che non deve essere il semplice latticello che risulta dalla separazione del burro dalla panna, perchè quello è senza fermenti e non va bene.
Il latte fermentato è una specie di incrocio tra il latte e lo yogurt. Non dolce come il latte e non aspro come lo yogurt. Il latticello fermentato, o buttermilk, è una bevanda meravigliosa che le donne una volta usavano per avere una pelle di pesca.
Si può provare anche a farlo in casa il latticello usando metà latte intero fresco e metà yogurt intero bianco lasciandoli riposare a temperatura ambiente per qualche ora, dovrebbe  funzionare.

 

 

di Federico Valicenti

IL MELONE (Cantalupo)

E’ arrivata la  primavera che ci porta fragranze fresche,  profumi e saporiNel versante Ionico Lucano i campi si tingono di colori multipli, ogni frutto fa bella mostra di se nella tavolozza della natura. Colori vivaci, sgargianti, che dipingono la pianura Metapontina attraversata dalla Sinnica e poi dalla Ionica come se fossero sopraelevate sul letto del fiume, oramai diventato uno sconfinato frutteto  multicolore. Un fiume di frutta , un fiume di sapori. Ed è in questo lembo di terra che si coltivano alcune eccellenze italiane, luogo dove  vado a fare spesa per il mio ristorante. L’altro giorno sono entrato in un grosso magazzino, un odore fresco di frutta appena raccolta mi arriva al naso, mi accoglie  inebriandomi. Intravedo il grossista fornitore che taglia a fette larghe i suoi meloni “cantalupi”  per farli assaggiare ai negozianti, per convincerli della bontà del prodotto, per mercanteggiare, come è giusto che sia. Il profumo del melone appena tagliato solletica i feromoni olfattivi, li stuzzica e subito mi trasporta indietro nel tempo, a raccogliere qualche ricordo nella memoria del gusto. Chiudo gli occhi e mi faccio avvolgere dal profumo del frutto. Il melone è straordinario, ha un profumo voluttuoso che coinvolge, sensuale oserei dire. E poi alzi la mano chi non ha mai mangiato il melone con una bella fetta di prosciutto, risulta difficile trovare qualcuno che non l’abbia almeno assaggiato. All’inizio della mia carriera da oste, in tutti i ristoranti non poteva mancare un antipasto a base di prosciutto, melone, bocconcini di mozzarella e pizza bianca. Ancora oggi è piacevole pensare a questi contrasti di sapore tra il dolce della frutta, il melone tagliato a fette e avvolto dal tenero prosciutto, le mozzarelline accanto come accompagnamento. Il fresco del latte e il salato della carne stagionata, accompagnati da acqua e farina  appena sfornata, che goduria oramai in disuso. Ma perché le cose buone vengono accantonate? Con quale criterio, ma soprattutto chi è che lo decide? Quesiti senza risposta  della gastronomia modaiola, che non trovano ragioni  per cessare, anche se spesso non c’è una ragione per cui alcune debbano esistere, vedi pennette alla vodka o altre castronerie-gastronomiche dei tempi andati, che auguro non ritornino.Il melone  ha una storia antica, alcuni studiosi dicono che sia  di  origine Africane mentre altri  dell' Asia Minore , di sicuro non si conosce la specie selvatica a cui far riferimento. Già 3000 anni fa i Sumeri  conoscevano il melone,  in un poema epico Cigalmesh l'eroe mangiava "meloni cassia”, frutti  rappresentati sulle tavole imbandite di vari bassorilievi ed elencati anche in  un assiro di erbe,  mentre nella città di Ur un residente di nome Ur-Nammu li piantò nel suo giardino. Quando Mosè condusse il popolo ebraico nel deserto dove vagò per 40 anni, uno dei prodotti alimentari che desiderava erano i  meloni " il pesce, che abbiamo fatto mangiare liberamente in Egitto, i cetrioli, e meloni." (11, 05 ). In tutto il Medio Oriente uno snack preferito, molto contestato, erano i semi del melone che venivano essiccati e  arrostiti. Un vecchio proverbio afferma che " colui che riempie lo stomaco con semi di meloni è come colui che lo riempie con la luce, non vi è baraka, benedizione, in loro". Apicio (I°sec. d.C) nel suo “De re Coquinaria” racconta dei  meloni importati dall’Armenia, in una delle ricette cosi descrive i meloni crudi serviti con "una salsa di pepe, mentuccia, miele, brodo e aceto. Una volta ogni tanto si aggiunge silfio". Nel I° secolo d.C, Plinio il Vecchio, naturalista e scrittore romano, ha scritto di una pianta chiamata melopepo che “cresce su una vite che non pendono come il cetriolo, ma si trova piuttosto a terra”, descrive i frutti come sferica e di colore giallastro e osserva anche che si stacca facilmente dallo stelo, tutte caratteristiche che riportano al melone. Un dipinto murale è stato scoperto ad  Ercolano, vicino a Pompei, città sepolte nell’eruzione vulcanica nel 79 d.C. dove si raffigurano dei meloni tagliati a metà. Mentre il medico greco Galeno, (129 – 216 d.C.) discute i benefici medici dei meloni nei suoi scritti. Non erano grossi  come li conosciamo oggi ma delle dimensioni di un arancia. Con la caduta dell’impero Romano, in Italia crollò anche l’importazione dei meloni provenienti dall'Asia Minore. In seguito Carlo Magno, nell’800 d.C., che apprezzava nuovi frutti e verdure,  aggiornando in continuazione il suo giardino con nuovi e rari cultivar, riprese la coltivazione del melone riportato dalla  Spagna, dove sono stati piantati un secolo prima dai Mori. Nonostante l'amore di Carlo Magno il  melone non diventa un frutto popolare. Marco Polo (1254-1324 d.C)  lungo il tragitto verso la Cina, trovò quello che lui considerava "il miglior melone nel mondo in quantità   grande che si asciugano in questo modo: hanno tagliato tutti intorno a fette come strisce di cuoio, poi metterli al sole ad asciugare, quando diventano più dolce miele. E deve sapere che si tratta di un articolo di commercio e di trovare un pronto vendita attraverso tutti i paesi intorno" . Sbarcato di nuovo in  Europa il melone ritrovò consenso, lo scrittore Alberto Magno nel  XIII secolo descrive chiaramente  l'anguria e il pepo, termine utilizzato dagli europei per riferirsi al melone. Dal  XIV secolo gli italiani  cominciano a fare sul  serio tanto da farli diventare più grossi e avere mercato, cosi i meloni cominciarono ad espandersi in termini di dimensioni e peso. Nel corso del XV secolo i nuovi  meloni vengono impiantati dagli  arabi nella parte meridionale della Spagna, ed introdotti nel Nuovo Mondo. Nel XVII secolo i meloni diventano un frutto popolare in Francia e in Italia, coltivati nelle regioni meridionali e solo sotto vetro per catturare abbastanza calore  e farli maturare. In Italia era presente la varietà coltivata a Cantalupo, da cui prese il nome volgare, vicino Roma e importata poi in Francia da Carlo VIII al ritorno dalla sua spedizione. Lo scrittore francese, Brillat-Savarin difende i  meloni raccontando  che i buoni erano la regola, quelli cattivi l'eccezione. Ha cosi spiegato che i meloni devono essere consumati nel momento esatto quando hanno raggiunto "la perfezione che è il loro destino"!

 RICETTE

Braciole   di melone
Ingredienti:
· 250 gr. di carpaccio di vitello
· 1 melone,
· erba cipollina.
Preparazione:
Tagliate a metà il melone, togliete i semi e con la polpa ricavate delle palline. Disponete le fettine di carpaccio su un vassoio e al centro di ognuna mettete una pallina di melone. Avvolgete ogni pallina con i lembi di del carpaccio e legate ogni braciola con i fili di erba cipollina.

Aggiustate a piacere di sale e pepe.

 Coppette di melone

Ingredienti:

Melone di medie dimensioni

Code  di scampi
Olio extravergine di oliva
 Pepe nero
Qualche fogliolina di menta per guarnire

Preparazione:

Tagliare a metà il melone, e dopo aver tolto i semi, con uno scavino fare delle palline della polpa del melone. Le due metà del melone scavato serviranno da coppette.
Sbollentare gli scampi.
Una volta raffreddati gli scampi metterli nelle coppette di melone, aggiungere le palline di polpa di melone e condire il tutto con ottimo olio extra vergine d'oliva e pepe nero, aggiungere delle foglioline di menta per aggiungere un tocco di freschezza e colore

 Risotto al melone

Ingredienti:

1 melone piccolo

Un bicchiere di acqua

Sale

Pepe

250 gr di riso

100 cc di vino bianco

Una noce di burro

1 lt di brodo vegetale

4 fettine di pancetta stesa

1 mozzarella di bufala piccola

 Preparazione

Mondate e sbucciate il melone, togliete completamente i semi e la parte filamentosa.

Lavate  il  melone e tagliate la polpa  a dadi ,  fate cuocere con qualche cucchiaio di acqua in una padella fino ad ottenere una crema. Aggiustate di sale e pepe.

In una casseruola mettete il burro, unite il riso e fatelo tostare. Sfumate con il vino bianco, fate evaporare ed unite la crema di melone, continuate la cottura per 14 minuti circa, aggiungendo di tanto in tanto del brodo bollente. A parte, tagliate la pancetta a listarelle, passatela in padella fino a renderla croccante. Scolate la mozzarella e tritatela sottilmente. Quando il riso è cotto toglietelo dal fuoco e mantecate con la mozzarella e un cucchiaio di olio extravergine fino a renderlo filante. Servite con sopra la pancetta croccante

 Confettura di melone

Ingredienti:

1 chilo di polpa di melone

750 grammi di zucchero

un bastoncino di cannella

1 bicchiere di aceto bianco

procedimento.
Scegliete dei meloni maturi tagliateli a spicchi e scavate la polpa eliminando i semi e tagliate a pezzi. Quindi sistemate questi pezzi in una terrina, cospargete di zucchero, coprite con un tovagliolo e lasciate riposare per 24 ore. Scaldate il liquido che si è formato in una pentola di acciaio inossidabile e fate bollire lentamente insieme all' aceto, finche si formerà uno sciroppo. Aggiungete la polpa di melone con la cannella e fate bollire ancora una quarantina di minuti. Sistemate infine la confettura ancora tiepida nei vasi. Lasciate i vai aperti per un giorno, quindi chiudete con della carta pergamenata imbevuta di  liquore o grappa e chiudere ermeticamente.

Non conservare a lungo.

Ma in compenso è molto buona.

 

 

 

di Federico Valicenti

 

Come ogni anno, il secondo sabato di Maggio, il piccolo paese di Chiaromonte (PZ) diventa la capitale del Sambuco, un appuntamento fisso per i gastronomi on the road  e per gli appassionati della storia legata al cibo ed alle erbe. L’associazione Amici del sambuco di Chiaromonte - Pasquale Battista- con caparbietà, prosegue nel suo percorso di  divulgazione della cultura, della conoscenza  di questo splendido arbusto, ricco di storia e legato al territorio di appartenenza dell’associazione. 

Ma cosa è il sambuco e cosa rappresenta per la cultura contadina?

Quando i giochi  erano ancora veri giochi, dove ci si ingegnava per poter giocare con gli amici, quando ancora il giocattolo era un desiderio, un sogno a tanti mai avverato, quando i giochi richiedevano inventiva e fantasia,  la pianta del sambuco diventava una risorsa incredibile. Dal suo legno cavo si ricavavano gli “scattabott”, una sorta di cerbottane con cui si instauravano “guerre” con il compagno di scuola, oppure diventavano fischietti o zufoli. A rafforzare la vena musicale del sambuco arriva anche l’etimologia arcaica, sembra che il termine "sambuco" derivi dal greco “sambuke” che è il nome di una specie di arpa orizzontale a forma triangolare, usata dagli antichi Greci e Romani e fabbricata con i rami del sambuco. Addirittura la Storia del Cristianesimo riporta che parte della croce dove il Cristo fu crocefisso venne realizzata con il sambuco, mentre altri raccontano che fu al sambuco che Giuda si impiccò. Comunque sia, questo arbusto è legato ad antiche credenze e leggende, gli elfi si rifugiavano nei cespugli di sambuco, e nelle leggende germaniche il flauto magico era stato preparato con un suo ramoscello. Racconta la magia popolare che le streghe si applicassero alle palpebre la linfa verde della sua corteccia per ricevere in dono la "Seconda Vita”, mentre nel calendario arboreo dei Celti, il sambuco rappresenta il tredicesimo mese lunare che si conclude nei giorni del solstizio invernale perchè conserva i suoi frutti fino a dicembre. Veniva piantato intorno ai villaggi per proteggersi dalle incursioni di maligni, alle case di montagna, il sambuco diventava protettore delle famiglie.

Ancora oggi, la superstizione trova sconveniente bruciarne il legno o danneggiare questa pianta. Sembra che antichi culti consideravano questo arbusto dotato di grandi poteri da trattare con rispetto. Anche se nel tempo è andato via via in disuso, ancora oggi il sambuco può essere un utile rimedio erboristico ed un raffinato ingrediente per la nostra cucina; infatti, i fiori di sambuco erano utilizzati per conservare le mele che venivano poste a strati alternati con le sue infiorescenze. Ma è soprattutto nella cucina popolare che trova un largo uso e consumo, come ad esempio nella preparazione di ottime frittelle, oppure di marmellate, crostate, con cacciagione o per finire in un lauto pranzo con il sorbetto al sambuco. Grande prodotto il sambuco delle sue infiorescenze straordinarie la grande cucina ne ha fatto, e ne fa un largo uso.

  

 

RICETTE

“Turta De Recottu Chin Medula E Frores De Savuccu “

 di  Cristoforo da Messisbugo (fine 1400-1548).

Piglia di farina oncie 4, povine fresche tre o di formaggio fresco libbra una, e di formaggio duro libbra mezza grattato, di formaggio salato oncie tre, e tanto levaturo quanto è mezzo uovo; e pista bene ogni cosa nel mortaio. E ponigliuova sei battute seco, e uno bicchiero di latte, e oncie 3 d’acqua rosa; e mescola bene ogni cosa insieme. E se ti paresse che il detto pastume fosse troppo duro, gli aggiungerai un poco di latte, tanto che stia bene, e oncie 3 d’uva passa; e per tempo d’estate gli porrai una oncia di fiore di sambuco a pistare secco. E poi con una gucchiara farai le tue frittelle, grandi e piccole, secondo che ti parerà. Poi le cuocerai in grasso colato o butiro, o dileguito libbre 3. E come saranno cotte, e per imbandirsi, gli ponerai sopra di zucchero grattato oncie quattro.

 

Schiacciata di Sambuco

15 infiorescenze di sambuco

500g di farina

1 cubetto di lievito di birra

1 cucchiaino di miele

Sale

olio extravergine di oliva

Acqua tiepida

Pulire le infiorescenze di sambuco e tagliare con le forbici i peduncoli che sostengono i piccoli gruppi di fiorellini. Fare sciogliere il lievito in una tazza di acqua tiepida a cui e' stato aggiunto un

cucchiaino di miele e 2 cucchiai di farina; lasciarlo riposare per 10 minuti. Versare la farina rimanente in una terrina, aggiungere un cucchiaio di sale, 2-3 cucchiai di olio, i fiorellini di sambuco, il lievito e circa 1 bicchiere di acqua tiepida. Lavorare bene questo composto fino a farlo diventare omogeneo ed elastico. Preparare infine una palla e lasciarla riposare per circa 30' minuti in un ambiente caldo, coperta da un canovaccio. A lievitazione ultimata, rimpastare e sistemare in

una teglia leggermente unta. Con la punta delle dita premere ripetutamente lungo tutta la

superficie, formando tante fossette. Ungere infine con un po' di olio e spolverare con un pizzico

di sale; far riposare per 30 minuti  ed infornare a 250 gradi, dopo circa 10 minuti abbassare la temperatura 150° fino a cottura ultimata.

 

Pizza al sambuco

750 gr di pasta di pane

fiori di sambuco seccati al sole a piacere

un cucchiaio di strutto

olio d'oliva

sale

Come preparare la ricetta pizza con fiori di sambuco

stendere la pasta in una teglia unta di strutto; coprirla con i fiori di sambuco; bagnarla con pochissimo olio; arrotolarla su se stessa e cuocere in forno ben caldo.

  

Risotto con frittelle di  sambuco

 

Ingredienti per 4 persone

8 infiorescenze di sambuco 

100 grammi farina di frumento

1 birra

1costa di sedano 

cipolle 

 1chiodo di garofano 

300 gr di carote 

 350 grammi riso Carnaroli 

 1/2 bicchiere vino bianco secco 

1 noce di burro

2 cucchiai di formaggio grattugiato 

2 rametti di salvia

2 rametti timo fresco 

2 rametti di rosmarino

sale qb

pepe qb

noce moscata qb

olio extravergine di oliva  

olio extravergine di oliva per friggere  

Procedimento

Preparare il brodo facendo bollire in circa 2 litri di acqua salata il gambo di sedano, la cipolla steccata con il chiodo di garofano e circa 300 g. di carote sbucciate e tagliate a pezzi

In una padella alta rosolare cipolla  tagliata a dadini e farla soffriggere in poco olio extra-vergine, aggiungere il riso e tostarlo mescolando senza interruzioni. Sfumare con il vino bianco caldo e fare evaporare a fiamma vivace.

Aggiungere a poco a poco il brodo, preventivamente filtrato, continuando a mescolare fino a completa cottura del riso. Aggiustare di sale .Spegnere il fuoco e mantecare il risotto con un filo di olio extra-vergine, la noce di burro, il formaggio grattugiato e le erbe aromatiche tritate. Coprire e lasciare riposare per pochi minuti.

Preparare la pastella per la frittura dei fiori, mescolando la farina e un poco di sale con la birra  fino a quando avrà una consistenza elastica ma fluida. Immergervi le infiorescenze e friggere molto brevemente in olio a 180°C. Scolare e fare asciugare su carta assorbente

Montare a forma di tortino il risotto con l'ausilio di uno stampo cilindrico.

Mettete una frittella di sambuco al centro del piatto e adagiatevi sopra il tortino di riso, mettete sopra il tortino un'altra frittella di sambuco. Spolverare con pepe nero appena macinato e un poco di noce moscata grattugiata.

 

Colombaccio al miele con fiori di sambuco fritti di  Igles Corelli
Ingredienti per 4 persone
colombacci 4
salsiccia fresca di maiale 200g.
parmigiano grattugiato 100 g.
timo
maggiorana
tuorlo 1
grasso di maiale 1 tazza
vino bianco secco 1dl.
miele di acacia 2 cucchiai
fondo di selvaggina 1dl.
peperoncino 1/2
fiori di sambuco 4 ombrelle
farina qb
acqua gassata qb
sale qb
pepe qb
olio extravergine di oliva per friggere qb
Procedimento
1. Spiumare, eviscerare, fiammeggiare e lavare i colombacci.
2. Preparare la farcia mescolando la salsiccia di maiale con il parmigiano, il tuorlo, le erbe aromatiche tritate, il sale e il pepe. Farcire i colombacci con il ripieno, spennellarli con del grasso di maiale fuso, salare e pepare e infornare a 180°C per circa 40 minuti.
3. Al termine della cottura, lasciare riposare i colombacci ripieni su una griglietta sollevata sopra un vassoio. Preparare la salsa deglassando il fondo di cottura dei colombacci con un bicchiere di vino. Grattare il fondo della teglia e fare ridurre il liquido della metà.
4. Filtrare e versare in una padellina pulita. Aggiungere il mezzo peperoncino tritato e il miele Aggiungere il fondo di selvaggina, se disponibile, e fare ridurre della metà. Conservare in caldo.
5. Preparare la pastella per la frittura dei fiori di sambuco mescolando farina e acqua gassata in parti uguali, in modo da ottenere un composto piuttosto fluido. Salare la pastella ed immergervi le ombrelle reggendole per il gambo. Friggere subito in olio scaldato a 160°C. Scolare e posare su carta assorbente. Aiutandosi con una forbicina eliminare il più possibile i gambi che reggono le corolle.
6. Tagliare i colombacci a metà e disporli su ciascun piatto di servizio in modo che rimanga esposta la parte con il ripieno. Irrorare con la salsa e decorare con i fiori di sambuco fritti.

Crostata di Laura Sardegna

Ingredienti per 4 persone

Pasta frolla:

300 g farina
150 g strutto o burro
4 tuorli
130 g di zucchero
1 buccia grattugiata di limone
1 pizzico di sale
facoltativo lievito

Ripieno:

500 g di ricotta di pecora
2 uova
200 g di zucchero
100 g di mandorle a filetti tostate
1 bicchierino acquavite
1 buccia di limone grattugiata
5 fiori di sambuco

Per decorare:

50 g di mandorle a lamelle
100 g di zucchero vanigliato

Preparazione

Preparate la frolla:

Mettete la farina a fontana e aggiungete i tuorli, lo zucchero, lo strutto liquefatto tiepido, il sale. Lavorate velocemente gli ingredienti.
Mettete a riposare la pasta per 30 min in frigo.

Preparate la farcia:

lavorate le uova con lo zucchero, aggiungete la ricotta setacciata, l'acquavite, la buccia di limone, le mandorle a filetti. Amalgamate bene il tutto. Per ultimo aggiungete i fiori di sambuco lavati e asciugati, e toglieteli le parti dure.

Riprendete la pasta, stendetela e foderate una teglia apribile, ricoperta di carta da forno. Farcite con la crema di ricotta, guarnite con le mandorle a lamelle. Infornate nel forno già caldo, a 180° per 30 o 40 min. Sfornate e spolverizzate di zucchero vanigliato. Servitela tiepida o fredda.

 

 

Sorbetto al sambuco

800 ml di acqua oligominerale naturale; 200 ml di spumante o prosecco; 350 grammi di zucchero; 20 grammi di fiori di sambuco; il succo di 2 limoni; 8 semini di cardamomo; 1 ciuffo di menta.

Lavate e asciugate delicatamente i fiori di sambuco, mettendoli poi in un contenitore ermetico insieme all’acqua, il vino, lo zucchero e il cardamomo, che avrete precedentemente schiacciato. Lasciate riposare per 1 giorno intero. Filtrate con cura al momento del bisogno, tenendo da parte il filtrato. Aggiungete poi il succo di limone; mescolate e versate in una gelatiera, mettendola un funzione. Intanto che la gelatiera va, lavate e tagliuzzate la menta e unitela poi al sorbetto pronto.

 

 

ARMAGNAC

di Federico Valicenti

Mi hanno regalato una bottiglia di Armagnac.  Non impazzisco per i liquori, anzi, preferisco sempre un buon bicchiere di vino al liquore, anche perché da più sensazioni al palato e al gusto. Se offrono un buon distillato, un buon cognac, un grande whisky magari torbato e prodotto sull'Isola di Islay, qualche eccezionale grappa italiana che il mondo ci invidia, vale la pena sedersi su di una comoda poltrona e gustare il distillato, leggendo la sua storia,  cercando di capire le motivazioni e le origini che hanno spinto l’uomo a creare distillati da consumare sorseggiando e “allappando” il palato, i profumi invadono il cervello e regalano quella estasi liberatoria di cui a volte ne sentiamo davvero bisogno. Mentre lo si gusta si cerca anche la ricetta buona, per accompagnarlo a qualche pietanza, a qualche piatto da servire alla persona giusta, a chi comprende cosa stai preparando,  a chi sa gustarlo e condividerlo con te. Non c’e’ cosa peggiore di servire una pietanza raffinata, buona, particolare, a chi culturalmente non è pronta a riceverla. Tempo sprecato. Ma veniamo al nostro distillato, sediamoci sulla poltroncina vicino al camino, riempiamo il balloon di Armagnac e cerchiamo di conoscerlo meglio, sia al bicchiere  che in cucina. Conosciamolo impugnandolo al piede, riempito di un terzo, si fa roteare il bicchiere accostandolo al naso a brevi e frequenti riprese, ed alla bocca con sorsi piccoli e ripetuti, cercando e scoprendo ogni volta sensazioni diverse. Roteando il bicchiere, in silenzio o piacevolmente conversando, ascoltando musica sottofondo o restando immobili per arricchire, con piacevoli sensazioni, i momenti sereni. Si presenta visivamente con un bel colore ambrato, regala un profumo morbido ma intenso con  delle sensazioni olfattive di pregio,  dona al palato con  brevi sorsi, continui,  un gusto morbido. Si gusta  liscio nei bicchieri adatti a temperatura ambiente o riscaldando il bicchiere tenendolo tra le mani. E’ alla fine del pasto o nelle pause pomeridiane e  serali il momento in cui maggiormente si apprezza un buon Armagnac. La storia dell’Armagnac è lunga, nobile e ricca di fascino. “Rende l’uomo felice soprattutto”, scriveva in Guascogna il Maestro Vital Du Four nel suo «Libro molto utile per conservare la salute e rimanere in buona forma», datato 1310 e conservato presso gli Archivi della Biblioteca Vaticana.

Storicamente la produzione e l’uso di questa acquavite risale alla prima metà del 1400, quindi addirittura più antica della lavorazione del Cognac che risale al 1600. L’Armagnac già da allora veniva esportato in tutto il Nord Europa e specialmente in Olanda dove veniva usato anche per miscelare il vino locale. Per l’Armagnac è sufficiente un invecchiamento di un anno, ma per le acquaviti più pregiate l’invecchiamento deve essere di almeno tre anni, fino ad arrivare ad un massimo di 40, dove si raggiunge la massima esaltazione del gusto e degli aromi contenuti. Dopo di che si ha un decadimento dell’alcool ed  il liquore diventa più dolce.

L’Armagnac si ottiene dalla distillazione di vini bianchi, i vitigni usati per produrlo  sono, l’Ugni Blanc, il Saint-Emillon, il Folle Blanche e il Colombari che provengono  della Guascogna situata nella zona sud-ovest della Francia. La zona è suddivisa in tre regioni la Bas Armagnac, l’Haut Armagnac e Tènaréze, zone delimitate anch’esse nel 1909, come per il Cognac, dalla "carta dei cru". Nella zona del Bas-Armagnac, anche conosciuta come zona dell’Armagnac nero, per l’abbondanza di foglie di rovere nella zona, troviamo un terreno argilloso, fatto che rende le acquaviti prodotte in questa zona le più pregiate e danno all’acquavite una profumazione inconfondibile dal gusto più morbido. La zona del Tènaréze ha la particolarità di avere un terreno calcareo e argilloso e spesso l’acquavite prodotta con questi vitigni hanno la caratteristica di avere un particolare aroma di violetta. Nell’Haut-Armagnac troviamo un terreno soprattutto calcareo più in alta quota rispetto alle altre zone e spesso si produce un’acquavite di buona qualità ma meno pregiata, rispetto altre della stessa regione.  Per ottenere un grande Armagnac si distillano i vini dell’annata, poi viene fatto invecchiare in botti di rovere. Su una bottiglia di Armagnac potete trovare queste scritte, che specificano il periodo di invecchiamento:

Trois Etoiles, (tre stelle)  almeno 1 anno

VS, XXX, almeno 2 anni

VSOP Réserve, almeno 5 anni

XO, Napoléon, Extra, Vieille Réserve, almeno 6 anni

Hors d’age, almeno 10.

 

Ricette  di Federico Valicenti

 

Quaglie all’Armagnac

Ingredienti

4 quaglie  

1  cipolla piccola

20 cl. di panna fresca

20 cl. di Armagnac

olio q.b.

pepe macinato.

sale q.b.  
Preparazione 
Pulite le quaglie, fiammeggiatele, lavatele ed asciugatele; poi salatele e pepatele internamente. 
Fatele rosolare in una casseruola con un po’ di olio. Pulite e tritate finemente la cipolla, unite il trito alle quaglie, e fate cuocere qualche minuto. Bagnate con l’Armagnac, e fatelo evaporare senza farlo infiammare. Salate e pepate e poi fate cuocere coperto per 20/25 minuti, a seconda della grossezza delle quaglie. Unite la panna al sughetto, mescolate, aggiustate di sale e pepe, e fate cuocere ancora 5 minuti. Servite queste deliziose quaglie con del purè di patate, oppure condite con il sughetto rimasto delle fettuccine all’uovo, con un po’ di burro.

Filetti di sgombro con mele secche e Armagnac

Ingredienti
4 sgombri freschissimi
sfoglie di mele secche biologiche
2 bicchieri di Armagnac
50 g di burro
2 cucchiai di panna
sale e pepe

Preparazione 

In una pirofila adagiare la sfoglie di mela secca, Pulire i pesci e lavarli con cura, quindi sistemarli sulle sfoglie di mele secche, farcire ogni pesce di qualche sfoglia di  mela, salare, pepare e bagnare con un bicchiere e mezzo  di Armagnac. Coprire la pirofila con carta stagnola e cuocere in forno già caldo per circa 30 minuti. Lasciar raffreddare, pulire con cura i pesci dalle lische, quindi schiacciare i filetti di sgombro con una forchetta, unire man mano il burro, le mele cotte assieme al pesce, la panna e ancora il mezzo bicchiere  di Armagnac. Aggiustare di sale e pepe e conservare in frigo per 12 ore prima di servire con crostini di pane caldo

Torta all’Armagnac 

Ingredienti

2 uova

60 g di zucchero

40 gr di farina

20 gr di mandorle macinate

Per lo sciroppo

25 gr di zucchero

0,5 dl di acqua

2 cucchiai di Armagnac

Per il ripieno

175 gr di cioccolato fondente

1 uovo

1,5dl di panna intera

2 cucchiai di Armagnac

Procedimento

Scaldate il forno a 180 °C. Foderate lo stampo con carta da forno. Con uno sbattitore elettrico lavorate a spuma le uova e lo zucchero per 5 minuti. Incorporate la farina e le mandorle. Versate nello stampo e cuocete nella metà inferiore del forno per ca. 15 minuti. Sfornate. Fate riposare per 5 minuti. Capovolgete su una griglia e fate raffreddare.

Portate a ebollizione lo zucchero e l’acqua. Fate raffreddare lo sciroppo,unite l’Armagnac. Dimezzate orizzontalmente il pan di Spagna. Trasferite il fondo nello stampo e irroratelo con metà dello sciroppo.

Per il ripieno, sciogliete il cioccolato. Lavorate a spuma l’uovo a bagnomaria per ca. 10 minuti. Mescolate al cioccolato. Montate la panna ben ferma. Incorporatela al cioccolato con l' Armagnac. Distribuite metà sul fondo di pan di Spagna. Mettete in frigo per ca. 15 minuti.

Appoggiate sul ripieno il secondo pan di Spagna. Irrorate con lo sciroppo restante e distribuite la crema al cioccolato restante. Livellate con una spatola e mettete in frigo.

di Federico Valicenti

Quando si sacrificava un agnello il credente offriva a Dio ciò che di più prezioso potesse avere e quindi simbolicamente offriva a Dio se stesso, questo è uno dei motivi per cui l’agnello ha assunto una forte valenza religiosa . Giovanni Battista riconosce in Gesù il vero agnello pasquale, infatti, egli è la vittima sacrificale andata a morire sulla croce per ottenere il perdono dei peccati di tutti gli uomini e quindi il suo sangue è stato versato per la nostra salvezza, ancora oggi durante la messa viene pronunciata la frase di cui sopra, “Ecco l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. Tutti i momenti e gli episodi legati alla passione di Gesù sostengono l’accostamento al sacrificio dell’ovino. L’ovino, nel tempo, ha cosi ottenuto un’enorme visibilità, come metafora dialettica , con il proprio sangue redime dai peccati l’uomo, con la sua carne lo nutre, con la sua lana lo copre.. Diventa uno di quegli animali che hanno un pedigree importante, con una lunga storia e un blasonato curriculum vitae. Probabilmente è stato uno dei primi animali allevato nell’antico mondo che trasformando velocemente in cibo le erbe selvatiche e gli arbusti che la terra produce ha dato all’uomo tutto quello che gli serviva per riprodursi e poter vivere bene e meglio. Proprio per questa sua predisposizione nel vestire l’uomo, già seimila anni fa sorgeva accanto all’allevamento l’industria laniera e il suo commercio. L’allevamento del bestiame ovino aveva cosi una triplice attitudine, la lana, il latte e la carne pronta a soddisfare i bisogni primari delle prime comunità umane.  
Curiosità.
Anticamente nel Parco del Pollino l’agnello veniva preparato con il cosiddetto ‘coppo’ e direttamente nel focolare. Si metteva  l’agnello in una ampia teglia di creta  con il bordo alto, e a questo punto si usava il coppo, che era una sorta di coperchio di ferro con cui si chiudeva la teglia . Dopo aver messo la teglia sulla brace, altra brace  si metteva anche sul coperchio. Un forno primitivo ma di sicuro effetto “ gustativo”.

 

RICETTE
 
Agnello alla pignata
Ingredienti
un chilogrammo di carne di agnello
200 grammi di salame fresco
due cipolle
quattro patate
due pomodori
100 grammi di fave sgranate
una costa di sedano
due foglie di alloro
 uno spicchio d’aglio
olio di oliva e.v.
sale
pepe
una lasagna di pasta di pane
 

Preparazione
tagliate a pezzi la carne e fatela rosolare in un recipiente di terracotta, pignata, nell’olio con l’aglio. Coprite l’agnello con dell’acqua calda ed aggiungete la verdura tagliata a pezzetti, le foglie di alloro, sale e pepe. Lasciate cuocere per un ora e mezza a fuoco moderato. Coprite il recipiente con la pasta di pane e mettetelo in forno per un quarto d’ora. Servite quando la pasta ha formato una crosta dorata.
 

Agnello con i cardi
Ingredienti
1 kg. di cardi
300 gr. di carne bovina macinata
1 cipolla bianche
4 uova
8 cucchiai di pecorino grattugiato
50 gr di mollica di pane fine
150 gr. di olio extravergine di oliva
500 gr. di agnello a pezzi piccoli
sale e pepe q.b.
 

Procedimento:
Far bollire i cardi in abbondante acqua salata per circa 20 minuti.
Mettere in una casseruola la cipolla tagliata finemente, l’agnello, l’olio, il sale, il pepe e far stufare il tutto a fuoco medio per circa 10 minuti, quindi aggiungere un litro acqua e far bollire per circa 30 minuti.
Preparare le polpettine di carne con l’uovo, sale, pepe , un poco di pecorino e mollica di pane. Soffriggere leggermente le polpettine di carne in olio.
Disporre nella tortiera da forno uno strato di verdura, aggiungere lo stufato di agnello e le polpettine, cospargere con una spolverata di formaggio, coprire il tutto con un altro strato di verdura ed aggiungere le uova sbattute, spolverare ancora con una manciata di formaggio ed infornare.
Far cuocere la tortiera per circa mezz’ora a 160°.
 

Agnello all’uovo.
Ingredienti
300 gr di agnello disossato
- 1 fegato d’agnello
- 1 rognone d’agnello
- 1 cuore d’agnello
- polmone di agnello
- 2 uova
- 4 cucchiai di pecorino grattugiato
- 1 cucchiaio di prezzemolo tritato
- 4 cucchiai d’olio di oliva
- sale
- pepe
 

Pulite le frattaglie, lavatele bene in acqua fredda, sgocciolatele e tagliatele a pezzetti, quindi fate bollire in una casseruola piena d’ acqua leggermente salata per una decina di minuti ,scolate e risciacquate per togliere i residui .In una padella rosolate la carne di agnello fatta a dadi , in olio caldo. Quando la carne è ben dorata aggiungete le frattaglie e continuate la cottura per altri 10 minuti.
In una terrina, sbattete le uova con un pizzico di sale e pepe, aggiungete e incorporate il pecorino, versate il composto nel recipiente con l’agnello. Mescolate delicatamente e lasciate che le uova si rapprendano. Infine, cospargete di prezzemolo tritato e portate subito in tavola.

 

Agnello  con le verdure
Ingredienti
- 600 gr di polpa d’agnello
- 4 cipollotti
- 2 zucchine
- 2 carote
- 2 spicchi d’aglio
- 1 bicchiere di brodo
- ½ bicchiere di vino bianco secco
- 2 cucchiai di prezzemolo tritato
- qualche cucchiaiata d’olio di oliva
- sale
- pepe
 

preparazione
1. Pulite e riducete a pezzetti la carne; lavate le verdure e tagliatele a pezzetti non troppo sottili. Sbucciate l’aglio, tritatelo e fatelo soffriggere in un po’ d’olio di oliva caldo, quindi unite la verdura e fate rosolare per un paio di minuti.

2. Salate, pepate e unite la carne a pezzetti. Mescolate, bagnate con il vino, lasciate evaporare e bagnate con il brodo caldo. Cuocete per circa 30 min. circa su fiamma moderata. Infine, regolate sale e pepe e cospargete di prezzemolo tritato. Buon appetito!

 

Agnello con  patate e cipolle
Ingredienti
- 1 kg di agnello
- 800 gr di patate novelle
- 8 cipolle
- 1 rametto di rosmarino
- 2 spicchi d’aglio
- 40 gr di burro
- 4 cucchiai di olio di oliva
- sale
- pepe



1. Pulite l’agnello, asciugatelo, strofinatelo con sale e pepe e steccatelo con aglio e rosmarino. Adagiatelo in una teglia, cospargetelo con dei fiocchetti di burro e con un paio di cucchiaiate d’olio; infornate e cuocete per 15 min. a 220°.

2. Intanto, mondate patate e cipolle, tagliatele a spicchietti e unitele alla carne, una volta trascorso il tempo di cottura, irrorate con il resto dell’olio, regolate sale e pepe, mescolate e cuocete per altri 15-20 min

 

Agnello con patate e pomodori
Ingredienti
- 1 kg di coscia d’agnello a pezzetti
- 500 gr di patate novelle
- 400 gr di pelati
- 1 cipolla
- 1 rametto di rosmarino
- 50 gr di burro
- 4 cucchiai di olio di oliva
- 1 bicchiere di vino bianco secco
- sale
- pepe
1. Sbucciate la cipolla, affettatela e fatela soffriggere in una casseruola con l’olio ed il burro caldi.

Quindi unite la carne ed il rosmarino pulito. Lasciate dorare uniformemente su tutti i lati, poi bagnate con il vino, lasciatelo evaporare, insaporite con una presa di sale e una macinata di pepe.
2. Unite i pelati schiacciati con una forchetta, mescolate e cuocete per circa 30 min. su fiamma bassa. Intanto, preriscaldate il forno a 180°.

3. Sbucciate le patate, lavatele, unitele al recipiente della carne, salate, pepate, infornate e cuocete per circa 40 min. Mescolate di tanto in tanto e portate in tavola.

 Angelo Silibello, Lillino Angelo Silibello, Lillino per gli amici è uno degli ultimi “transumante virtuale“, esistente. Va alla ricerca quasi spasmodica dei formaggi caciocavallo rincorrendo i profumi delle mandrie che attraversano la Puglia, partono dalla Basilicata e dal Molise  alla ricerca di pascoli da brucare. E lui li segue, aspetta che i pastori “ cagliano”e subito dopo arraffa il buon prodotto genuino che trasferisce nel suo regno ,”il Cibus” in Ceglie Messapica. Orgogliosamente rivendica, cosi facendo le sue origini messapiche . Il messapico, uomo di popolo pacifico non ha mai cercato di espandere il proprio dominio rimanendo fedele alla propria terra, ha creato un vincolo di sangue con il proprio territorio di appartenenza che l’ha portato all’estrema difesa durante la discesa dei Romani nel Salento. Come gli antichi guerrieri Lillino si erge a difensore della topicita’ del territorio, custode dei segreti della mensa salentina, armato di conoscenza, come pochi, dei prodotti di nicchia che rendono onore alla genuinità semplice della gastronomia pugliese. Topico quindi luogo, non tipico che potrebbe arrivare da qualunque altra parte. Ceglie  Messapica e’diventato, per merito dei suoi ristoratori, un paese dalla grande cucina dove la ricerca gastronomica si è trasformata in un enorme  veicolo di comunicazione, dove il cibo è diventato arte ed espressione di un popolo legato all’origine, alla non omogeneizzazione, che rivendica la sua biodiversità con forza, esigendo tutela  e rispetto.  Nell’allungo della Valle d’Itria, tra case bianche basse e vicoli stretti s’incontra il ristorante Cibus. Costruito in un antico convento del XV sec. l’ambiente elegante è fatto di diverse sale in pietra con arcate dipinte a calce e pochi tavolini sparpagliati che permettono di godersi il cibo, all’interno ti avvolge con un’intimità particolare. Ha mantenuto intatta la sacralità e il rito mensale dell’origine, è un luogo dove si riscopre una cucina genuina e raffinata, che utilizza ingredienti del territorio in piatti tradizionali, realizzati in chiave creativa. La filosofia che anima il Cibus è la continua ricerca e riscoperta di antichi sapori, di abbinamenti da cui nascono piatti davvero unici come i gelati al formaggio, i prosciutti di capra e soprattutto l’olio extravergine che condisce sapientemente tutti i piatti proposti. Non si può che iniziare il pasto con un misto di antipasti della zona dove carni e formaggi si alternano, la ricotta di capra con granella di mandorle e il carpaccio di manzo con rucola e pomodorini ne sono due ottimi esempi. A seguire la melanzana ripiena di pasta fresca e ragù casereccio, la purea di fave con cicoria di campo, tutta una serie di piatti che sono nati da uno spunto tradizionale e si sono trasformati attraverso il gusto e le manipolazioni dell’arte ristorativa.  Il tradizionale sugo alla cacciatora con funghi cardoncelli è stato abbinato ad una pasta fresca impastata con vino Primitivo. Le cime di rapa, condimento per antonomasia delle orecchiette tradizionali preparate con aggiunta di acciughe sostituite dalla bottarga creano un  legame entusiasmante.  La zuppa di cicerchia nobilitata con del tartufo nero, la Sagna penta cucinata  al Cibus  è il risultato di una destrutturazione della tradizionale lasagna della Pentecoste, in cui la carne era sostituita, per motivi religiosi, da mollica di pane fritta con aglio e sugna. Tra i secondi sono ovviamente in primo piano le carni del Salento e la selezione di formaggi della Murgia serviti con miele di mandorlo. Da assaggiare, con il tipico pane della zona, il caciocavallo podolico. E infine non si possono dimenticare i dolci, tutti fatti a mano con ingredienti quali fichi, mandorle, ricotta, e tra i quali spicca il gelato al fico secco con vincotto di mosto d’uva, il biscotto cegliese, un pasticcino della zona, di cui sono presenti diverse varianti, ripieno con ciliegia, amarena, limone, o ricoperto con glassa. Anche la carta dei vini è ricca sia di vini della zona, che di etichette extra regionali, tutte con rincari giusti, non esagerati, soprattutto in rapporto alla qualità, caratteristica che si ritrova anche nel conto finale di questo ristorante/chicca del Salento.

 

RICETTE
 
Tagliata di podolico e tortiera di patate alla cenere.
Ingredienti
1,500 Kg di costata di Podolico -masseria Colombo
Sale grosso integrale dell’Adriatico
Olio extra vergine Pesciolin tenuta Ferruzzo (BR)
150 patate Seclin di Galatina
 

Procedimento

dipende molto dalla temperatura del forno. La caratteristica di questa cottura è che il fuoco non arriva  direttamente sulla carne ma si irradia dalla pietra del forno appunto. A cottura ultimata condire con sale  grosso integrale . Le patate vanno cotte sotto la cenere con la buccia.
A  fine cottura ripulite della cenere schiacciate e condite con salegrosso e olio extravergine d’oliva 
 

Orecchiette alle cime di rapa
Ingredienti:
400 gr. di orecchiette fresche,
1 kg di cime di rapa,
2 spicchi d’aglio,
olio extravergine d’oliva,
sale e peperoncino.
 

Procedimento:
Lavate e mondate le rape prendendone solo le cime e le foglioline più tenere. Fate cuocere in abbondante acqua salata e dopo una ventina di minuti scolate conservando l’acqua di cottura. In una padella soffriggete l’aglio e il peperoncino fino a farlo dorare. Cuocete le orecchiette nell’acqua di cottura delle rape, se necessario aggiungete un po’ di sale. Saltate le orecchiette e le rape nella padella dove prima avete fatto soffriggere l’aglio, mescolate bene e servite calde.
 “Sagna penta” è una pasta particolare, fatta con farina di grano duro. L’impasto, formato da farina, acqua, uova e sale, si lavora a mano su una spianatoia fino ad ottenere una sfoglia spessa circa 3 mm. Con uno speciale matterello dentellato si taglia la Sagna penta come degli spaghetti a sezione quadrata , viene consumata fresca, lessata e condita con mollica di pane fritta , ma lo chef suggerisce il cacioricotta.. Sagna proviene da lasagna e penta perché preparata tradizionalmente per la festa della Pentecoste.

 

Ingredienti
400 gr di salsa di pomodoro
1 cipolla piccola
4 cucchiai di olio extra vergine di oliva
qualche foglia di basilico fresco
un cucchiaino di ricotta forte
sale
 

Procedimento
Fate soffriggere nell’olio extra vergine di oliva bollente la cipolla tagliata a fette sottili, quando la cipolla si sarà imbiondita aggiungete la salsa di pomodoro, un pizzico di sale.
Lasciate cuocere per circa 15/20 minuti avendo l’’accortezza di mescolare di tanto in tanto, a cottura ultimata, sciogliete in una tazzina la ricotta forte con qualche cucchiaino di sugo, e versare il tutto nella pentola.
Cuocete al dente la Sagna penta in abbondante acqua salata e in ebollizione. A cottura avvenuta, scolate bene.

 

Condite con il sugo e cospargetele di basilico tritato e cacioricotta
 Pezzetti di carne di cavallo ed involtini in pignata
Ingredienti
2 kg di polpa di cavallo in un solo pezzo
olio di oliva
alloro - cipolla - prezzemolo - rosmarino - salvia
la scorza di parmigiano
grani di pepe nero
concentrato di pomodoro
2 kg di pomodori pelati passati al setaccio
peperoncino
sale
Per gli involtini:
4 larghe fette di fesa
scaglie di peperoncino
aglio
lardo di prosciutto
sale
 

Preparazione:

Pulite bene la carne da grassi e da eventuali impurità e grassi ,ma senza eliminarli tutti. Tagliate in 4/5 grossi pezzi e mettete in un recipiente sotto acqua corrente fredda per 30 minuti in modo che gonfi.. Ponete una pignata di terracotta sulla piastra, mettete un bicchiere di olio di oliva, poi la carne e fate rosolare,unite due foglie di alloro e tanta acqua tiepida fino a coprirne la superficie;coprite con un coperchio e portate l’acqua in ebollizione. In pieno bollore togliete il coperchio e con la schiumarola togliete tutte le impurità che la carne dovesse tirar fuori e che si vedano in superficie: aggiungete una grossa cipolla tagliata in quattro pezzi, un ciuffo di prezzemolo con tutti i gambi, un rametto di rosmarino e foglie di salvia racchiuse in una garza sterile e legati con filo bianco (si ricordi di eliminarli dopo la cottura), unite pure una scorza di grani interi di pepe nero , un barattolino di concentrato di pomodoro e dopo 15 minuti anche i pomodori pelati passati al setaccio. Mescolate bene con un cucchiaio di legno, regolate il sale, coprite con il col coperchio e fate cuocere per almeno 3 ore a fuoco basso. Nel frattempo preparate gli involtini, allargando le fette di carne e mettendo su ognuna di esse alcune scaglie di pecorino, un pò di prezzemolo tritato, un pò di aglio tritato e un pò di lardo di prosciutto tritato finemente, poi si regolino di sale e si spolverino con un pò di pepe nero. Arrotolate ogni fetta di carne su se stessa e legate con refe bianco da cucina. Prendete un pò della salsa di cottura dei pezzetti ed in una casseruola fate cuocere gli involtini per un’ora almeno.

Assaggiate la carne per verificarne la cottura, se è quasi buona, estraetela dalla salsa e tagliatela a pezzetti di circa 40gr. ognuno, togliete le foglie di alloro ed il mazzetto con la garza sterile, rimettete i pezzetti nella salsa, unite anche gli involtini cotti a parte e fate cuocere ancora per un’ora. Servite in piatti singoli, 5-6 pezzetti carne, l’involtino tagliato in due e verdurine selvatiche saltate con l’olio e peperoncino
 

Torta di pasta di mandorle 
Ingredienti
600 gr.di mandorle,
600 gr. di zucchero,
7 uova,
3 limoni, cannella q.b.
 

Procedimento
Abbrustolite metà delle mandorle con la buccia e macinate le rimanenti crude e private della pellicina esterna. A parte, in una terrina, lavorate i tuorli d’uovo con lo zucchero e gradatamente aggiungete a questi le mandorle tritate, le chiare montate a neve, la buccia grattugiata dei limoni e la cannella. Amalgamate il tutto con cura e versatelo in una teglia, precedentemente imburrata e foderata di carta da forno. Cuocete a calore moderato per circa trenta minuti.
 
di Federico Valicanti

LO STRUFFOLO.


Natale e Capodanno tra cenoni e abbuffate ma sicuramente quello che resiste al ricordo olfattivo, alla memoria del gusto è il profumo dei dolci. L’odore del fritto che attraversa i vicoli dei paesi accompagna la fresca aria di montagna  fino alla fine del carnevale. I calzoncelli ripieni di crema  di ceci e cannella, di castagne, di mosto d’uva,  i cannariculi, le rosette, gli struffoli, la cicirata, le crespelle , tutti fritti che si raccolgono in un unico aggettivo, goduria! Ma il dolce che raccoglie gli umori del Sud  è lo struffolo. Forse uno dei pochi dolci che può definirsi Mediterraneo.  Portato dai Greci al tempo di Partenope , lo struffolo approda nel Mezzogiorno d’Italia . Dal  greco “strongoulos” o “stroggulos “ che significa “di forma tondeggiante” deriva il nome che compone il dolce, dalla singola pallina acquisisce in breve il nomignolo greco/ partenopeo di struffolo. Ancora oggi nella cucina greca esiste ancora una preparazione simile, “i loukoumades”  considerate autentiche ghiottonerie. Gli struffoli, come tutti i prodotti buoni, sono sempre in voga, sempre pronti per essere portati a tavola, nella loro sostanziale immutabilità presentano decine di varianti che si rifanno alla cultura regionale, locale, familiare del territorio di preparazione. Sono simili alle polpette e come loro soggetti a cambiamenti e piccole trasformazioni che rendono uniche la  presentazione. Anche se gli ingredienti sono esattamente gli stessi, si mangiano tanti struffoli diversi quanti sono le case in cui sono preparati e offerti. Naturalmente ogni massaia, casalinga o cuoco ritiene che i propri struffoli siano quelli autentici, che si rifanno alla vera tradizione tramandata dalla nonna, dalla mamma o da qualche zia. La zia se risulta monaca è ancora meglio. A Napoli sembra che tutti i napoletani avessero una zia monaca a cui riferirsi per poter codificare al meglio il proprio struffolo. La leggenda o la storia gastronomica degli struffoli, porta nei conventi napoletani dove le suore, anche di diverso ordine monastico, li preparavano per offrirli in dono alle famiglie nobili che si erano distinte per atti di carità. Lo struffolo preparato dall’erede della zia monaca, o spacciatosi tale, acquista un’aurea di religiosa dolcezza. Quando ognuno presenta il suo struffolo come il migliore, in fondo ha ragione, perchè l’uno non è mai uguale all’altro. Una particolarità che li porta ad essere diversi, in una preparazione dall’altra,  è nel miele dove vengono immersi  che deve essere comunque di prima qualità e abbondante. Senza un genuino e ottimo miele un dolce non può definirsi veramente tale. Il miele nella tradizione di Natale è un mito, simbolo della dolcezza, tanto da definire il corpo appena nato del Bambino Gesù “roccia che dà miele”. Un buon rapporto tra preparazione della pasta per frittura e il miele migliora i rapporti familiari, almeno durante le festività. Non è quindi un caso che gli struffoli siano diventati un dolce tipicamente natalizio. Ciascuna pallina di pasta fritta è un capolavoro di ingegneria domestica, selezionato in centinaia d’anni di sperimentazione nelle cucine di ogni tipo. L’altra regola aurea non scritta per la preparazione degli  struffoli e che non  esistono elementi accessori,  il vero struffolo deve essere piccolo  perché così aumenta la superficie di pasta che entra in contatto  col miele, e il sapore ne guadagna . Nella preparazione degli struffoli molto è lasciato al naso, hanno un bell’aroma, nulla è lasciato al caso, questo avviene soltanto se si confezionino delle palline di pasta di piccole dimensioni. Palline di pasta, realizzate con farina, uova, burro, zucchero e aromi, grandi non più di 5-10 mm di diametro, fritte nell’olio o nello strutto che, dopo averle lasciate a raffreddare, vengono avvolte in miele caldo e disposte nel piatto da portata. Si decora, infine, la composizione con pezzetti di cedro ed altra frutta candita, pezzetti di zucchero e confettini colorati, chiamati diavolilli o diavoletti. Tutto è essenziale, tutto è importante, ma di sicuro gli struffoli migliorano la qualità della vita! 

 

RICETTE
Struffoli al limone e zucchero
 Ingredienti:
50 g di zucchero
400 g di farina 2 uova
80 g di burro
1 cucchiaino da caffè di lievito vanigliato
1 limone grattugiato
zucchero a velo
sale
olio per frittura
 

Esecuzione:
In una terrina ammorbidire il burro, incorporare lo zucchero e poi le uova, uno alla volta, mescolare e aggiungere la buccia grattugiata del limone, un pizzico di sale e tanta farina quanto basta per ottenere un impasto morbido, aggiungere il lievito. Con un cucchiaio fate delle palline , grandi come una noce, che lascerete cadere dentro l’olio bollente. Appena la pallina assume il colore dorato toglietela . Passarle calde nel miele di sulla  e consumare tiepide
 

Struffoli alla cannella
600 g. di farina
 200 g. di zucchero
 150 g. di burro  4 uova
Un cucchiaio di cannella
1 bustina di lievito
 una tazzina di rum   
miele acacia
 olio per friggere quanto basta

Far sciogliere il burro con la fiamma bassissima e facendo attenzione a non farlo bruciare.
In una ciotola, lavora le uova con lo zucchero. Aggiungi il rum e il burro fuso (non deve essere caldo) e continuando a girare con un cucchiaio di legno, unisci la farina setacciata e il lievito, quindi la cannella in povere .
Versa l’impasto che hai ottenuto, su una spianatoia di legno e lavoralo con le mani.
Forma dei cilindri, tagliali a pezzetti e arrotola ogni pezzetto tra le mani per formare la pallina. Le palline non devono essere ne troppo grandi ne troppo piccole.
Prendi un pentolino con i bordi alti fai scaldare l’olio e friggi gli struffoli  poche per volta. Toglile mano mano dal fuoco quando sono belle rigonfie e dorate e mettile ad asciugare sulla carta assorbente. Passarle calde nel miele di acacia   e consumare tiepide
 

Struffoli al  Marsala
Ingredienti:
500 gr. di farina 00;
150 gr. zucchero;
2 uova grandi;
scorza di limone grattugiata;
75 gr. burro fuso freddo;
75 gr. di farina di mandorle;
5 gr. di lievito in polvere;
50 gr. di latte;
75 gr. Marsala Vecchio
sale.
 

Preparazione:
Montare in un recipiente ampio le uova con lo zucchero, unire il burro e la scorza di limone. Continuare a montare. Aggiungere la farina di mandorle, il sale e metà della farina setacciata con il lievito. Aggiungere alternando il liquore ed il latte. Successivamente aggiungere il resto della farina e lavorare fino ad ottenere una pasta della consistenza di una frolla morbida. Arrotolare bastoncini di circa 2,5 cm e tagliare tronchetti di circa 2 cm. Friggere in abbondante olio extravergine di oliva. Passarle calde nel miele di millefiori di montagna  e consumare tiepide.
 

Struffoli alle mandorle
Ingredienti
500gr farina 00
150gr zucchero
2 uova grandi
zeste gratt. di un limone
75gr farina di mandorle
5gr lievito in polvere
50gr latte
50gr Strega liquore
2,5gr sale
75gr burro fuso freddo

Montare in planetaria le uova con lo zucchero, unire il burro e le zeste e continuare a montare. Unire la farina di mandorle, il sale e metà della farina setacciata con il lievito. Alternare liquore e latte al resto della farina fino ad ottenere una pasta della consistenza di una frolla morbida.
Arrotolare bastoncini di circa 2cm e tagliare tronchetti di circa 2cm.
Friggere in olio profondo a 170°. Assorbono pochissimo olio, tanto da sembrare cotte in forno.
Passarle calde nel miele di arancio  e consumare tiepide
 

di Federico Valicenti
CORBEZZOLO
 

C’era una volta ….il corbezzolo.
Quante piante, quanti frutti ricchi di profumi e pieni di storia, aneddoti, racconti e sapori stiamo perdendo. Ancora più grave è la perdita in memoria di questi frutti “minori”.
In autunno i cespugli del sempreverde corbezzolo, carichi di bianchi fiori e di frutti rossi, spiccano nei boschi del nostro sud. I suoi frutti sono tondeggianti, piccoli, con la buccia rugosa e la polpa morbida e giallognola, ricca di semini. Ci ricorda i frutti colorati che ricorrono spesso nelle favole, che usano e nutrono elfi, maghe, streghe e fatine per i loro intrugli benefici e malefici,
Tra storia e leggenda si racconta che il corbezzolo ha ispirato  i colori della bandiera italiana. Nessuno o pochi conoscono l’alto valore simbolico di questo splendido frutto ormai quasi estinto. Il bianco dei suoi fiori, il rosso dei suoi frutti ed il verde intenso delle sue foglie, in epoca risorgimentale divenne un simbolo patriottico, adottato dai nascenti nuovi italiani perchè  proponeva  i tre colori  della bandiera che li guidava, diventando simbolo della lotta di indipendenza. Forte probabilmente anche dei significati arcaici che gli venivano assegnati, il corbezzolo fu destinato a diventare il simbolo del Risorgimento Italiano. Gli antichi lo associavano alla dea Carna, protettrice del benessere fisico, rappresentata con un rametto di corbezzolo tra le mani con cui la dea scacciava gli spiriti maligni. Virgilio nelle Georgiche indica questa pianta semplicemente col nome “arbustus” , arbusto. Mentre Plinio il Vecchio li magnificava ma con qualche accortezza, ne raccomandava  “unum tantum edo”, vale a dire “uno e basta”, i romani consigliavano moderazione nel consumo delle corbezzole. Il nome latino della pianta è Arbutus unedo, da unum edo, ne mangio uno, non di più. In realtà questa cautela è anche eccessiva, ma è vero che ad alcuni individui basta una minima quantità per soffrire di gravi disturbi gastrointestinali ed ebbrezza, infatti quando sono maturi i frutti contengono una discreta quantità d’alcol. I frutti si raccolgono quando sono belli rossi  e morbidi al tatto. Hanno sapore dolce e acidulo e si prestano alla preparazione di marmellate e bevande, oltre che alla conservazione sotto spirito. Si usano per fare un liquore e ci regala  anche un miele pregiato, ricavato dal nettare dei suoi fiori. Di odore penetrante, pungente e amaro, il miele ha sapore amarognolo, più o meno acido, colore ambrato se liquido e nocciola se cristallizzato. Si sposa con carni e formaggi e usato anche per la preparazione di infusi alcolici.  I corbezzoli si consumano al naturale, in svariati modi assieme a zucchero e limone. Si possono preparare  conserve, gelatine, sciroppi, canditi, bevande fermentate, acquavite, vino, composte di frutta. Si puo fare la marmellata a seguito di breve bollitura dei frutti, che poi vanno attentamente setacciati  per eliminare dalla polpa i semini, quindi  si unisce zucchero in quantità poco più superiore alla metà del peso della frutta,  e si raddensa sul fuoco. La marmellata si può arricchire con qualche frutto intero bollito. I corbezzoli si conservano sotto spirito come si fa per le ciliegie, secondo la tradizione si lasciano macerare i frutti in acqua, poi vengono distillati, ottenendo una particolarissima acquavite, alla quale vengono attribuiti proprietà “energetici ed euforizzanti”. Per tradizione i frutti si conservano all’ombra, in sacchetti di carta o di tela, in luoghi asciutti e ventilati. Il corbezzolo compare anche nello stemma della città di Madrid.
 

RICETTE
 Marmellata di corbezzoli
 ingredienti
2 kg di corbezzoli maturi
700 gr di zucchero per ogni Kg. di polpa
scorza di limone
 acqua
 

 preparazione
Lavate e cuocete i corbezzoli, a fuoco lento per 15 minuti circa. Setacciateli in modo da separare i semi dalla polpa. Amalgamate la purea ottenuta, con lo zucchero, un bicchiere d’acqua e la scorza del limone tagliata a fettine. Fate cuocere a fuoco lento, mescolando spesso fino a far diventare il composto denso. Fate raffreddare e sistematelo in vasetti, da conservare in luogo fresco ed asciutto.
 Aceto al Corbezzolo
 Ingredienti
una manciata di corbezzoli poco maturi
5 foglie di alloro
1 litro di aceto
 

Preparazione
Introducete i corbezzoli e le foglie di alloro in una bottiglia, versate l’aceto, chiudete bene e riponete in un luogo fresco asciutto e al buio.
Con il passare del tempo , i corbezzoli diventeranno maturi all’interno della bottiglia, e diventeranno di un bel colore rosso vivo, molto decorativo.
Lasciate riposare per qualche settimane prima dell’utilizzo.
 Crespelle di ricotta al forno e miele di corbezzolo
Ingredienti:
75 g di farina di ceci
75 g  di farina  mais
2 uova
20 cl latte
5 cl panna
300 ricotta al forno
pepe
miele di corbezzolo
sale,
burro

Procedimento:
Mescolare le farine setacciate
In una terrina sbattere le uova e diluire gradualmente con panna e latte, poi aggiungere le farine poco alla volta, mescolando accuratamente, per non formare grumi. Salare, pepare e lasciare riposare mezz’ora al fresco. Cuocere le crespelle in un padellino di ferro, ungendo il fondo con un velo di burro, e, appena inizia a scaldare, asciugando l’eccesso con un pezzo di carta da cucina. Versarvi un mestolino di pastella, fare girare il padellino in modo che l’impasto copra bene il fondo e, quando la crespella è asciutta, girarla, facendola cuocere ancora un attimo. Cuocere tutte le crespelle. Tagliare a fettine la ricotta al forno, aggiungerla nelle crespelle.
Avvolgere le crespelle su se stesse e versare su ognuna un cucchiaino di miele di corbezzolo  e una macinata di pepe .Servire subito.
Corbezzoli sciroppati.
Nel solito vaso a chiusura ermetica si mettono 500 gr. di frutti corbezzoli, 250 di zucchero semolato scorzette di limone non trattato,  erbe officinali fresche, erba limoncella , melissa, menta, quindi alcool sufficiente a riempire il vaso. Questo va agitato di tanto in tanto, per agevolare il processo di macerazione e lo scioglimento dello zucchero.
Lasciar maturare e affinare il composto.
 

Filetto  di manzo  al corbezzolo
 

Ingredienti per 4 persone:

4 filettini di manzo
200 gr. di corbezzoli
250 gr di fondo di arrosto
1 cucchiaio di panna
sale e pepe q.b.

 
Cuocere  i corbezzoli fino a ridurli in purè , quindi aggiungere il sugo d’arrosto e la panna. Mescolate il tutto fino ad ottenere una salsa fluida.

Saltiamo velocemente in padella i filetti con del burro, a cottura desiderata aggiungiamo la salsa di corbezzolo e copriamo per qualche minuto. Si accompagna bene con un insalata di cuore di verza cruda e arance a fette, salata e pepata.

 
 
  La settimana scorsa abbiamo parlato della zucca gialla, tonda e bitorzoluta. Una zucca ancora più antica è ancora usata nella gastronomia della nostra Basilicata, ci appartiene sia in cucina ma anche come utensile , da riempire d’acqua o come strumento musicale. Le sue origini sono molto più remote della “cucurbita” tonda arrivata dalle Americhe. La cuccuzza logna, la zucca lunga, uno dei pochi vegetali coltivati sin  dall’antica storia europea. La zucca lunga appartiene al  genere “lagenaria”  ha una forma cilindrica che arriva ad allungarsi fino a due metri. I navigatori Fenici la portavano nelle stive quando approdarono alle foci dei fiumi italici. Di sicuro gli Etruschi iniziarono a coltivarla e i Romani iniziarono ad usarla sia come utensile che come alimento, in  cucina era molto apprezzata e veniva cotta sul fuoco e nel forno da pane. Il suo gusto dolce misto al salato delle salse  trionfava nelle mense patrizie, e la zucca ben si prestava a combinarsi con il garum, la salsa a base di pesce fermentato che troviamo in quasi tutte le ricette nel libro di cucina De re coquinaria di Apicio vissuto intorno al 25 a. C in Roma..

Ma la zucca non era solo protagonista della tavola, era considerata alla pari di un medicinale da medici ed eruditi,  usata come una panacea per i mali più vari. Nell’erbario di  Dioscoride ( 40°.C. - 90 a.C.) la zucca era definita “il balsamo dei guai” mentre Plinio il Vecchio nella sua Naturalis  Historia definiva la cocuzza “ il refrigerio della vita umana”. Marziale (40 –104 d.C.),  famoso per la sua pungente nota satirica, nei suoi epigrammi ci racconta di un divertente anfitrione , Cecilio,  che invitava spesso ospiti a pranzo ma che serviva  solo zucche“….le cocuzze Cecilio, taglia in mille pezzettini. Le mangi all’antipasto, te le da nella minestra, e le serve per pietanza, le mette nel contorno ”. Quasi a voler sottolineare il proverbio ancora  in uso nelle cucine contadine ”com’ ti vuoglio  cucuzza longa...che pi tj amarj ci vòra a carne..”.. “come ti voglio cucuzza logna,  che per amarti ci vuole la carne”. .

In  tutti i casi la povera zucca non è mai servita da sola, per i gusti fini l’ortaggio è alquanto insipido  e deve essere insaporito con altri ingredienti. È un cibo troppo grossolano per comparire degnamente sulle mense aristocratiche, buono com’è per sfamare intere famiglie di contadini e il bestiame e tutt’al più a fornire qualche utensile.  Della zucca infatti non si butta via niente e tutte le sue componenti si possono trasformare in un gustoso piatto. Ipocalorica, molto digeribile, estremamente versatile in cucina, fiori,semi e polpa si prestano ai piatti più vari e fantasiosi, dall’antipasto al dessert.  E, una volta svuotata, si trasforma in un utile contenitore,  per il sale, l’acqua, il vino, l’olio, come si faceva a Roma e nell’antica Grecia,  addirittura  in uno strumento a percussione o a fiato come testimonia la tradizione musicale dei più diversi Paesi, dall’Africa all’Estremo Oriente, e in tutte le più varie epoche. Ai Romani se va il merito di aver intuito l’utilità delle zucche svuotate, utilizzate come galleggianti per la pesca e come contenitori, va comunque anche il demerito di aver dato discredito a questo innocuo vegetale erigendolo a simbolo di stoltezza o scarsa intelligenza.  La zucca è presente nelle fiabe di tutto il mondo, trasformata in scrigno di tesori, simbolo di fecondità e rigenerazione, cibo dell’immortalità. Entra nei miti e nei riti magici che dall’antichità si sono tramandati fino a oggi, a simboleggiare una sorta di connessione tra il mondo dei vivi e quello dei defunti.  Un alimento nobile, umile e generoso, da rivalutare e valorizzare.
 

ZUCCA
Questa grande palla arancione con la sua classica buccia spessa e bitorzoluta, forse l’ortaggio più grande che esiste in natura, e’ il simbolo di Halloween, festa di Tutti i Santi, che dall’America ha fatto il giro del mondo, cominciando a diventare popolare anche fra i nostri giovani. Halloween, la notte magica di fine ottobre dove i ragazzi nascondono la testa in enormi zucche vuote, girano di casa in casa senza farsi riconoscere per racimolare un po’ di soldi e un po’ di regali. Elemento indispensabile perché la festa riesca bene e’ la grandezza della zucca che va bucata e sagomata con occhi e bocca per respirare, calata sulla testa per nascondersi, per fare scherzi e baldoria.  Zucca che sembra riprendersi l’aggettivo per cui era stata apostrofata. Deriva da “cocutia”, testa, poi trasformato in “cocuzza”, poi “cozuccae” ad ultimare in zucca, cosi ci spiega il dizionario Zanichelli. Sei una testa di zucca, sei un zuccone, hai la zucca vuota, ma che hai nella zucca? E’ scemo come una zucca. Quanti di modi di apostrofare una persona prendendo ad esempio la zucca senza semi, svuotata. Ma perché ci si accanisce tanto contro la povera zucca? Perché questo innocuo quanto benevolo ortaggio e’ usato come sinonimo dei peggiori improperi? La zucca, sferica, tonda , si presta bene per simboleggiare un capoccione vuoto. Un po’ il contrario di quello che si tendeva a pensare fino a un po’ di tempo fa, quando si presupponeva che le dimensioni del cervello erano dimensionate alla circonferenza della testa. Si supponeva, erroneamente, che più grande era la testa e più materia grigia doveva contenere. Invece , con le considerazioni attuali sia sulle zucche che sulle teste vuote, e’ tutto da riscrivere, con il risultato che per colpa di gente stupida alla povera zucca e’ stata affibbiata la triste equiparazione di idiozia. Con molta probabilità, la zucca è originaria dell’America Centrale, i più antichi semi, infatti, sono stati ritrovati in Messico e risalgono al 7000 - 6000 a.c. Sicuramente era un alimento base della dieta degli indigeni sin dagli anni precedenti lo sbarco dei colonizzatori sulla costa atlantica. I primi coloni impararono dagli indigeni a coltivare la zucca che, insieme alla patata e al pomodoro, è stato uno dei primi ortaggi importati. Cosi le zucche gialle e tonde, le”cucurbite”, bitorzolute, le più buone, vennero introdotte in e diffuse Europa nel XVI sec. con la scoperta dell’America. Nella tradizione contadina era uso tenere in casa una zucca come soprammobile, quale auspicio di felicità ed abbondanza. Ancora oggi questa pianta viene coltivata per i suoi frutti, dalle caratteristiche assai diverse a secondo della specie. La polpa, compatta e zuccherina è usata in cucina come piatto unico, oppure come ingrediente di minestre, risotti, pietanze e marmellate e, famosi i tortelli di zucca, come ripieno di paste. 
 

PILLOLE
VERMIFUGA
I semi non sono tossici e quindi se ne possono consumare a volontà bambini compresi.
Il modo più efficace per prepararli e’ il seguente: si pestano in un mortaio con dello zucchero o del miele (20 grammi di zucchero per 60 grammi di semi), l’impasto così ottenuto e’ già consumabile, altrimenti si può emulsionarlo in 160 grammi di acqua aromatizzandola con acqua distillata ai fiori d’arancio. Cinque ore dopo aver assunto questo prodotto, e’ consigliabile prendere una purga di olio di ricino, e addio ai vermi. Un rimedio molto semplice, quindi, da prendere preferibilmente la mattina a digiuno, per un problema che se non trattato può comportare tanti fastidi.
MASCHERA  DI BELLEZZA
Vediamo ora l’applicazione cosmetica della zucca, senz’altro la meno conosciuta tra i vari impieghi di questo ortaggio. Dalla polpa si può ricavare una buona maschera emolliente, bisogna dapprima schiacciare la polpa e poi mescolarla con un po’ di miele. A questo punto si applica sul viso e si lascia in posa per una decina di minuti.
CREMA DI BELLEZZA
Ma anche i semi trovano applicazione in fitocosmesi come ingredienti per una maschera purificante e rassodante. Bisogna procurarsi semi di melone e di cetriolo, l’impacco e’ noto come “maschera dei tre semi”, e semi di zucca nella stessa quantità. Si pestano tutti assieme in un mortaio e poi s’impastano con un po’ di olio di mandorle. L’impasto va steso sul viso con dei leggeri massaggi e lasciato agire per circa venti minuti.
 

 RICETTE
 Pane di zucca
Ingredienti
un chilo di zucca,
200 gr di zucchero
100 gr di burro
un pizzico di sale
50 gr di lievito di birra
un pezzo di lievito nostrano (con questo termine si intende pasta da pane lasciata a lievitare per circa 24 ore),
500 gr di farina (questa quantità è puramente indicativa perché varia a seconda del tipo di zucca: vi sono zucche che ne richiedono di più e zucche che ne richiedono di meno)
 

Preparazione
impastare i vari ingredienti tranne la farina, che si aggiunge successivamente per asciugare l’impasto fino al punto di renderlo agevolmente malleabile. lasciare riposare l’impasto per circa 30 minuti e poi preparare le pagnotte (che per comodità possono essere posate su teglie) e lasciare lievitare per ulteriori 30 minuti. infornare a forno medio (180°; temperatura non più elevata perché la pagnotte devono cuocere senza bruciare in superficie). lasciare raffreddare e servire.
 Tortelli di zucca
Ingredienti
una zucca di media grandezza
300 gr ricotta
100 gr formaggio grattugiato
noce moscata q.b
Scottate una zucca di media grandezza, privatela della buccia e passatela al setaccio aggiungendovi un po’ di prezzemolo fresco tritato. Mettete l’impasto ottenuto in un recipiente e unitevi ricotta, formaggio grattugiato, un po’ di noce moscata, sale e pepe. Lavorate accuratamente il tutto e lasciate riposare.
Preparate nel frattempo una sfoglia tradizionale, fatene dei quadrati, farcite con il composto di zucca e richiudeteli a mò di tortello. Questi tortelli si cuociono in acqua abbondante e si condiscono con sugo a piacere, accompagnato da una spolverata di formaggio pecorino.
 Cavatelli con zucca e ricotta
 ¼ zucca gialla soda
3cucchiai di ricotta
1 cucchiaio di pecorino
qualche fogliolina di menta
Olio extra vergine qb
Sale qb
Una noce di burro
Sbucciare e tagliare a pezzetti la zucca, cuocerla in un tegame con un pezzo di burro e un cucchiaio di olio. Quando sarà ammorbidita e raffreddata metterla nel frullatore aggiungendo il pecorino e due foglioline di menta. Frullare il composto, aggiungendo un filo d’olio se necessario, nel frattempo cuocere al dente la pasta. In una padella capiente versare la crema di zucca e aggiungere un mestolino di acqua di cottura. Aggiustare di sale. Versare la pasta nella crema di zucca e mescolare aggiungere al termine pepe macinato fresco e alcune foglioline di menta intere. Servire caldo.
 
 
Cotolette di fette di zucca
• 4 cucchiai di pan grattato
• 4 cucchiai di parmigiano
Cuocere al vapore le fettine di zucca. Metterle in una teglia cosparse di pangrattato e parmigiano. Infornare e cuocere per 5-10 minuti. Servire calde.
 
Rotolo di zucca
230 gr. di farina
1 cucchiaino lievito
 6 uova
 1 punta di cremor tartaro
70 gr. di burro
 1 kg. di zucca pulita
500 gr. di ricotta
 grana grattugiato
noce moscata
sale
pepe.
Avvolgere la zucca in carta stagnola e cuocerla in forno moderato per circa 1 ora. Preparare la farcia passando la zucca al setaccio e saltarla in 20 gr. di burro. Unire la ricotta, sale, pepe, noce moscata e 4-5 cucchiai di grana. Sbattere i tuorli con la farina mescolata al lievito e tanta acqua sufficiente per ottenere un impasto morbido. Unire infine gli albumi montati a neve con il cremore tartaro e poco sale. Foderare una piastra da forno con carta d’alluminio e cospargerla col burro fuso.

Versare l’impasto di uova, stenderlo e cuocere per 20 minuti a 200°C. Rovesciare la pasta ancora calda sopra un telo inumidito, eliminare la stagnola e stendere la farcia. Arrotolare aiutandosi con il telo e lasciare raffreddare. Togliere il telo e affettare il rotolo

Peppe Zullo in Orsara di Puglia e sue ricette.

Sono stato “convocato” da Peppe Zullo, oste chef di Villa Jamele( 0881.964763) in Orsara di Puglia provincia di Foggia,  per il suo quattordicesimo appuntamento con il cinghiale. Il cinghiale del Pollino incontra il cinghiale della Daunia questo è il titolo che ha conferito.  Io e Peppe in cucina. Non potevo mancare a questo grande appuntamento con il cibo, il gusto, l’arte. Sono anni ormai che Peppe Zullo raduna i suoi amici, chef, gastronomi , giornalisti, gourmet nella sua bellissima tenuta in Orsara, una cittadella che si fregia di essere Slow, come riferimento, come modello culturale,  di conoscenza di un territorio. Peppe Zullo è il custode sapiente, l’ambasciatore,  il divulgatore della filosofia del cibo buono, sano, pulito. Ha coniato e messo in rete dalla Terra alla Tavola. Ha coniato e messo in rete le Magie dell’ Oste. Ha raccontato e continua a raccontare la sua, terra, i suoi artigiani del cibo, la sua gente, il suo territorio. Oste  custode dei beni enogastronomici ed animatore della cultura e dell’economia sociale. Solo un forte richiamo può mettere seduti allo stesso tavolo persone del calibro di Peppe Bigazzi, gastronomo e conduttore Rai,  Faith Willinger giornalista e scrittrice, Vito Cataffo  esperto ed imprenditore gastronomico che ha avuto il coraggio di aprire un ristorante inglese a Bologna assieme al professore Mauro Di Giandomenico dell’Università di Bari e  Maurizio Prosperi dell’Università di Foggia che hanno relazionato il Corso di Laurea in Beni Gastronomici appena istituito dall’Università di Bari e di quanto il mondo accademico sia attento a questa nuova ma  antica filosofia del cibo. Filosofia del cibo che Vito Cataffo, della inglese catena ristorativa Dolce Vito, ci esorta a gridarlo al mondo, ad uscire fuori dai propri recinti per poter far comprendere, capire, conoscere, amare,  che chef come noi, cucinano, raccontano e promuovono in nome della salvaguardia del territorio e della biodiversità. Peppe Zullo incarna tutto quello  che noi siamo, gli osti  custodi della  filosofia del cibo intriso di  arte, legato alla terra , madre di ognuno di noi. E ci racconta al suo ingresso, con un piccolo depliant, la sua, quindi la nostra, filosofia di vita.

Da sempre gli uomini sono il frutto più pregiato della terra che abitano così come, da sempre, la terra è il risultato sofferto del sacrificio continuo di quegli stessi uomini. Un matrimonio inseparabile lega la natura dei luoghi ai suoi abitanti, testimoniato dalle forme e dai segni del tempo, dalla memoria degli eventi che si succedono, ma anche dai colori dei campi nelle diverse
stagioni e dal profumo dei frutti e dai suoi indimenticabili sapori. La terra, per elezione, è il luogo privilegiato dell’incontro e delle relazioni tra l’uomo e la natura, un indispensabile atto di amore che si consuma quotidianamente in quei solchi rapiti all’aridità del tempo e piegati alle ragioni dell’esistenza. Il luogo dove, da sempre, si celebra la magia del tempo che si rinnova, ad ogni anno, ad ogni stagione, ad ogni latitudine, nel rituale susseguirsi della semina, del raccolto, della preparazione dei campi, in un continuo baratto affettuoso di lavoro in cambio di gratitudine.
Il luogo, per eccellenza, dove l’uomo rende gravida di frutti la madre terra. La magia è quella dei contadini, replicata nella sacralità dei gesti e nella cura sapiente delle sementi che rendono fertile la natura, una natura lenta, paziente, talvolta ostile, ma mai avara di doni e di frutti. Dalla terra nuda, il sacrificio e l’amore dell’uomo germoglia i semi, e i germogli si fanno frutto, e i frutti si fanno cibo per la tavola, quel cibo che le mani esperte e sicure dell’oste sapranno trasformare in offerta generosa per l’ospitalità dell’intero territorio. Il territorio vasto ed aperto dell’intero Paese, sedimentato con i tempi lunghi della storia, epifania continua di un paesaggio accogliente e riservato, ma nello stesso momento profondo ed ebbro di energie. Un territorio da sempre in attesa del vostro arrivo. Come Peppe Zullo, principe degli osti eletto da questa terra, contadino cuoco, custode solitario e maestoso delle ricchezze dei campi e del tesoro straordinario dei suoi sapori. Primo esploratore dei piatti e delle tradizioni di questo territorio ed estremo baluardo a difesa della genuinità sincera dei suoi prodotti. Prodotti e primizie di luoghi che hanno costruito il loro riscatto a partire dalla costruzione di un nuovo paesaggio, un paesaggio più intimo ed interiore, quello del gusto e dell’accoglienza.


 
RICETTE   di Peppe Zullo

FAGIOLI DI MONTAGNA CON ERBE SPONTANEE SU CROSTINI DI PANE DI ORSARA
 
INGREDIENTI:
 
200 gr di Fagioli
200 gr di Erbe spontanee
100 gr di Olio extra vergine
200 gr di Pane di grano duro
100 gr di Pomodorini
Sale q.b.
Aglio q.b.


 
PREPARAZIONE INGREDIENTI:
 
Mettete a bagno i fagioli per circa 3 ore , lavate le verdure (borragine, finocchio selvatico, cicorie e marasciuolo) e  tagliate i pomodorini e il pane.
 
ORECCHIETTE DI FARINA  DI STRAMBELLI CECI E BORRAGINE
 
INGREDIENTI PER 4 PERSONE:
 
350 gr. di orecchiette di farina di Strambelli
150 gr. di Ceci
300 gr. di Borragine
2 spicchi di aglio
sale q.b.
 
PREPARAZIONE INGREDIENTI:
 
Per la pasta:
Impastate la farina con acqua tiepida ottenendo un impasto morbido e formate dei bastoncini lunghi 1 cm e dategli la forma dell’orecchietta con l’aiuto di un coltello da cucina.
Mettete a bagno i ceci per circa 6 ore.
Lavate la borragine.
PROCEDIMENTO:
 
Fate cuocere in una pentola i ceci a fuoco lento.
In una padella fate dorare l’aglio con l’olio extra vergine d’oliva e aggiungete i ceci.
Lessate le orecchiette in abbondante acqua salata e a cottura ultimata scolate la pasta e unite i ceci e la borragine. Servite caldo.
 
“MILLESFOGLIE DI DIETROCOSCIA DI CINGHIALE CON VERDURE CROCCANTI E FUNGHI CARDONCELLI”
 
INGREDIENTI PER 4 PERSONE:
 
500 gr di Dietrocoscia di Cinghiale
300 gr di Funghi cardoncelli
200 gr di Caciocavallo
200 gr di Rucola e radicchio
Timo
Olio q.b.
Sale q.b.
 
PREPARAZIONE INGREDIENTI:
 
Legate il pezzo di dietrocoscia di cinghiale per un arrosto.
In una teglia marinate la carne con olio extravergine d’oliva e vino rosso. Infornate a 220° e fate rosolare per 30 minuti. Fate raffreddare la carne e poi tagliatela a fettine sottili.
Pulite e fate cuocere i funghi al forno con un po’ di olio.
 
PROCEDIMENTO:
In una teglia da forno mettete dell’olio e disponete le fettine. Sopra mettete i funghi già cotti, il caciocavallo, la rucola, il radicchio e il timo. Fate dopo un altro strato di carne e aggiungete gli altri ingredienti come precedentemente descritto. Fate 4 strati,  bagnate con dell’olio extravergine d’oliva e infornate per 15 minuti a 200°.
 
PROCEDIMENTO:
Fate cuocere in una padella a fuoco lento i fagioli e lessate le verdure.  Fate dorare in una padella l’aglio e olio e aggiungete i pomodorini, i fagioli e le verdure.
In un piatto mettete i crostini di pane dopo averli tostati al forno e adagiate sopra i fagioli con le verdure e aggiungete un filo d’olio.
Servite caldo.
 
PUPATIELLI CON IL VINCOTTO
 
INGREDIENTI 
 
1 Kg di farina 00
250 gr di zucchero
3 uova
1 bicchiere di olio extra vergine d’oliva
250 gr di mandorle
vino cotto q.b.
mezza busta d’ammoniaca
mezzo bicchiere di latte caldo
 
PREPARAZIONE INGREDIENTI:
Tritate le mandorle.
 
PROCEDIMENTO:
 
Preparate un impasto con farina, mandorle, zucchero, uova, mezzo bicchiere di olio, l’ammoniaca sciolta nel latte caldo e il vincotto q.b. per rendere l’impasto morbido. Formate con l’impasto delle strisce larghe 5 cm e spesse 4 cm e fatele cuocere nel forno a 160°  per 10 minuti. Tagliare le strisce a pezzi in modo obliquo. Disporre i pezzi in una teglia con lo spessore rivolto verso il basso e continuare la cottura per altri 10 minuti.
 

IL MELOGRANO
di Federico Valicenti
Quando la melagrana si spacca offre i frutti poggiati in piccole nicchie, perle che risplendono come gioielli incastonati in logge aperte al cielo. Sembra un favo pieno di chicchi trasparenti e lucidi di rossore, frizzanti e dolci, aciduli e delicati. “Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Nè prima né dopo: quell’estate. E forse fu la grazia del luogo dove abitavo, un paese di figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi “ (Da Argo il Cieco, di Gesualdo Bufalino, cap1.) Il melograno Punica Granatum  dal latino punicum cartaginese, malum  mela, granum grano, è originaria dell’Asia occidentale. Poche piante possono vantare un numero di miti e leggende simile a quello che si può associare al melograno. Attraversa praticamente tutte le culture del Mondo antico, comparendo in riti, racconti, simboli, sogni e tradizioni spesso legati alla sensualità. Il fiore, il frutto e i numerosi semi sono quasi sempre associati, in tutte le civiltà, alla fertilità e alla fecondità.  Ancora oggi, nell’est europeo lo sposo trasferisce un melograno dal giardino del suocero nel suo, come augurio di prole numerosa mentre la sposa, al termine della cerimonia, scaglia a terra un frutto maturo e il numero di grani fuoriusciti indica quanti saranno i figli. Misto di fertilità, fratellanza e unità simboleggiata dai tanti chicchi racchiusi in un unico frutto con significato positivo, di abbondanza e di amore ardente per il colore acceso dei semi. Durante le feste in onore della dea Demetra, le ateniesi mangiavano i semi luccicanti del frutto per conquistare la fertilità e la prosperità, mentre i sacerdoti erano incoronati con rami di melograno, ma non potevano mangiarne il frutto in quanto, come simbolo di fertilità, aveva la proprietà di far scendere l’anima nella carne. Il melograno compare anche nel Cantico dei Cantici (IV sec. a.C.) dove l’anonimo autore descrive la sposa amata “Come un nastro di porpora le tue labbra